Il futuro delle due riforme simbolo del governo gialloverde

Nelle ultime settimane, due delle più note riforme introdotte dal governo gialloverde sono finite sotto i riflettori a causa delle parole pronunciate dal premier Giuseppe Conte e dal presidente di Confindustria Carlo Bonomi. Si tratta di quota cento e del reddito di cittadinanza, spesso etichettate rispettivamente come “un trattamento di pensione anticipata” e “un reddito minimo all’italiana”. Vediamole più da vicino.

Quota cento

Lo scorso 26 settembre, intervenendo al Festival dell’economia di Trento, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dichiarato di non essere intenzionato a prolungare il periodo sperimentale iniziato il 28 marzo 2019 – data della pubblicazione in gazzetta ufficiale del famoso “decretone” – e prossimo alla scadenza, fissata per la fine del 2021. Esso prevedeva che durante questi tre anni ai lavoratori che avessero maturato i requisiti necessari (62 anni di età e 38 di contribuzione), sarebbe stato concesso di accedere anticipatamente alla pensione, con grande sollievo di chi temeva di dover aspettare i 67 anni fissati dalla legge Fornero. Al termine del triennio, tuttavia, sarà inevitabile il ritorno ai rigidi requisiti imposti da una legge emanata in piena crisi economica, pur ammorbidita da alcuni interventi successivi (come l’APE sociale introdotto nel 2017 dal governo Renzi).

Nella foto: Tonia Mastrobuoni, Tito Boeri, Giuseppe Conte al Festival dell’Economia di Trento. Foto di Daniele Paternoster. Fonte: ufficiostampa.provincia.tn

Matteo Salvini non ha perso l’occasione di commentare le parole di Conte con un polemico post su Facebook in cui garantisce che la Lega non permetterà il ritorno alla legge Fornero. Ma se questa eventualità è considerata così minacciosa, per quale motivo quota cento non è stata concepita sin dall’inizio come una riforma strutturale? Quali erano le intenzioni di Salvini per il 2022, anno in cui il governo di cui faceva parte avrebbe dovuto essere ancora in carica se lui stesso non avesse ritirato la fiducia?

La spiegazione apparentemente più esaustiva è che una visione lungimirante e organica mancasse sin dall’inizio.

Al di là delle diverse reazioni che l’imminente addio a quota cento ha provocato – Matteo Renzi ha parlato di un opportuno «passo in avanti», con cui l’Italia supera una riforma «populista e demagogica» – mettere mano al sistema pensionistico italiano è una necessità che il governo non può continuare ad ignorare: come evidenziano ormai da tempo numerosi esperti del settore, occorre porre fine al paradosso per cui nel nostro Paese la spesa destinata all’ambito pensionistico rimane una delle più elevate in Europa nonostante le numerose riforme sottrattive (da Amato alla Fornero), ma contemporaneamente i redditi della maggior parte degli anziani risultano molto modesti.

Inoltre, le riforme vanno adeguate al radicale cambiamento che ha interessato il mercato del lavoro: il modello di riferimento non può più essere l’operaio industriale, con una carriera continuativa e un salario fisso. Al centro dell’agenda, ad esempio, devono essere posti gli interessi dei giovani rider, oltre che di coloro che svolgono lavori usuranti. È proprio a quest’ultima categoria che il premier ha dichiarato di voler rivolgere particolare attenzione nel delineare le prospettive del futuro sistema pensionistico italiano: i nostri occhi attenti aspettano di vedere le parole trasformarsi in fatti.

Reddito di cittadinanza

L’ultimo attacco a questa misura, introdotta con lo stesso “decretone” di cui sopra, è arrivato lo scorso 29 settembre: «i sussidi non sono per sempre, né vogliamo diventare un Sussidistan» ha dichiarato Carlo Bonomi in occasione dell’assemblea di Confindustria. Fermo restando che le parole di Bersani («in Italia, di solito, si chiama assistenzialismo i soldi che vanno agli altri») dovrebbero quantomeno essere lo spunto per una sincera autocritica, è chiaro che il reddito di cittadinanza, per come è stato pensato e realizzato dai Cinque Stelle, presenta dei punti deboli.

Fonte: assoimmobiliare.it

L’idea di garantire un reddito minimo a tutti coloro che si trovano al di sotto di una soglia di povertà (evidentemente stabilita dal legislatore) non è certamente un’invenzione italiana.

Al contrario, il nostro paese è stato uno degli ultimi in Europa ad introdurre una misura assistenziale di questo genere. Erede del reddito di inclusione inaugurato dal governo Gentiloni nel 2018, il reddito di cittadinanza realizza un progetto la cui necessità era stata evidenziata nel lontano 1992 da una raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea, che invitava ciascuno Stato Membro a garantire «il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana». Quello italiano è, dunque, un ritardo, i cui effetti si sono manifestati in tutta la loro drammaticità in seguito alla Grande Recessione (secondo un rapporto dell’Istat, nel 2012 il 29,9% delle persone residenti in Italia erano a rischio povertà o esclusione sociale, contro una media europea pari al 24,8%).

Più che denunciare il “fornire un reddito a chi sta sul divano”, bisognerebbe concentrare l’attenzione sugli aspetti veramente problematici di questa politica di contrasto alla povertà, caratterizzata da una carenza di controlli e da una scarsa efficacia delle politiche attive del lavoro, concepite con l’obiettivo di evitare l’effetto disincentivante che la percezione di un reddito minimo può generare. In altre parole, è vero che «chiunque, al fine di ottenere indebitamente il beneficio […] rende o utilizza dichiarazioni o documenti falsi o attestanti cose non vere, ovvero omette informazioni dovute, è punito con la reclusione da due a sei anni», tuttavia, per poter applicare la sanzione, è necessario individuare i “furbetti”. Inoltre, l’idea che in pochi mesi sarebbe stato possibile colmare le storiche lacune dei centri per l’impiego risultava fin dall’inizio un’utopica illusione.

Proprio su quest’ultimo aspetto si è soffermato il premier durante il sopracitato Festival dell’economia, affermando che occorre «riorganizzare un network per offrire un processo di formazione e di riqualificazione ai lavoratori». Poco tempo dopo, inoltre, Conte ha fatto sapere che la ministra dell’Innovazione Paola Pisano e il presidente dell’Anpal Domenico Parisi sono al lavoro per sviluppare un’app nazionale grazie alla quale sarà possibile incrociare domanda e offerta di lavoro.

Articolo di Erica Ravarelli

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