Nomadland: la ricetta per superare un presente confuso

(Avvisiamo fin da ora che l’articolo conterrà spoiler)

L’essere umano è una creatura straordinaria. Ciò che più desta meraviglia, e lo si dice almeno fin dai tempi di Darwin, è la sua impareggiabile capacità di adattamento pressoché in ogni situazione. Certo, inizialmente siamo stati colti di sorpresa da queste circostanze così spaventose e difficili da immaginare, ma ora abbiamo iniziato ad adattarci, ora continuiamo con le nostre vite rispettando le ormai imprescindibili norme di sicurezza.

Laddove manifestazioni internazionali stanno puntando ancora adesso sull’online, la 77ª Mostra d’arte cinematografica di Venezia (che sarà ricordata come Il primo festival internazionale di cinema in era Covid) si è tenuta, invece, in presenza, dal 2 al 12 settembre 2020 in una atmosfera piuttosto serena e distesa che fa ben sperare per il futuro. Un plauso va quindi agli organizzatori che l’hanno resa possibile, dimostrando come non sia affatto inconcepibile gestire una manifestazione di grande richiamo come questa, in grande sicurezza. 

Chi ha vinto il famigerato Leone d’oro, il premio più importante in palio? Nomadland è un film, davvero sorprendente, tutto al femminile: scritto, diretto, montato e co-prodotto dalla giovane regista sino-americana Chloé Zhao, classe 1982, tratto dall’omonimo romanzo di Jessica Bruder. La regista, acclamata dalla critica, si era già fatta un nome negli ambienti del cinema indipendente nonostante la sua giovane età (da tenere presente che nell’ambito dei registi cinematografici gli anni delle persone si contano all’inverso di quelli dei cani: un settimo di quelli che si hanno realmente!); ultimamente si sta aprendo anche ad un cinema più mainstream, come dimostra il contratto firmato con i Marvel studios. Il film è interpretato dalla pluripremiata (ben due Oscar all’attivo) Frances McDormand, attrice feticcio dei fratelli Cohen praticamente onnipresente nei loro film sin dai tempi di Fargo, che l’ha resa celebre al grande pubblico.

Una meditazione lunga 108 minuti su luoghi, case, persone e sul rapporto che abbiamo con essi, questo è ciò che desidera ispirare in noi questa pellicola. Fern, la protagonista, è una donna di mezza età che si ritrova catapultata nelle retrovie della società perché ormai ha perso praticamente tutto: non ha più un marito, non ha più un lavoro, non ha più una casa, non sembra più esserci decoro nella sua vita. Ma Fern è anche una persona molto coriacea che desidera continuare a vivere. Ciò per cui la vediamo lottare continuamente nel corso del film è la sua inestinguibile volontà di non sprofondare in se stessa, al fine di non smarrire ciò che per lei è veramente importante, la sua dignità di essere umano.  

Così la vediamo mentre si muove per lo sconfinato territorio geoclimatico americano a bordo di un vecchio van che al contrario del suo nome “avangard” è piuttosto fatiscente e consumato dai chilometri percorsi. Si imbatte in una straordinaria varietà di personaggi, ambienti e condizioni climatiche in giro per tutto il paese, in un girovagare le cui uniche costanti sono i campeggi dei nomadi che frequenta, l’asfalto e le sue quattro ruote. Il veicolo che guida è un vero e proprio catorcio, quello che può permettersi, ma è davvero tutto per lei, perché è diventato la sua casa, e in quanto casa è il luogo per eccellenza della cura. Pratica che in lei si esprime nell’amore per gli oggetti, a cui tiene moltissimo, e soprattutto dei ricordi, che tuttavia, il più delle volte, sono davvero dolorosi. La riflessione della pellicola sulla tematica dell’abitare si sintetizza in una bellissima frase pronunciata all’inizio dalla protagonista.

«I don’t have a house but i have a home» dice Fern, riflettendo ad alta voce su una conversazione avuta qualche tempo prima con un’amica del passato.

Il film ha un taglio che sembra quasi documentaristico, ed è proprio qui che sta la vera grandezza della Zhao, ovvero quella di essere stata in grado di arrivare alla metafora, all’essenziale della questione, attraverso un realismo privo di retorica, arte in cui Pasolini fu grande maestro. Ed ecco che le persone comuni di cui facciamo conoscenza nel film (la maggior parte delle quali sono interpretate da attori amatoriali, nomadi nella realtà) ci parlano con una genuinità disarmante, ci appaiono spezzati ma forti, mesti ma resilienti, e ciò non può che commuoverci.

Degno di nota è soprattutto il personaggio di Linda May, amica della protagonista, affetta da un male incurabile che la porterà verso un inevitabile destino. I paesaggi naturali non sono mai fotografati con piglio celebrativo (leggi Into the Wild), enfatizzante (leggi National Geographic), o devoto (leggi Terrence Malick) ma con onesta sobrietà e una tale dolcezza che sembra accarezzare le guance e dire che andrà tutto bene. Questo scorcio di realtà palpitante incontrata per le strade è in grado di disarmare lo sguardo procurando nella mente dello spettatore una sorta di sublimazione della materia, il tutto senza che la regista abbia mai calcato la mano per fare in modo che ciò avvenisse in maniera forzata.

