Il politicamente corretto e altri mostri spaventosi

Il politicamente corretto e altri mostri spaventosi

28 agosto 2020: Luigi Di Maio, attuale Ministro degli Affari esteri, pubblica sui social un post per raccogliere alcuni dei centinaia di meme che ironizzano sulla sua pelle, diventata scurissima a causa del sole estivo. Una bufera si scatena sui social, chi è contro la scelta comunicativa del ministro, chi invece difende la sua autoironia. Intanto, nel mondo infuriano le proteste di Black Lives Matter.

12 settembre 2020: Maria Paola Gaglione, una giovanissima ragazza campana, viene uccisa mentre è in motorino con il suo fidanzato, Ciro Migliore, dal fratello Michele Antonio. Michele era contrario alla relazione tra i due, in quanto Ciro è un ragazzo transessuale (FtM): è questo il motivo alla base di quello ”scherzo finito male”. Ad aggravare la situazione, i media italiani: giornali e telegiornali più popolari definiscono la relazione tra Ciro e Maria Paola omosessuale, riferendosi al ragazzo sempre al femminile e arrivando addirittura a chiamarlo ”Cira”.

22 settembre 2020: Alessandro Sallusti, penna de «Il Giornale», è ospite su La7 a Dì Martedì insieme a Concita De Gregorio, editorialista di «La Repubblica», e Michele Emiliano, appena confermato Presidente in Puglia. Il dibattito, moderato da Giovanni Floris, prosegue senza intoppi finché De Gregorio non si rende conto di essere l’unica a cui Sallusti si riferisce chiamandola per nome proprio. Sale la tensione, Sallusti tenta di allentarla ironizzando sulla perplessità della collega, chiamandola ripetutamente ”dottoressa”, intanto Floris cerca di banalizzare e riportare l’attenzione sul dato politico; De Gregorio continua a sottolineare che non intendeva sollevare polveroni, ma solo essere trattata come gli altri presenti, almeno davanti al telespettatori.

Che cosa hanno in comune i meme di Di Maio, un fatto di cronaca nera e un talk show televisivo?

L’uso scorretto di immagini e parole da parte di soggetti che si rivolgono a un pubblico vasto e diversificato, come gli utenti dei social e i telespettatori italiani, per esempio.

Tre casi emblematici di uso indiscriminato di immagini e termini denigratori o offensivi, maneggiati con eccessiva leggerezza e\o nascosti dietro a una risata. Innocenti se manca l’intento di ledere, si fa per scherzare, non si può prendere tutto sul serio: eppure, quello che fa ridere alcuni è quanto di più doloroso c’è nella vita di altri.

È in questo contesto che si colloca la questione del politically correct, ”una linea di opinione e di atteggiamento personale estremamente attenta al rispetto generale, soprattutto nel rifuggire l’offesa verso determinate categorie di persone”, secondo la definizione che ne dà Wikipedia.

Da una parte c’è chi lo ritiene indispensabile per garantire almeno formalmente una parità di trattamento, dall’altra chi lo reputa un dogmatismo inutile e impossibile da rispettare.

In parole povere, è polemica tra chi critica l’eccessiva leggerezza, e chi risponde con un classico ”fatti una risata”, invocando clemenza per un errore di poco conto: non sarà certo un aggettivo al maschile, o il chiamare una donna per cognome, a cambiare finalmente il mondo.

Sempre sui social network poi, i meme hanno preso ormai il sopravvento nei nostri feed, superando il dibattito sul politically correct proprio in nome dello scopo per cui sono creati: far sorridere. Pare quindi che non sia il caso di offendersi quando un uomo di colore viene paragonato a uno schiavo, o una donna a un oggetto sessuale, né tanto meno pare lecito polemizzare, se l’intento era di far sorridere. La chiave per partecipare è prendere tutto con leggerezza, per occuparsi nelle sedi preposte dei problemi realmente importanti.

Ma quali sono i problemi importanti? Quali le sedi preposte?

Non sembra possibile risolvere una questione così annosa e divisiva in poche righe: da una parte, ciascuno è libero di usare i propri account e la propria libertà di pensiero come meglio crede, dall’altra è impossibile celare l’offesa delle categorie di persone che sono spesso oggetto dello scherno più becero, anche negli spazi istituzionali.

Quel che è certo è che un’immagine o una parola usata impropriamente assume un peso ben diverso se condivisa da un’istituzione, da un giornalista o da un account privato, quasi sempre anonimo.

Per il momento, sono in pochi nello spazio pubblico a riconoscere l’importanza di un linguaggio inclusivo, non violento e non discriminatorio, tanto che i responsabili degli scivoloni sopracitati non hanno pagato alcuna conseguenza.

E allora la domanda sorge spontanea: per quanto ancora sentiremo parlare di questi scivoloni? Forse è arrivato il momento, anche nel Bel Paese, di rivedere la gerarchia tra intrattenimento e rispetto della persona: un sorriso non può più prevaricare sulla dignità, specialmente politica.

Articolo di Cristina delli Carri.

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