Philippe Petit, il funambolo tra le nuvole

Philippe Petit, il funambolo tra le nuvole

«I limiti esistono soltanto nell’anima di chi è a corto di sogni». Il messaggio è limpido, diretto, audace, senza perdere la grazia dell’innocenza. Poche parole che racchiudono tutto il senso dell’esistenza di Philippe Petit passato alla storia come il funambolo francese che osò sfidare il cielo il 7 agosto 1974 camminando a più di 400 metri dal suolo su un sottilissimo cavo d’acciaio appeso tra le Torri Gemelle.

Ma la storia di Philippe inizia molti anni prima. È una storia, la sua, costruita sulla basa di un rifiuto alla tranquillità, alla placida vita quotidiana. Philippe, un giovane scanzonato che, fin da giovane, decise di girare il mondo come artista di strada per vivere un amore nei confronti del funambolismo, un amore pericoloso tanto da essere arrestato in più di 500 occasioni. Un amore che diventa, per lui, una metafora.

Il primo passo sulla fune rappresenta la nascita, i passi successivi la crescita, il passo di lato inevitabilmente la morte. Tutto il senso della vita racchiuso in pochi passi, sospesi tra le nuvole.

È il 1971 quando Philippe Petit decide di mostrarsi alla Francia nella sua essenza di funambolo. All’età di 22 anni sceglie come teatro per la sua prima esibizione la cattedrale di Notre-Dame camminando sospeso nel vuoto su una corda tesa tra i due campanili dell’edificio. Terminato lo spettacolo, di fronte a centinaia di persone incuriosite, ecco arrivare il primo arresto da parte della gendarmeria francese. Sarà poi la volta dell’Australia, di Sydney, della sua camminata tra i piloni dell’Harbor Bridge. Girerà per il cielo del mondo con l’obiettivo di far comprendere alle persone sotto di lui lo stile, l’animo e la nobiltà di quella sacra camminata capace di libertà.

Fino ad arrivare alle origini di quell’unico grande gesto. Origini, che pongono le proprie radici in uno studio dentistico della Ville Lumiere. È proprio in quella sala d’attesa che, tra le riviste sparse su un tavolino, la sua attenzione viene catturata da un articolo sull’imminente inaugurazione delle Twin Towers. Una vera e propria folgorazione che lo porta a volare fino a New York per realizzare il suo sogno leggendario: attraversare, su un filo d’acciaio e senza protezioni, la distanza che separava i due edifici del World Trade Center. «Sul peggiore cavo mai usato», rivelerà poi in un’intervista successiva uno dei suoi aiutanti.

La parte più difficile dell’impresa fu la pianificazione, che durò sei anni.

Petit e la sua squadra avrebbero dovuto progettare e allestire un cavo che potesse essere teso per una distanza di 42 metri e che resistesse al vento e all’eventuale maltempo all’elevazione di 417 metri. Tutto ciò eludendo la sicurezza delle Torri. Per riuscirci, affittarono un elicottero per fotografare i palazzi, studiarono e fecero pratica per anni, e si intrufolarono nel palazzo con dei documenti falsi, rimanendo nascosti tutta la notte sotto un telo. Così, dopo settimane di preparazioni, sopraluoghi aggirando la sorveglianza e un chiodo conficcatosi nel piede, quel funambolo autodidatta fu pronto per la sua passeggiata tra le nuvole.

Sono da poco passate le sette di una mattina d’agosto quando Petit raggiunge il tetto della Torre Nord e tende un cavo, spesso poco meno di tre centimetri, su cui camminerà per oltre quarantadue metri per raggiungere la Torre Sud. Ad aiutarlo solo un’asta per l’equilibrio. Sotto i suoi piedi 417 metri e 110 piani lo separano da newyorchesi stupiti e poliziotti pronti ad arrestarlo.

Il sole sale, non c’è un filo di foschia. Né vento. E lui, là, nell’infinità del cielo, gioca. Come fosse la cosa più naturale del mondo. Gioca la vita per un gesto. Un gesto che sorge con lui e con lui scomparirà. Importa? Forse. Perché è questo il potere che hanno, i gesti, d’essere condivisi da chi ne è stato spettatore. E farsi mitologia nel racconto delle loro vite. Perché il gesto resterà là, immenso, nel cielo del 1974, una mattina d’agosto. E negli occhi di chi l’ha guardato.

La traversata dura 45 minuti, durante i quali fece avanti e indietro da un’estremità all’altra otto volte, ballò, si sdraiò sul cavo, salutò il pubblico che lo guardava da sotto inginocchiandosi. Ebbe il privilegio di poter guardare il mondo da un’altra prospettiva ed il potere di rapire gli occhi di New York, facendole dimenticare tutto. Lui, piccolo, leggero, folle, ubriaco ed invincibile. Nonostante l’inferno sotto i suoi piedi, lui come un ubriaco, come un gabbiano felice, cammina nel cielo.

Scese solo quando iniziò a piovere. Venne immediatamente arrestato.

«Ho visto un pezzetto di cielo, signor giudice, che è precluso a lei, e ad ogni altro. Non è come stare su elicottero, che ti sorregge. A me m’ha tenuto là solo quel progetto che avevo accarezzato ragazzino, e mi ha spronato, motivato, senza farmi desistere». Questo, dice Petit in tribunale, al procuratore. Fiero e tranquillo, come chi vede qualcosa di incredibile. Il verdetto è d’assoluzione con la pena simbolica di doversi esibire tutti i giorni a Central Park per i bambini di New York. Così stabilì il giudice, una mano sulla coscienza, e l’altra affondata nei sogni di una giustizia d’infanzia, astratta e perfetta.

Non si sa, se, emesso il verdetto, glielo abbia domandato, il giudice, il perché. Di quell’impresa. Si racconta, però, che alla domanda degli agenti che lo arrestavano, Philippe abbia detto soltanto: «Quando vedo tre arance, faccio il giocoliere, quando vedo due torri, ho voglia di passare da una all’altra». 

La sua performance fu definita il “crimine artistico del secolo”, e ispirò e commosse i testimoni oculari e con loro tutto il mondo. In un momento in cui le Torri Gemelle erano ancora impopolari e criticate per il loro design, Petit diede loro grande visibilità e cambiò – fino all’11 settembre 2001 – il loro ruolo nell’immaginario collettivo.

Una storia straordinaria, la sua. Una storia che rende omaggio a tutti quegli uomini e quelle donne che, invece, una mattina di settembre non hanno avuto nessun’altra alternativa se non quella di lasciarsi andare nel vuoto. Fa riflettere e pensare che anche noi, proprio in questo momento, potremmo essere nel cielo, o quello che per noi esso rappresenta, a fare la nostra passeggiata tra le nuvole.

Perché nell’arte, come nella vita, non esiste un perché. L’arte, in fondo, è perché. Tautologia. Paradosso, ma pieno d’una mordace saggezza. La bellezza di poter camminare nel modo più adatto a noi e di comprendere cosa voglia dire, per noi, vivere in libertà.

Immagine di copertina: ©Alan Welner

Giulia Ghirardi
Scrivo quello che non riesco a dire a parole. Amo camminare sotto la pioggia, i tulipani ed essere sorpresa. Sono attratta da chi ha qualcosa da dire, dall'arte e dalle emozioni fuori luogo. Sogno di vedere il mondo e di fare della mia vita un capolavoro.

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