Politica, attivismo e social media: intervista a Viola Carofalo

Viola Carofalo è docente e ricercatrice universitaria, attivista e portavoce nazionale di Potere al Popolo, partito – o meglio, movimento – di sinistra di recente formazione e che conta tra le sue fila numerosi giovani. Nei giorni successivi alle elezioni regionali e al referendum abbiamo parlato con lei dei principali temi di attualità e del modo di fare politica oggi.

Come è nato Potere al Popolo e quali sono gli obiettivi principali?

Potere al popolo è nato a novembre del 2017, quando io frequentavo il centro sociale ex OPG Je so’ pazzo di Napoli e lì si discuteva delle elezioni politiche di marzo 2018. Nonostante la maggior parte di noi non avesse dimestichezza con il piano elettorale e alcuni non avessero mai votato, stante l’impressione di un’imminente avanzata delle destre e l’assenza di alternative a sinistra (se non il PD, la cui linea non condividiamo), abbiamo deciso di provare e convocare un’assemblea a Roma per la settimana successiva: hanno riposto in diverse migliaia e inizialmente si sono aggiunti partiti della sinistra radicale, poi rimasti nella loro identità strutturata. Noi abbiamo quindi proseguito con i nuovi gruppi che si erano avvicinati a noi, impegnati in questioni sociali, ambientalismo, sindacato, antirazzismo, fuori dalla sinistra classica.

L’obiettivo principale era costruire le Case del Popolo, strutture territoriali che svolgono lavoro mutualistico, sociale, sindacale: ce ne sono ad oggi diverse decine, nate senza sovvenzioni pubbliche o private. Negli ultimi anni, in politica, si è spesso pensato in maniera binaria alle strade di attività politica e attivismo. Il nostro tentativo consiste nel conciliare questi due aspetti e l’unico modo per farlo è giocare su entrambi i piani, non semplicemente alternandoli a seconda della situazione: avere rappresentanza istituzionale, anche nel piccolo, significa fare miglior lavoro sociale; fare buon lavoro sociale significa riempire di contenuti la rappresentanza. 

Cosa pensi dei risultati ottenuti nelle elezioni regionali, in particolare nella vostra regione di provenienza, la Campania, e del risultato del referendum?

La sinistra radicale dalle regionali è uscita molto male e ciò significa che questo spazio in Italia è molto limitato. Al di là delle responsabilità e dei limiti individuali e dei movimenti, c’è da rilevare una tendenza complessiva che va in questa direzione e tante figure significative scelgono così di abbandonare la politica o di entrare nel PD, come unico modo per continuare fare politica. Dopo questi risultati c’è stata una reazione diversa rispetto alle politiche del 2018, quando la gente era colpita dalla residualità che rappresentava la sinistra radicale: abbiamo ricevuto tanti messaggi di incoraggiamento che evidenziavano l’emergenza di un problema strutturale rispetto al modo di fare politica.

Tutti sapevamo che avrebbe vinto il sì al referendum, ma noi abbiamo sostenuto le ragioni del no, perché lo strumento democratico deve, se possibile, funzionare bene. Il Parlamento, per come è ora, non funziona alla grande, ma il fatto che oggi un’istituzione funzioni in questo modo non significa che debba necessariamente funzionare così e se noi ci priviamo a monte di uno strumento sarà difficile recuperarlo. Ho fiducia, comunque, che ci possa essere un elemento trasformativo dal basso: siamo in un momento in cui le persone, tante volte deluse dai partiti, hanno voluto vendicarsi, all’interno di un clima di sfiducia e di antipolitica. 

Il lockdown ha colpito duramente scuola e università, con le conseguenti difficoltà di riprendere e possibili aumenti del tasso di abbandono degli studi. Si è anche discusso di un piano per rendere l’università gratuita per tutti: è qualcosa che per te ha senso? 

L’università dovrebbe essere gratuita per quelli che non la possono pagare o che sono in condizioni per cui diventa un aggravio pesante: le persone che possono permetterselo dovrebbero pagare per fare in modo che chi non può permetterselo possa ottenere borse di studio, alloggi e libri. So che questo ragionamento va in conflitto con l’indipendenza e l’autodeterminazione degli individui, ma dal mio punto di vista è più importante garantire di andare all’università a chi non può e, soprattutto, garantire un’università di qualità.

