Il punto sulla mancata zona rossa in Val Seriana

Sono passati ormai sei mesi da quando il Governo Conte prese la decisione di chiudere l’Italia a fronte dei preoccupanti dati relativi ai contagi da Covid-19. La scelta veniva assunta dopo giorni difficili, che avevano visto come protagonisti, tra gli altri, i comuni bergamaschi di Nembro e Alzano Lombardo, in Valle Seriana. Ad oggi le indagini della Procura di Bergamo sulla gestione della pandemia vanno avanti e si dividono in tre piste di indagine: la gestione dell’ospedale di Alzano dopo la scoperta dei casi al pronto soccorso, la gestione delle RSA, dove nel corso dell’epidemia si era o registrate più morti rispetto agli anni precedenti e la mancata istituzione della zona rossa a Nembro e Alzano.

Il 4 settembre sono stati pubblicati, sul sito della Protezione civile, i verbali del comitato tecnico scientifico a partire da quello del 7 febbraio. Ad Alzano Lombardo il primo caso viene scoperto all’ospedale il 23 febbraio. Tanto velocemente viene chiuso e sanificato il pronto soccorso, tanto velocemente viene riaperto, decisione che verrà fortemente criticata in seguito. Nei giorni successivi i contagi nella Val Seriana continuano a salire e si ventila l’ipotesi di istituire una zona rossa nei comuni più colpiti, arrivano militari, carabinieri e finanzieri di rinforzo a Bergamo e provincia, ma dopo quasi una settimana di assoluta incertezza, durante la quale la situazione precipita, il Governo chiude tutta l’Italia il 9 marzo.

Come emerge dai verbali, il 26 febbraio il Cts si riunisce per la riunione numero 9 alla presenza del Ministro della Salute Speranza e ritiene che “non ci siano le condizioni per l’estensione delle restrizioni in nuove aree (oltre a quelle già istituite nel Lodigiano, ndr), né che siano necessarie ulteriori misure restrittive“. Il 3 marzo, però, la situazione cambia e il Cts, in seguito ad una telefonata dell’assessore regionale lombardo al Welfare Giulio Gallera e dell’allora direttore generale Luigi Cajazzo, in cui questi confermano i dati relativi all’aumento dei contagi nei comuni di Nembro e Alzano, propone “misure restrittive al fine di limitare ladiffusione” del virus.” Questo anche alla luce di un indice di contagiosicuramente superiore a 1 (si sarebbe poi rivelato pari a 2,3, ndr), il che costituisce un indicatore di alto rischio di ulteriore diffusione del contagio“.

Tuttavia nessuna decisione viene presa, né dal Governo né dalla Regione, e si aspetta fino al 7 marzo.

Nel verbale numero 21 in cui il Cts registra “una lieve flessione nell’incremento dei casi nelle zone rosse a cui corrisponde contemporaneamente un aumento dell’incidenza in aree precedentemente non rientranti nelle zone rosse medesime” e “ribadisce la necessità di adottare tutte le azioni necessarie per rallentare la diffusione del virus al fine di diminuire l’impatto assistenziale sulservizio sanitario o quanto meno diluire tale impatto nel tempo“. L’8 marzo in tutta la Lombardia viene istituita la zona arancione.

Sui motivi che hanno spinto Governo e Regione a non chiudere Nembro, Alzano e territori limitrofi sono state fatte varie ipotesi, che vanno dalle pressioni di Confindustria e degli imprenditori locali alla volontà di non bloccare una zona particolarmente produttiva.

Cosa realmente accaduto, però, non è ancora chiaro e proprio per questo la Procura di Bergamo ad aprile ha aperto un’indagine per epidemia colposa contro ignoti. Le responsabilità non sono ancora state accertate, e il Governo e la Regione si rimpallano le colpe: da una parte il governo si giustifica dicendo che pochi giorni dopo ha istituito la zona arancione in Lombardia, dall’altra la ragione che sostiene la competenza del governo nella decisione di istituire una zona rossa (nonostante successivamente i governatori di altre regioni l’abbiano fatto).

Il Dpcm del 23 febbraio riguardante le misure urgenti per evitare la diffusione del COVID-19 e, in particolare, le implicazioni di un’istituzione della zona rossa, all’art. 3 recita: “Le misure di cui agli articoli 1 e 2 sono adottate, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, con uno o più decreti del Presidente del Consiglio dei ministri[…] nonché i Presidenti delle regioni competenti, nel caso in cui riguardino esclusivamente una sola regione o alcune specifiche regioni, ovvero il Presidente della Conferenza dei presidenti delle regioni, nel caso in cui riguardino il territorio nazionale“.

Sembra, dunque,che la responsabilità possa essere attribuita sia al governo che alla regione. I pareri del Cts, tuttavia, non sono vincolanti: per questo motivo sembra che non si possa configurare un’ipotesi di reato. Nessuno, quindi, era obbligato a istituire una zona rossa e per questo potrebbe non dover rispondere nessuno. Ma ciò non significa che una decisione diversa poteva essere presa, al di là degli obblighi giuridici. Il rimpallo di responsabilità tra regione e governo, senza scuse e senza impegno, appare un triste tentativo di lavarsi le mani attraverso i tecnicismi di una questione scomoda, che si vuole dimenticare il prima possibile.

Letizia Bonetti
Sono Letizia e studio giurisprudenza a Milano, anche se dall'accento bergamasco non si direbbe. Nel tempo libero mi piace nuotare, mangiare gelati e scrivere per Vulcano Statale.

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