Quando il potere uccide: il caso Ambrosoli

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Il 28 settembre 1974 il Ministro del tesoro, su richiesta della Banca d’Italia, decretò la chiusura della Banca Privata Italiana per “gravissime irregolarità e perdite che superano le riserve e il capitale dell’azienda”. Per analizzare la situazione economica della banca fu nominato commissario liquidatore il giovane avvocato Giorgio Ambrosoli.

Nell’ottobre del 1974 la magistratura italiana emise un ordine di cattura nei confronti del faccendiere siciliano Michele Sindona, proprietario della Banca Privata Italiana.

L’accusa era quella di aver falsificato i bilanci con l’aggravante di aver causato un ingente danno patrimoniale, stimato in centinaia di miliardi di lire. Il tutto a danno dei creditori.

Durante la perquisizione nell’appartamento di Sindona, che nel frattempo si era dato alla latitanza, furono trovati diversi lingotti d’oro, d’argento e altro materiale, tutto messo sotto sequestro insieme ai beni mobili e immobili del bancarottiere. 

In questa fase delle indagini arrivarono diverse segnalazioni al giudice Viola, che stava procedendo negli interrogatori. In alcune di queste si diceva che Michele Sindona avrebbe corrotto alte personalità del mondo politico e finanziario al fine di avere coperture alla sua attività di “finanziere di assalto”.

Giorgio Ambrosoli, eseguendo verifiche sui registri contabili della banca, scoprì inoltre le relazioni a dir poco opache che intesseva Sindona, il quale aveva ricevuto finanziamenti dal mafioso americano John Gambino, con il quale addirittura riciclava denaro sporco proveniente dalle casse di boss mafiosi italiani come Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo e Rosario Spatola.

Ben presto per il liquidatore iniziarono i guai, le minacce e i tentativi di corruzione.

L’obiettivo era quello di costringerlo a redigere un rapporto positivo della situazione finanziaria della Banca Privata Italiana, che avrebbe evitato la condanna di Sindona e agevolato il salvataggio di Stato della banca. Ambrosoli non cedette alle pressioni, anche se lasciato solo dallo Stato, che non gli assegnò la scorta, nonostante era chiaro fosse in pericolo.

Nel frattempo anche gli inquirenti americani tenevano sotto torchio Sindona per il crack della Franklin National Bank, una banca oltreoceano sotto il suo controllo. Per questo Giorgio Ambrosoli collaborò con l’FBI scambiando informazioni utili sull’imputato.

L’avvocato milanese concluse il procedimento di liquidazione della Banca Privata Italiana nell’estate del l979, cinque anni dopo l’inizio del suo lavoro, che lo portò alla fine della sua vita. La sera dell’11 luglio dello stesso anno fu avvicinato da un uomo, Joseph Aricò, malavitoso statunitense, che gli sparò diversi colpi uccidendolo.

Il giorno dopo Ambrosoli avrebbe dovuto certificare in una dichiarazione per iscritto le responsabilità di Michele Sindona nel crack bancario.

Nessun esponente politico presenziò ai funerali di Giorgio Ambrosoli. Addirittura Giulio Andreotti, più volte accostato a Sindona, durante un’intervista disse che l’avvocato era stato ucciso perché: “se l’andava cercando”.

Michele Sindona il 18 marzo 1986 fu condannato all’ergastolo giudicato colpevole di aver ordinato l’omicidio. Il faccendiere morì in carcere quattro giorni dopo, avvelenato da un caffè al cianuro. La sua morte ha dato adito a numerose speculazioni e teorie che rendono la sua figura una delle più misteriose e complesse della nostra storia repubblicana. Figura che non si esaurisce nella vicenda Ambrosoli e di cui son stati scritti fiumi di parole.

Luca D'Andrea
Classe 1995, studio Storia, mi piacciono le cose semplici e le storie complesse.

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