Fonte: Rolling Stone

“Emancipate yourselves from mental slavery…” Bob Marley, 40 anni fa

Il 23 settembre di 40 anni fa si chiudeva, con il concerto allo Stanley Theatre di Pittsburgh, la carriera di una della più grandi star del ventesimo secolo. Sì, perché quella che Bob Marley apportò fu una vera e propria rivoluzione, almeno nel mondo della musica. Stiamo parlando della prima superstar del Terzo Mondo ad aver portato alla ribalta internazionale la musica tradizionale del proprio paese, la raggae music giamaicana.

La musica di Bob Marley è pervasa dall’attivismo politico (tanto che molti concordano sull’importanza della sua figura nel contesto storico-politico più che in quello musicale), che andò accentuandosi negli ultimi anni di vita, anche in risposta a contesto nazionale e internazionale sempre più complesso. Per capirne di più è però necessario fare un salto all’indietro all’interno della sua biografia.

Bob Marley attivista: dall’adolescenza al successo globale

Robert Nesta Marley nacque il 6 febbraio 1945 a Nine Mile, in Giamaica, da una donna giamaicana e un ufficiale della marina inglese. Subì fin da giovane pregiudizi razziali e affrontò domande sulla propria identità razziale per tutta la vita.

A soli 12 anni Bob si trasferì a Kingston nel ghetto di Trench Town, sede della più grande comunità rasta della Giamaica, vivendo per strada tra i sufferah, i giovani delle gang di Kingston. Fu qui che, tra le sfide tra i sound system dei primi DJ rocksteady, Marley trovò nella musica il suo mezzo naturale di espressione. Non a caso la sua band tramuterà nome in The Wailers, dallo slang to wail, ”piangere”: perché Bob e gli altri membri vengono dal ghetto, dove la povera gente piange perché nessuno la aiuta. Fin dagli esordi, i Wailers si ritenevano dunque i soli portavoce di una parte di società dimenticata, indigente e sottomessa.

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Anche se Marley aveva mescolato politica e musica fin dai primi giorni di Simmer Down (tra i primi brani registrati con i The Wailers), l’impegno politico crebbe sempre di più con l’aumento della sua notorietà, tanto che un’intera canzone, War, venne nel 1976 dedicata ad un discorso (in parte citato) tenutosi presso le Nazioni Unite da Hailé Selassié, il re etiope celebrato dai rastafariani come la reincarnazione terrena del Dio supremo Jah. Il testo del brano riprendeva le posizioni di Selassié, appellandosi a un tramonto definitivo del colonialismo come unica via possibile per determinare la fine dei conflitti che imperversano in ogni angolo del globo e in particolare nel continente africano.

L’attivismo di Marley si collocava inizialmente in un contesto nazionale, e gli anni ’70 furono per la politica giamaicana anni difficili, con un paese messo in forte crisi dal rincaro del prezzo del petrolio, in aspro scontro politico, spesso sull’orlo della guerra civile: così prima delle elezioni del 1976 la partigianeria dei Wailers ispirò la guerra tra bande a Trench Town e lo stesso Marley fu vittima di un attentato nel dicembre dello stesso anno. E’ probabile che Bob fosse visto come sostenitore di uno dei due partiti rivali (il Partito Nazionale Popolare del primo ministro Michael Manley), ma non vi furono dichiarazioni ufficiali a riguardo. Quel che è certo è che la musica di Bob Marley & The Wailers stava veicolando un messaggio sempre più potente. 

“Africa Unite”: giamaicani e africani uniti per la libertà

Nel 1977 Marley ricevette la diagnosi della sua malattia (legata molto probabilmente al quadro genetico e non, come si tramanda comunemente, a un’infezione scatenatasi da un alluce, come ha ben indagato lo studioso Roger Steffens (So Much Things To Say: The Oral History of Bob Marley)), ma questo non bastò di certo a frenare la sua causa. Due anni dopo l’attentato ai suoi danni, Marley, tornato in Giamaica nel 1978 dopo alcuni tour, si esibì nel One Love Peace Concert con lo scopo di migliorare i conflitti politici esistenti, in quel momento particolarmente duri. Qui la leggenda del raggae riuscì a ottenere una stretta di mano tra gli oppositori politici Michael Manley (il già citato primo ministro) e Edward Seaga. Fu un gesto che non pose fine alle ostilità, ma dal grande valore simbolico: la pace era possibile.

