La Consulta sceglie ancora la tradizione

La Corte Costituzionale ha eletto il suo quarantatreesimo presidente: è il giudice della Cassazione Mario Rosario Morelli, romano di 79 anni. Resterà in carica per meno di tre mesi, fino al 12 dicembre, quando scadrà il suo mandato di giudice.

Il presidente della Consulta, infatti, resta in carica per tre anni salvo il limite novennale della carica di giudice costituzionale. 

Morelli venne eletto a questa carica nel dicembre 2011 dalla Suprema Corte di Cassazione: per questo motivo la sua permanenza alla presidenza sarà limitatissima. A questo proposito, nel corso della votazione, e questa è già una sorpresa, è emersa una fronda tra i giudici: Morelli ha ottenuto 9 voti, il giudice Giancarlo Coraggio 5, l’ex premier Giuliano Amato 1. Ben sei giudici, dunque, hanno voluto marcare la differenza con la scelta di Morelli, improntata alla più rigida tradizione. La prassi vuole infatti che la scelta del presidente ricada automaticamente sul presidente con più anzianità di carica, anche quando il suo mandato, come nel caso di Morelli, è in procinto di concludersi.

La tradizione ha prevalso sulle spinte più progressiste, che vorrebbero indirizzare la scelta del presidente non verso il giudice più anziano, ma verso un candidato più solido, che avrebbe più tempo a disposizione per delineare programmaticamente la sua presidenza e rafforzare il ruolo della Consulta nella società. La presidenza appena terminata di Marta Cartabia, prima donna eletta a tale carica, è durata nove mesi: i presupposti per una leadership di più ampio respiro, anche in questo caso, sono sfumati.

Particolarmente emblematico delle nuove istanze maturate tra i giudici è l’evidenziazione della distribuzione dei voti nel comunicato ufficiale: è la prima volta, nella storia della Corte, che il dissenso sul nome del presidente assume rilevanza pubblica. Morelli, appena eletto, ha tenuto una conferenza stampa, durante la quale ha fatto valere le ragioni della scelta conservativa: “Nessuno ha mai pensato di scavalcare la designazione temporale privilegiando il prestigio. Solo in quattro casi c’è stata una deviazione che però ha lasciato uno strascico. La collegialità è la risposta agli inconvenienti legati al breve tempo. Io porterò avanti i progetti di Lattanzi e di Cartabia.” E ancora:“La Corte lavora collegialmente, quindi il contributo viene dato come giudice prima e come presidente dopo. Non cambia nulla. Per questo ho già nominato i due vice presidenti, tra cui Giancarlo Coraggio, che al 99,99% sarà il prossimo presidente”. Morelli insiste sulla collegialità: se venisse meno questa prassi, i giudici finirebbero per organizzarsi in fazioni e cordate, pur di eleggere un presidente di più lunga durata e di maggior peso, a scapito dell’indipendenza e della terzietà dell’istituzione. 

Emergerebbero insomma le diversità politiche e ideologiche dei singoli giudici, che la tradizione della Consulta ha sempre cercato di mascherare e attenuare.

Anche in passato solo in casi rari le presidenze sono durate più di due anni e solo tre volte si è assistito a una rielezione (Ambrosini, Elia, Saja). I mandati brevi, invece, sono frequenti: Caianiello, nel 1995, restò in carica per poco più di un mese.

Morelli, infine, si è espresso sul tema dei diritti: “La persona è il centro della Costituzione. C’è una classe di diritti che dobbiamo far rispettare, che nascono dal basso, sono richiesti dalla coscienza sociale. Come giudice ordinario, interrogando la coscienza sociale, ho visto emergere il diritto all’identità personale nel caso Pannella e poi il un diritto all’oblio. La Corte deve saper leggere la coscienza sociale, e se vede emergere un diritto deve inserirlo subito tra quelli inviolabili da tutelare.Sul referendum costituzionale di domenica, invece, ha preferito non esprimersi: “Sì o no? Mario Morelli lo direbbe. Ma il presidente della Corte non può sbilanciarsi”.

Michele Pinto
Studente di giurisprudenza. Quando non leggo, mi guardo intorno e mi faccio molte domande.

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