Non c'è onore nel delitto d'onore

«Non c’è onore nel delitto d’onore»

Due notizie lontane: Maria Paola Gaglione, la ragazza uccisa a Caivano dal fratello perché amava Ciro, un ragazzo trans. In Pakistan la Corte Suprema respinge il ricorso di un uxoricida e lo lascia in carcere, dichiarando che «non c’è onore nel delitto d’onore».

Una storia finita in tragedia, e una che sa di giustizia: ma alla radice c’è lo stesso crimine, l’assassinio di una donna da parte di un uomo della famiglia per mettere fine alla sua libertà. 

Di femminicidio si parla spesso, da qualche anno a questa parte, ma in maniera quasi sempre astratta: i numeri delle vittime che vengono pubblicati alla fine dell’anno, dibattiti sulla necessità di mantenere una parola specifica per il crimine, manifestazioni in occasione della festa della donna.

Ma quando succede di nuovo, un altro omicidio, un’altra donna uccisa, e l’attenzione della stampa si concentra sui dettagli della sua vita e della sua morte, il fenomeno diventa ancora più concreto e aberrante. E diventa chiaro che l’orrore è lo stesso, in provincia di Napoli come nel cuore della penisola indiana. 

Maria Paola è stata uccisa dal fratello perché il suo fidanzato, Ciro, è biologicamente di sesso femminile ma di identità maschile: qualcosa di inaccettabile per la famiglia di lei, che ora lo difende supportando la sua versione per cui avrebbe voluto darle una lezione, dato che era «infettata».

Parole deliranti che, secondo Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay, sono sintomo di una più generale malattia nella cultura italiana: «la relazione tra Maria Paola e Ciro, il suo compagno trans, diventa il bersaglio di una società transfobica», commenta, «che elegge a suo sicario un maschio, il fratello di Maria Paola, che in linea con la cultura patriarcale del nostro Paese si sente in diritto di decidere della vita della sorella». 

Mohammad Abbas, invece, ha ucciso la moglie nel 2009 per sospetta infedeltà: condannato a morte, ha poi ottenuto una riduzione di pena all’ergastolo, per aver sparato un unico colpo. Di recente aveva chiesto la scarcerazione con il pretesto del ghairatl’onore che sarebbe stato movente dell’omicidio: una parola che al giudice è sembrata soltanto inammissibile.

Un passo importante per un Paese come il Pakistan, che sta procedendo ora alla promulgazione di una legge che limiti i delitti sulle donne.

Questi spesso non arrivano neanche in tribunale, poiché considerati culturalmente accettabili. Giuridicamente il delitto d’onore (karo kariin lingua urdu) è vietato dal sistema giudiziario pakistano, ma nella pratica si tratta di una consuetudine talmente radicata da risultare anche di difficile monitoraggio: il Pakistan conta il numero pro capite più alto nel mondo di delitti d’onore, circa mille donne ogni anno, un quinto dei casi registrati globalmente. Ma si stima che gli omicidi non documentati, nascosti dall’omertà dei familiari, siano molti di più. 

Il problema, in Pakistan come ancora troppo spesso in Italia, sta nella mentalità. Deve naturalmente sussistere un apparato giudiziario che garantisca adeguata punizione agli omicidi: ma per sradicare del tutto il fenomeno occorre agire sul sistema culturale, con strumenti non sempre facili da individuare.

La legge Zan contro l’omotransfobia e la misoginia, approdato alla Camera i primi di agosto, è un buon passo in questa direzione: se tale testo passasse, sarebbero modificati gli articoli 604-bis e 604-ter del Codice penale sui reati di violenza e discriminazione, con l’introduzione di una clausola specifica per le aggressioni determinate dall’orientamento sessuale.

In fondo ha ragione quel giudice della Corte Suprema pakistana, quando dice che bisognerebbe smettere di tradurre ghairat con “onore” e sostituirlo con “arroganza”.

Quello che pensano di fare gli assassini è ripristinare l’onore della famiglia sopprimendo la donna inquinatrice; quello che fanno in realtà è macchiare di vergogna se stessi e l’intera società contemporanea che non è stata in grado di proteggere quella donna.

Michela La Grotteria
Made in Genova. Leggo di tutto per capire come gli altri vedono il mondo, e scrivo per dire come lo vedo io. Amo le palline di Natale, la focaccia nel cappuccino e i tetti parigini.

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