Il vero anno di svolta fu però il 1979, quando, in seguito ad un viaggio in Africa, venne pubblicato l’album “Survival“, dichiarazione definitiva sull’attentato del 1976. “Survival” è un lavoro politicamente progressista in difesa della solidarietà panafricana, come illustra la copertina dell’album, formata dalle 48 bandiere al tempo corrispondenti agli stati africani più quella della Papua Nuova Guinea. Sul retro della copertina è possibile leggere una citazione a Marcus Garvey, intellettuale di riferimento di Marley, che ben individua lo spirito dell’album:

A people without knowledge of their past history, origin and culture, is like a tree without roots.

Il fenomeno del colonialismo accomuna giamaicani e africani che “rubati all’Africa/ portati in America” (da Buffalo Soldier, 1983), strappati con la forza da un contesto ad un altro e sottomessi dai colonialisti, perdono ogni traccia della loro identità. Si tratta di una teoria elaborata anche dagli studiosi del mondo antico circa il fenomeno dello schiavismo: la perdita di identità etnica e culturale starebbe alla base della difficoltà, da parte del popolo ridotto in schiavitù, nell’elaborazione di un progetto sociale alternativo. Era necessario alla Sopravvivenza indagare le proprie radici, e le radici del popolo giamaicano erano africane.

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“Survival” includeva anche “Africa Unite” e “Zimbabwe“, quest’ultimo un inno per la colonia della Rhodesia, che sarà presto liberata. Arriviamo al 1980, l’ultimo anno di tour di Marley. La leggenda raggae appare sempre più stanca, la voce grossolana, il volto disegnato e scarno, come confermeranno membri della band ed altri associati in seguito. Bob e i Wailers si esibirono alla cerimonia ufficiale di Indipendenza dello Zimbabwe su invito del neoeletto presidente Robert Mugabe. Fu uno spettacolo che riconfermò l’importanza di Bob Marley e del significato dei Wailers in tutta la diaspora africana e il significato del reggae come forza unificante e liberatoria.

Liberarsi dalla schiavitù mentale: l’Uprising Tour del 1980

Non era abbastanza. La diffusione del messaggio doveva avvenire in un’ottica universale: era necessario liberarsi dal principio colonialista di sopraffazione tra le genti per cui c’è uno sfruttatore e uno sfruttato. In altre parole, Bob Marley fu la leggenda che unì, in un’unica folla di spettatori, i discendenti dei colonialisti e quelli degli schiavi. Fu così che, al limite delle forze, la star intraprese un importante tour europeo nella primavera del 1980, l’Uprising Tour, battendo i record di presenze in diversi paesi. Storico a livello mondiale fu l’appuntamento allo stadio milanese di San Siro del 23 giugno in cui i The Wailers si esibirono davanti a 100.000 persone, il più grande pubblico della loro carriera. Un pubblico non di africani o di rastafariani, ma di bianchi: la musica si confermò un potente mezzo di comunicazione in grado di superare forti barriere culturali.

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Il 30 giugno 1980, mentre era in tour, “Uprising” apparve nei negozi, ultima potente collezione di canzoni pubblicata in vita. Testamento al suo incredibile talento è ‘Redemption Song, l’ultima traccia dell’album. Il testo della canzone sintetizza la visione di Marley di un’Africa unita e mostra la sua abilità di combinare lo storico con l’attualità e costruire ponti tra l’Africa e la sua diaspora. Partendo dalla tratta degli schiavi atlantici, Marley continua a parlare dei pericoli dell’era nucleare prima di arrivare alla parte più cruciale: per andare avanti occorre emanciparsi dalla schiavitù mentale.

“ Emancipate yourselves from mental slavery
emancipatevi dalla schiavitù della mente

None but ourselves can free our minds
solo noi possiamo liberare le nostre menti

Have no fear for atomic energy
non aver paura dell’energia atomica

‘Cause none of them can stop the time
Perché nessuno di loro può fermare il tempo

How long shall they kill our prophets
Per quanto tempo dovranno uccidere i nostri profeti

While we stand aside and look?
Mentre stiamo da parte e guardiamo

Uh, some say it’s just a part of it
Si, un giorno saremo parte di questo

We’ve got to fulfill the book
dobbiamo riempire il libro

Won’t you help to sing
non aiuterai a cantare

These songs of freedom?
questi canti di libertà?

‘Cause all I ever have
Perché è tutto quello che ho sempre avuto

Redemption songs
canti di redenzione”

Bob Marley o la leggenda del reggae comprese quale fosse il potere della sua musica. Le sue canzoni seppero veicolare universalmente un desiderio di speranza per un mondo libero, in pacifica convivenza. Fu un messaggio che non si stancò mai di testimoniare, quasi secondo profeta del suo popolo e del mondo intero.

Bibliografia essenziale

Laura Colombi
Mi pongo domande e diffondo le mie idee attraverso la scrittura e la musica, che sono le mie passioni.

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