Ero molto preoccupata per la scuola durante il lockdown: la didattica a distanza può essere penalizzante, per motivi diversi, in tutte le fasi del percorso di formazione. Il grande problema è stato il poco supporto dato agli insegnanti che, abbandonati a loro stessi, hanno dovuto tradurre la didattica classica in DAD. Bisogna trovare un modo per tornare al funzionamento regolare di scuola e università per la dimensione della socialità: l’interfacciarsi è insostituibile e fondamentale negli anni della formazione.

Il tuo tatuaggio riporta una frase della Medea di Euripide: il mito è stato ripreso da Christa Wolf, la quale attribuisce a Medea un “secondo sguardo”. Pensi che le donne, e in generale le minoranze e chi fino ad ora è stato e continua ad essere escluso dai tavoli delle grandi decisioni, possiedano un secondo sguardo che permette di analizzare in maniera differente e più profonda le questioni?

Dal punto di vista essenzialistico, non ho una visione totalmente schiacciata sulla differenza: non credo che le donne siano portatrici in maniera essenziale ed esperienziale di una differenza. Penso che il fatto di vivere da subalterni possa stimolare e far emergere movimenti di coscienza maggiori, ma che non sia automatico. Non penso che tutte le persone discriminate siano portatrici di verità, ma che la loro esperienza sia la verità nel nostro contesto: una condizione di sfruttamento e sottomissione, in tutte le sue forme, rileva l’ingiustizia di fondo del nostro sistema. 

Mi sembra che l’intersezionalità non sia un processo automatico: il rischio è che ciascun soggetto si chiuda nella sua particolarità e battaglia specifica, frammentando lotte e rivendicazioni che potrebbero essere più estese. Capisco la necessità di preservare elementi peculiari di esperienza vissuta, ma credo che bisognerebbe fare uno sforzo di sintesi dal punto di vista rivendicativo, soprattutto per poter ragionare e praticare in chiave intersezionale.

Si è parlato di un peggioramento della condizione femminile in ambito lavorativo post-lockdown e gli ultimi fatti di cronaca riguardanti femminicidi e l’imposizione di uniformi scolastiche sono spia del persistere di un modello maschilista e patriarcale. Quanto siamo lontani dal raggiungere la parità di genere, non solo in ambito lavorativo, ma anche nella rappresentazione?

Le donne nel lockdown non solo sono state più espulse dal mondo dal lavoro o è stato ridotto loro l’orario di lavoro, ma sono anche quelle – e le due cose sono complementari – su cui automaticamente è gravato il lavoro di cura. Il lockdown è stato rivelatore di una serie di falle già presenti nella società, dai limiti del sistema sanitario alle ingiustizie dal punto di vista economico e rispetto al rapporto di genere. 

La rappresentazione del rapporto tra i generi pesa molto e io, nel mio piccolo, sono stata la prima a parlarne. Ma penso anche che si debba fare attenzione a scindere i due piani: non è la rappresentazione in sé che fa espellere le donne dal mondo del lavoro o fa gravare su di loro il peso della cura, ma è la rappresentazione unita a una dimensione strutturale.

È necessario ragionare sulla rappresentazione, perché è un elemento di trasformazione ed emancipazione, ma temo che senza un intervento di carattere strutturale, che si batta per i diritti sociali e civili, possiamo costruire rappresentazioni molto belle, che però restano relegate a pochi eletti colti e istruiti e rischiano di partorire diritti che non possono essere agiti, perché non si ha la forza e possibilità materiale di farlo.  

Il modo di riportare le notizie da parte dei principali quotidiani sembra non allontanarsi da modelli negativi e discriminatori, ma anzi portarli avanti e metterli in prima pagina; al contempo, numerosi attivisti sui social, senza ufficiali competenze giornalistiche, riportano i fatti in maniera più puntuale e nel rispetto delle persone coinvolte: pensi che sia possibile informarsi a dovere tramite i social? Inoltre, tu come ti trovi a comunicare con chi ti segue su queste piattaforme? 

