Orizzonti: la Parigi di Baudelaire, poeta flaneur

Orizzonti: la Parigi di Baudelaire, poeta flaneur

È un rapporto di amore e odio quello che Baudelaire intrattiene con la sua città natale, Parigi. Nel 1841, per allontanarlo da una vita sregolata e fatta di eccessi, la famiglia decide di farlo partire per Calcutta, ma Charles si ferma sull’isola di Maurice prima di giungere a destinazione. In Africa Baudelaire sviluppa una spiccata sensibilità per l’esotismo, elemento che caratterizzerà gran parte dei suoi componimenti.

Nonostante il fascino di questo mondo così lontano, dopo dieci mesi Baudelaire torna a Parigi, culla da cui mai riuscirà ad allontanarsi definitivamente.

Questo legame viscerale con La Ville Lumière lo porta a dedicare alla stessa città un’intera sezione de Le Fleur du Mal, una delle raccolte poetiche più famose nel panorama della letteratura mondiale. La seconda sezione dell’opera si intitola infatti Tableaux parisiens ed è composta da diciotto componimenti paragonabili a piccoli quadri pittoreschi che mettono a nudo l’anima di una grande città.

Il contesto urbano con cui l’uomo dell’Ottocento si scontra si oppone alla stasi che caratterizza l’ambiente bucolico e rurale. In città il cambiamento dello spirito è repentino, tutto è in continuo movimento. Baudelaire sviluppa due concetti emblematici per sintetizzare la condizione dell’uomo nell’epoca della modernità: la foule (folla) e il poeta flaneur.

In uno dei componimenti più inquietanti della sezione, Le sept veillards, il poeta vaga nella «Fourmillante cité, cité pleine de reves» (città formicolante, città piena di sogni) e d’un tratto si trova di fronte a sette vecchi, identici, grigi come quella città che viene assimilata a un organismo vivente che trasmette un senso di angoscia e di terrore. Lo scenario cittadino diventa uno scenario teatrale e a tratti immaginario, il dubbio rimane: ha davvero visto ciò che ha descritto? E se i vecchi fossero lo specchio del poeta stesso che si sdoppia e si osserva da fuori in un mondo cui non sente di appartenere?

La solitudine e la moltitudine non si configurano come due concetti in opposizione ma come sinonimi poiché, per quanto possa sembrare paradossale, il singolo riconosce la sua condizione di esiliato nel momento in cui la folla lo circonda. La città diventa un luogo spaventoso e misterioso che costringe il poeta a rientrare in casa «Malade et morfondu, l’esprit fiévreux et trouble» (malato e infreddolito, con spirito febbrile e turbato).

Alla visione spleenetica dei sobborghi cupi e macabri si oppone invece una prospettiva apparentemente positiva nel componimento À une passante: nella rue assourdissante lo sguardo del poeta sfiora quello di una donna che «m’a fait soudainement renaitre» (m’ha fatto d’improvviso rinascere). La folla non viene esplicitamente citata ma emerge prepotentemente sullo sfondo di questo incontro che, dopo aver fatto rinascere il poeta, si rivela essere un istante destinato a dissolversi nell’eternità e, anche in questo caso, ogni speranza risulta vana:

«Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais oùp je vais,
O toi que j’eusse aimée, o toi qui le savais!»
(Ignoro dove fuggi, tu ignori dov’io vada.
O tu che avrei amata, o tu che lo sapevi!)

I soggetti di cui parla Baudelaire sono i protagonisti del nuovo scenario industriale, appartengono alle classi sociali più basse e relegate nei quartieri più remoti, ai confini tra periferia e campagna. Operai ingobbiti, prostitute e straccivendoli riempiono les boulevards, gli ospedali e le pensioni.

In quelle stesse strade popolate da un’umanità viziosa e corrotta, il poeta si muove e gioca la sua partita a scherma, come in Le soleil:

«Je vais m’exercer seul à ma fantasque escrime,
flairant dans tous les coins les hasards de la rime
Trèbuchant sur les mots comme sur les paves»
(Mi esercito solo nella mia fantastica scherma,
fiutando in ogni angolo gli azzardi della rima,
inciampando sulle parole come sui selciati).

La sua spada è paragonabile al bastone con cui il povero straccivendolo infilza le cartacce negli angoli delle strade, lui allo stesso modo raccoglie le rime e ne fa poesia.  

Il selciato su cui inciampa è lo stesso che si ritrova in un altro magnifico componimento, Le Cygne. Questa poesia, dedicata a Victor Hugo, è forse la più emblematica e rappresentativa della condizione di esiliato che Baudelaire sente come propria. È anche l’unico in cui i riferimenti alla capitale francese non sono solo allusivi, la città viene infatti nominata:

«Paris change! Mais rien dans ma mèlancolie
N’a bougé! Palais neufs, échafaudages, blocs,
Vieux faubourgs, tout puor moi deviant allègorie,
Et mes chers souvenirs sont plus lourds que des rocs.»
(Parigi cambia! Ma nulla nella mia malinconia
è mutato! Palazzi nuovi, impalcature, massi,
vecchi quartieri, tutto per me diviene allegoria,
e i miei cari ricordi son più pesanti delle rocce).

Baudelaire, passeggiando di fronte al Louvre, rievoca il ricordo di un cigno scappato dalla gabbia che, inciampando nel selciato, prega il cielo affinché piova, dissetandosi con le sue sole lacrime mentre sogna il suo gran lago natale. Allo stesso modo il poeta percepisce la mancata corrispondenza tra ciò per cui è fatto e ciò a cui è destinato, inciampa sul pavè e rimpiange quella Parigi che mai ha conosciuto e che mai conoscerà. La città muta in fretta e aumenta la distanza tra il poeta e il luogo natale, gli elementi della vecchia Parigi perdono senso.

L’esilio di cui parla Baudelaire è un esilio interiore che coinvolge l’umanità intera, un ricordo che continua a essere presente e vivo nella mente dell’esiliato che non trova pace e non trova dimora in nessun luogo.

I versi baudeleriani non sono stilisticamente impeccabili ma quando si tratta di poesia l’importanza della perfezione formale è relativa. Quella di Baudelaire è una poesia che parla all’anima e ai sensi, che permette al lettore di identificarsi con una mendiante rousse, con uno squelette laboureur o con una petit vielle.

Con i suoi Tableaux parisiens Baudelaire ci porta a spasso per la sua amata e odiata Parigi, trasformando in oro il fango della città.

Roberta Gaggero
Ligure trapiantata a Milano. Dimentico sempre la luce accesa, puccio i biscotti nella spremuta d’arancia e non so scrivere le bio. Mentre cerco di capire chi sono bevo birra e parlo di poesia.

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