Pillole di economia. Il nuovo orientamento della FED

Le tematiche di carattere economico rientrano senza dubbio in quel ventaglio di argomenti spesso difficili da comprendere a fondo per chi non ne ha mai approfondito lo studio. Abbiamo deciso di dare vita a questa rubrica nella quale cercheremo di sviscerare, con il linguaggio più semplice e accessibile possibile, vari temi economici legati all’attualità. A questo link trovate le scorse puntate.


L’estate 2020, ormai (finalmente?) finita, è stata sicuramente una stagione particolare, nella quale in realtà l’attività è stata molto intensa, e, soprattutto ai vertici economici mondiali, ben pochi si sono lasciati trasportare dall’ozio che il caldo porta con sé. 

Tra coloro che non hanno sicuramente avuto occasione di farsi una vacanza troviamo Jerome Powell, il presidente della FED, ossia della Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti. La condizione del suo Paese non è certo delle più rosee: uno Stato affaticato da un’epidemia (che ha colpito violentemente consumi e profitti aziendali), da importanti disordini legati alle proteste antirazziste, e da un’elezione presidenziale ormai alle porte. Tutti questi fattori hanno fatto sì che Powell dovesse sbrogliare una situazione critica: a fine agosto infatti il PIL (qui è spiegato di cosa si tratta) si attesta a -31,7%, certamente un bel colpo per il Paese che aveva nella forza economica il suo cavallo di battaglia. Ovviamente occorreva cambiare qualcosa affinché l’economia si riprendesse. E’ stato così annunciato un cambio di rotta negli obiettivi della FED: mantenimento dei tassi bassi, qualunque sia il tasso di disoccupazione, e quindi l’inflazione (spiegata qui), il più a lungo possibile.

Non è sicuramente una politica facile da capire, cerchiamo oggi quindi di spiegare a grandi linee concetto per concetto, per avere un’idea di cosa vedremo oltreoceano nei prossimi mesi.

Partiamo dal tasso di interesse basso: sapendo che il tasso è il “costo del denaro” – ossia la quantità che chi dà soldi in prestito riceve in più oltre alla somma concessa nel momento della restituzione – ciò significa che, anche se dovesse aumentare l’inflazione oltre il 2% che ad oggi è considerata la percentuale ideale per la stabilità, quindi se il denaro dovesse costare di più, il tasso verrà mantenuto basso. In precedenza esso veniva aumentato in modo da scoraggiare il consumo, facendo abbassare nuovamente i prezzi alzati dalla crescita dell’inflazione. Fin qui ha tutto senso: manteniamo i tassi stabili garantendo circolazione economica. 

Quindi qual è il ruolo del tasso di disoccupazione, aumentato proprio a causa della crisi?

Grafico occupazione. Fonte: BBC

La disoccupazione è in stretta relazione con l’inflazione, i due tassi sono infatti legati da una relazione inversa: all’aumentare della disoccupazione diminuisce l’inflazione e viceversa. In una semplificazione quasi barbara: in una fabbrica lavorano tante persone per la produzione del prodotto x, queste persone ricevono un salario che rientra nei costi di produzione della fabbrica, per coprire il salario di tutti i suoi lavoratori e avere anche un profitto deve aumentare il prezzo del prodotto x, viceversa, meno lavoratori implicano meno costi di produzione quindi prezzo di x più basso. Ecco ora applicate questo esempio a tutto un Paese. Come mostra la curva di Phillips le cose sono un po’ più complicate, ma così il ragionamento della FED inizia ad avere un significato.

Grafico curva di Phillips, fonte.

Ovviamente il tasso di disoccupazione si collega anche con il PIL di uno Stato, al crescere dell’uno diminuisce l’altro e viceversa (anche se non in maniera del tutto proporzionale, ma questo è un discorso complicato, spiegato dalla legge di Okun, per i più curiosi). Tutto ciò implica che la Banca Centrale, e in generale la politica economica di un Paese, debba stare attenta a mantenere l’equilibrio tra i tre fattori, ed è questo il motivo per cui l’inflazione al 2% viene ritenuta ideale, perché garantisce stabilità tra occupazione, ricchezza del Paese e costo del denaro.

Possiamo quindi tirare le conclusioni su cosa vuole fare la FED: “ignorare” la crescita dell’inflazione favorendo così una relativa crescita dell’occupazione e quindi del PIL. Non bisogna pensare però che adesso gli USA lasceranno aumentare l’inflazione liberamente, sarebbe insostenibile: semplicemente come ha chiarito lo stesso Powell, non si alzeranno più i tassi come misura preventiva per un eventuale rialzo dell’inflazione, bensì si attenderà di avere un effettivo aumento della stessa per intervenire sul valore della moneta, dando più tempo così al Paese di “riprendersi” dalla condizione critica che sta attraversando. 

Si precisa che è comunque precoce giudicare questa idea che rimane al momento solo una proposta, la quale non ha ancora avuto risvolti pratici. Solo nei prossimi mesi sapremo se effettivamente gli sforzi estivi della Banca porteranno a un miglioramento concreto della situazione americana.

Martina Di Paolantonio
Dal 1999 faccio concorrenza all'agenzia di promozione turistica abruzzese, nel tempo libero mi lamento per qualsiasi cosa.

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