Il viaggio della protagonista, il suo inquieto errare, è la metafora per eccellenza della vita che non ha uno scopo preciso, un senso generale, ma è composta di tante piccole mete, luoghi e obiettivi parziali, di ostacoli ed espedienti, che fanno di noi ciò che siamo.

La sensazione che emerge dal flusso delle immagini, dai dialoghi e dal sempre puntuale commento musicale del pianoforte di Ludovico Einaudi è quella della contingenza del vivere e della sua irrecuperabile incompiutezza. Una parzialità che, lungi dall’essere disprezzata, va invece onorata e perfino stimata. Il suo, a tratti fatale, vagabondare (reale e metaforico che sia) impostole dalla precarietà del vivere, dalla pesantezza della convivenza civile è il vagabondare di noi tutti, il nostro tragico e nobilitante destino che ci spinge verso una terra promessa irraggiungibile, o che comunque lascia sempre delusi. 

Cos’è che rimane di una donna o di un uomo dispersi, borderline, in autoesilio o messi al bando dalla società? È ancora possibile considerare essere umano qualcuno cui vengono imposte condizioni così umilianti, che è costretto a vivere di espedienti, di lavori saltuari, faticosi, sottopagati e perennemente in viaggio? (icastiche le immagini di Ferm che sgobba in mezzo agli infiniti pacchi degli sterminati magazzini di Amazon). Nietzsche diceva che per vivere da soli bisogna essere o un uomo o un dio, ma Fern si ribella a tutto ciò, mette in pratica quella che è la più grande dote dell’essere umano, come si diceva all’inizio: la capacità di adattamento, la capacità di condurre un’esistenza decorosa in un mondo povero, infimo, che di per sé non concederebbe alcun decoro. E allora è proprio questa la grande capacità degli esseri umani, quella di saper ricominciare, di andare avanti nonostante i traumi e le ferite che a volte sono indelebili, e di non rimanere, in fondo, mai del tutto soli. 

L’essere umano-Fern trova infatti la sua dignità nella società parallela dei diseredati e dei calpestati, nomadi come lei, che si incontrano in una sorta di stadio primordiale della storia della nostra specie, dove ancora si pratica il baratto, ci si rapporta con la natura in modo non mediatico e ci si raccontano storie davanti al fuoco. L’animale asociale, il cacciatore-raccoglitore postmoderno si aggira contorcendosi lungo la Route 66, senza legami fissi, senza un credo, al tempo del crollo delle grandi narrazioni metafisiche che lo giustificavano, ma lo spiraglio per una rinnovata coesione sociale c’è, e nel film è manifesto.

Qui, giù, nella bassezza dei luoghi inospitali, la dimensione umana non è affatto scomparsa, anzi, non è mai stata così presente, viva e materica. «Shall I compare thee to a summer’s day? Thou art more lovely and more temperate» consiglia Fern di scrivere a un giovane ragazzo fuggito di casa che non sa con che parole ricontattare la sua innamorata. Il film ci mostra forse un futuro distopico? Quello che sarà di noi e della nostra società se si porteranno alle estreme conseguenze le moderne contraddizioni sociali, economiche, politiche, ecologiche; se si continueranno ad ignorare le avvisaglie dei pericoli a cui stiamo andando in contro. Forse, ancora, la Zaho ha in mente una concezione del tempo un po’ diversa dalla nostra e un po’ più simile a quella degli antichi, in cui non il continuo progresso, ma la circolarità di un reiterato principio è la chiave.

Ecco che Fern, inserita nella comunità di nomadi (in un immaginario che strizza l’occhio a film apocalittici come quelli della serie Mad Max) compie allegoricamente un viaggio nel tempo (passato o futuro?), fa ritorno agli stadi remoti dell’umanità per scoprirne, oltre alle immense difficoltà materiali e ai dolori mentali, anche una certa fierezza atavica, un’inscalfibile volontà di resistere e di esplorare, come se da qualche parte dentro di noi si conservasse ancora la memoria dei quel modo di vivere ancestrale che un tempo avevamo. Dignità e umanità sono profondamente legati: solo una vita dignitosa è degna di essere vissuta. Questa comunanza è la ricetta per resistere ai cambiamenti drastici del presente ed il nucleo da cui ripartire per ogni nuovo progetto di futuro. 

«Dove vai Fern? Sei tutta sola, oppure le persone che abbiamo incontrato, non ci hanno, in realtà, mai abbandonato; oppure il mondo è davvero piccolo, e ci rincontreremo tutti, prima o poi, lungo la strada».

Articolo di Riccardo Piccolo.

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