Spesso nei giornali, anche un po’ per il pubblico e le fasce d’età a cui si rivolgono, c’è poca attenzione e ignoranza nel trattare alcuni temi e nel caso di Maria Paola e Ciro è stato lampante; d’altra parte, anche sui social girano tante cose senza fondamento: c’è da stare attenti da entrambe le parti. È vero, però, che i social, nel bene o nel male, sono più democratici, quindi puoi trovarci cose molto buone, di nicchia e opinioni scomode che non avrebbero spazio sul mainstream: anche io, pur facendo molta attenzione, mi informo anche lì. 

Noi di PaP usiamo i social anche un po’ per necessità, perché sulla stampa abbiamo meno visibilità e perché è il modo più diretto per comunicare; con le misure restrittive, ci sono serviti per fare discussione e aggregare nuove persone. Io ho una valutazione positiva dei social, anche se pure lì si trova quell’attitudine da tifoseria che si crea durante una discussione al bar e che talvolta reputo snervante. Credo che i social siano una risorsa fondamentale e pensare di fare politica senza è oggi impossibile, come è impensabile fare politica soltanto con i social: lo puoi fare se la tua politica si basa sulla costruzione del personaggio o sul piano mediatico. 

Una problematica di cui i governi sembrano non curarsi è la crisi climatica, che invece coinvolge attivamente numerosi giovani: quanto pensi che le voci dei giovani possano influire su un cambio di rotta? In riferimento a Microsoft e alla sua scelta di diventare una società cleantech, ha senso parlare di capitalismo etico? 

Noi abbiamo sempre sostenuto i movimenti ambientalisti e cerchiamo, anche nelle pratiche quotidiane, di mantenere questo profilo, però la questione ambientale è una di quelle questioni macroscopiche che ti fanno riflettere sul potere e sulla possibilità di una trasformazione globale e che ti porta ad allontanarti dall’idea che solo tu come singolo, in maniera auto-organizzata, possa cambiare le cose. Come per tutti i temi che diventano mainstream e raccolgono grandi consensi, il rischio è che società come Microsoft si apprestino a compiere operazioni di marketinggreenwashing per ripulire, a un costo relativamente basso, non il pianeta ma la reputazione delle aziende.

La risposta non è semplice e, sebbene io non mi esalti per l’operazione di Microsoft, rimango in questo limbo: buttare via tutto, dicendo che o si trasforma tutto il sistema o non vale la pena combattere, diventa una questione massimalista ideale, ma credo si debbano tenere gli occhi aperti con le grandi multinazionali. Amazon, ad esempio, per avere un minimo di credibilità dovrebbe muoversi non solo su temi popolari e dimostrare che tratta decentemente i lavoratori, che non ci sono discriminazioni sul posto di lavoro. Per me, soprattutto sulla questione ambientale, meglio di niente, anche se nel capitalismo etico o ambientale ci credo poco: sposo la visione di Jason Moore, che parla di capitalocene e secondo cui il capitalismo, con la messa a profitto di qualsiasi cosa, tra cui l’ambiente, ha accelerato l’impatto umano sulla terra e la messa in crisi dell’ecosistema. Comunque, se mentre ci impegniamo a farle scomparire, le grandi comporation si impegnano ad essere meno impattanti non può che far piacere.

Quali libri e film che reputi importanti consiglieresti per avvicinarsi al mondo della politica?

Per i film la saga horror La notte del giudizio, che racconta bene la dimensione ipersicuritaria, l’esclusione dei soggetti fragili, l’immunizzazione della società. Inoltre, ci sono riferimenti al Black Panther Party, mio primo amore di gioventù in senso politico, un’esperienza da cui sono sempre stata affascinata e da cui c’è ancora molto da apprendere.

Tra i libriRealismo capitalista di Mark Fisher, perché parla del nesso tra disagio psicologico e dimensione di sfruttamento/capitalismo, tema che mi sta a cuore; I dannati della terra di Frantz Fanon, uno dei miei autori preferiti e che, più di 60 anni fa, ha individuare tutti quei ragionamenti sia rispetto al marxismo e alle sue categorie classiche e alla necessità che queste categorie si facessero più inclusive, sia rispetto a questioni riguardanti le dinamiche interetniche; un qualsiasi libro di Nancy Fraser, da Femminismo al 99% al più recente Capitalismo, in cui ragiona, in un modo che sottoscrivo completamente, su come le questioni di genere si intersechino con altre forme di subalternità e sfruttamento. 

Articolo di Costanza Mazzucchelli

®Copyright copertina: Dentale Diego

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