Il razzismo non avrà un vaccino

Il razzismo non avrà un vaccino

La parola razzismo sembra essere diventata ormai parte della nostra quotidianità quasi quanto la parola Covid, sia nei media che nelle conversazioni tra amici e parenti. Sono queste le due maggiori tematiche che attualmente catturano la nostra attenzione, che ci fanno riflettere, pensare, arrabbiare. Eppure, hanno una grandissima differenza: il razzismo non è una malattia e non ci sarà nessun vaccino o nessuna possibile scoperta scientifica che potrà contrastarlo.

Spesso si è parlato del razzismo come di un virus che pervade la società, che si diffonde tra le persone parola dopo parola, conversazione dopo conversazione, ma non è così: il razzismo c’è, si vede e si sente, ma c’è perché è stato costruito dagli uomini stessi nel corso della storia, è stato voluto e creato da noi per poter essere usato molte volte come arma, che sia un’arma di difesa o meno poco importa.

Le classificazioni razziali nel corso della storia risalgono all’antichità, ma con il passare dei secoli sono incrementate sempre di più, in modo particolare, in seguito alla scoperta dell’America, al suprematismo coloniale e all’imperialismo. Inizialmente, con il termine “razza”, utilizzato soprattutto nel 1500 e 1600, si intendeva la discendenza, poi questo termine ha iniziato ad avere connotazioni differenti.

Dividere il mondo in razze non è stata una scelta eminentemente politica e istituzionale, ma è stata una scelta condivisa anche in ambito accademico e scientifico.

Carlo Linneo, ad esempio, pur scegliendo la parola “varietà” al posto di “razza”, divideva la popolazione mondiale a seconda della provenienza e a ogni varietà faceva corrispondere anche caratteristiche morfologiche proprie degli esseri umani. Questo accadeva nel 1700, ma fu una pratica che venne proseguita e approfondita in seguito in modo sempre maggiore anche in ambito medico, ad esempio dal dottor Blumenbach che decretò l’esistenza di cinque razze nel mondo e l’evidenza scientifica di questo dato era considerata valida di per sé, senza bisogno di comprovazioni.

Successivamente, con l’avanzare delle scoperte in ambito biologico e scientifico, è stato dimostrato dalle scoperte della genetica, dell’antropometria, della spettrofotometria e della biologia molecolare che le razze, nella specie umana, non esistono. Le persone non possono essere classificate nettamente appartenenti a una razza piuttosto che a un’altra come i cavalli o i cani: come la spettrofotometria sostiene, non ci sono colori della pelle definiti che ci assegnano a una particolare popolazione piuttosto che a un’altra e non ci sono motivazioni né genetiche né morfologiche che ci permettono di delineare la nostra ipotetica “razza” di appartenenza.

Secoli fa, si riteneva che i latino-americani avessero una certa corporatura, mentre gli europei, ad esempio, un’altra, oppure che gli africani nascessero con una certa conformazione sia cerebrale che fisica, diversa dalle altre popolazioni mondiali. Le scoperte antropometriche hanno messo poi in luce il fatto che l’umanità non è condizionata nella sua conformazione fisica solo da fattori genetici, ma anche dal contesto in cui vive, dalla famiglia in cui cresce, dall’ecologia, dalla società, dalla cultura con cui entra in contatto. Politica, nutrizione, ambiente e genetica sono infatti le componenti che forgiano la nostra costituzione fisica, la quale non è immutabile nel corso del tempo, anzi, è in continuo divenire.

Le prove scientifiche soprattutto del secolo scorso hanno reso evidente il fatto che l’umanità (nessuno escluso) è frutto di una pluralità di origini, di culture, di storie e discendenze che non sono etichettabili in funzione della razza.

La storia, da parte sua, ci mostrato e dimostrato concretamente che focalizzarci sulle differenze tra gli uomini non porta a nulla di costruttivo, anzi, esse sono una nostra peculiarità, l’essere differenti deve essere un punto di forza, non di debolezza: nessuno è differente perché “migliore” o “minore” rispetto a un altro.

L’essere diversi è un dato di fatto che non deve sfociare nel razzismo, perché la razza non esiste come vogliono intenderla i razzisti: allora perché esiste il razzismo? Perché continuiamo a definire le persone, vive e morte come “l’africano”, il ragazzo “di Capo Verde”, “i rumeni che…”? Definendo le persone secondo la loro provenienza dimentichiamo il fatto che in primis sono persone e sono molto di più del colore della loro pelle, della loro maggiore o minore integrazione in una società.

In questo, i primi a sbagliare sono i comunicatori odierni dei media, dai giornali ai social network, dai servizi di cronaca giornalistica dei telegiornali ai programmi radiofonici: se la comunicazione non comprende la forza e, conseguentemente, l’importanza della propria voce nella società, continuerà a creare linguaggi affrettati, scorretti, approssimativi, volti a cogliere l’attenzione dello spettatore e non a instaurare spunti di riflessione costruttiva.

Il ruolo che oggi hanno le comunicazioni è sempre più prezioso, per questo devono sapere di essere responsabili per quello che esprimono e per come lo esprimono.

Se ci fosse più cultura, più insegnamento anche scolastico in relazione a tali tematiche, se le parole che scegliamo di usare fossero corrette in qualsiasi campo, dalla conversazione al bar agli esami universitari, forse ci sarebbe maggiore consapevolezza e meno qualunquismo, meno individualismo, meno superficialità.

I grandi problemi non si risolvono mai con soluzioni brevi e semplici, soprattutto se hanno una storia lunga alle spalle, se hanno creato e continuano a creare violenze fisiche e verbali, discriminazione, odio e rancore da una parte all’altra del pianeta, a soprattutto se la politica e le istituzioni scelgono di fare leva su questo per propaganda e proselitismo. Sottolineare le differenze per sentirci più forti non ci porterà a essere più potenti, avremo una comunità sempre più frammentata, divisa e impaurita dall’Altro: saremo sempre lo straniero di qualcun altro, saremo sempre più al sud di qualcun altro.

Prima di parlare di integrazione culturale, bisognerebbe creare un’educazione a 360 gradi rivolta a tutti, qualsiasi colore della pelle o provenienza abbiano, qualsiasi credo religioso o politica perseguano: nessuno ha il diritto di imporsi come superiore nei confronti degli altri.

Il razzismo sistemico si combatte negli atti e nelle parole, si combatte ogni giorno a casa, in centro, al lavoro e nello studio.

Tutti siamo responsabili della società che costruiamo e avremo una società migliore e più sicura solo quando e se saremo capaci di creare una solida base egualitaria piuttosto che gerarchica. Siamo esseri umani, prima ancora di essere tutte le nostre differenze che ci caratterizzano, questa è la nostra forza e ciò che ci rende umanità, ma se mettiamo al primo posto la differenza come valore costitutivo di gerarchia e oppressione, è proprio l’umanità ciò che perdiamo con noi stessi e nelle relazioni con l’altro. Vogliamo davvero smettere di essere umani?

Fonti

  • S. Allovio, L. Ciabarri, G. Mangiameli (a cura di), Antropologia culturale. I temi fondamentali, Milano, Raffaello Cortina, 2018.
  • Favole A., La bussola dell’antropologo. Orientarsi in un mare di culture, Roma-Bari, Laterza, 2018.

Caterina Cerio
Vivo a Milano ma sono innamorata di Siviglia, dove ho fatto il primo Erasmus. Amo il sole, il mare e la buona compagnia. Mi piace conoscere cose nuove e l’arte in generale con tutti gli stimoli che dà.

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