La Turchia di Erdogan sempre più chiusa

La Turchia, si sa, è un Paese che negli ultimi anni è cambiato moltissimo, ma il presidente Erdogan in questi giorni sorprende ancora: dal partito di maggioranza è stata proposta un’altra legge che limita la libertà di pensiero e di espressione.

Uno dei punti salienti di questa nuova legge riguarda i social network, come YouTube, Twitter e Facebook: unici luoghi in cui i membri dell’opposizione e gli attivisti possono comunicare con i cittadini, dal momento che, dopo il fallito colpo di stato del 2015, è stata ordinata la chiusura o l’acquisizione dei giornali da parte di imprenditori vicini al governo. Ogni piattaforma dovrà nominare un referente per la Turchia che gestisca le lamentele e le richieste di rimozione del materiale sgradito e le aziende che decidono di non nominare un referente verranno private della banda internet a loro disposizione, con una riduzione fino al 90 per cento.

Ciascuna azienda avrà tempo fino a 48 ore per gestire una richiesta e 24 ore per rimuovere un contenuto su ordine dei tribunali, la maggior parte dei quali è controllata dal partito del Presidente, l’AKP. Il principale partito di opposizione, il CHP, ha dichiarato che utilizzerà ogni mezzo possibile per fermare la proposta di legge, incluso il ricorso alla Corte costituzionale.

Questa legge è solo l’ultima di una serie di decisioni discutibili del governo: dopo il 2015, più di diciottomila dipendenti pubblici, inclusi funzionari di polizia, militari, insegnanti e professori universitari, sono stati licenziati perché considerati come “minaccia alla sicurezza dello Stato”, per non parlare dei numerosi arresti di massa di dissidenti politici o presunti tali. In febbraio, ad esempio, diverse procure in tutto il Paese hanno emesso almeno 766 mandati d’arresto.

La Turchia è cambiata: lo dimostra, in particolare, la trasformazione di Santa Sofia in moschea.

Alcuni rappresentanti dei musulmani stessi, alla vigilia della cerimonia ufficiale di riconversione, hanno criticato la scelta del presidente Erdogan. La voce più autorevole è stata quella di Mohamad Abdel Salam, segretario generale dell’Alto Comitato per la Fratellanza umana, consigliere speciale del grande imam di al-Azhar (il rappresentante della università egiziana, considerata il principale centro culturale dell’Islam sunnita), che ha firmato una lettera a sostegno della richiesta del Consiglio mondiale delle Chiese affinché Hagia Sofia continui ad essere «luogo di apertura, incontro e ispirazione per persone di tutte le nazioni e religioni». Erdogan ha invitato alla cerimonia anche Papa Francesco, secondo alcuni come gesto di distensione, secondo altri come una provocazione, ma non si sa ancora se il Pontefice abbia deciso di partecipare o meno. 

L’inversione di rotta della Turchia emerge anche dalla recente protesta formale emessa da Atene dopo che Ankara ha annunciato l’invio di una nave per effettuare un’indagine di perforazione marittima a sud dell’isola di Kastellorizo, a poche miglia dalla costa turca di Kas: si tratterebbe, secondo la Grecia, di un altro tentativo di aumentare l’influenza del Paese nel Mediterraneo, dove Ankara ha recentemente effettuato perforazioni esplorative vicino a Cipro, suscitando le proteste dello stesso, della Grecia e dell’Egitto.

fonte: ISPI

Ciò che è chiaro è che quella che vediamo oggi non è più una Turchia che si impegna a rispettare gli accordi e ad aprirsi al dialogo per entrare a far parte dell’Unione Europea, ma una Turchia che, al contrario, prova a minacciarla. 

Articolo di Letizia Bonetti

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