USA 2020. Dopo il dibattito, Trump può ancora vincere?

Questa rubrica racconta la campagna elettorale americana in vista del voto del 3 novembre. A questo link le puntate precedenti.


Il primo dibattito

Martedì sera a Cleveland, Ohio, si è tenuto il primo dei tre dibattiti tra i due candidati presidenti. Tutti gli osservatori concordano su un punto: è stato il più confusionario e caotico confronto di sempre. Inoltre, sia Trump che Biden non hanno risparmiato insulti e colpi bassi all’avversario. Trump ha interrotto l’ex vice-presidente ad ogni domanda, tanto che Biden a un certo punto gli ha detto “Man, ma vuoi stare zitto?” E poco dopo ha definito il repubblicano un “pagliaccio” e “il peggior presidente della storia”. Trump ha ribattuto dicendo di aver “fatto meglio io in 47 mesi che tu in 47 anni”, alludendo alla lunga carriera in Senato di Biden, e ha attaccato l’avversario polemizzando sui figli Beau Biden, morto di cancro alcuni anni fa, e Hunter Biden, implicato in uno scandalo per un lavoro remunerato che ha avuto in Ucraina.

Gli highlights di Cnbc Tv

Chris Wallace di Fox News, il moderatore, ha fatto fatica a mantenere il controllo del dibattito. Parlando della pandemia i due candidati si sono scontrati duramente e Biden è apparso più vitale che in altri passaggi: ha accusato Trump di averla gestita male e di aver mentito agli americani, perché sapeva fin da febbraio della pericolosità del virus. Trump, contro ogni evidenza, ha sostenuto che in poche settimane sarà pronto un vaccino. Sulla questione delle tasse, sollevata da un’inchiesta del New York Times, Trump ha sostenuto che nel 2016 e 2017 ha pagato milioni di dollari in tasse, anche se le evidenze pubblicate dal quotidiano dimostrano il contrario. Per quanto riguarda le sommosse dei mesi scorsi Trump si è rifiutato di condannare le violenze dell’estrema destra e, quando Biden e Wallace l’hanno incalzato, ha alluso alla milizia di estrema destra Proud Boys dicendo: “Proud Boys, state fermi e state pronti. Ma vi dico una cosa: qualcuno deve fare qualcosa contro l’estrema sinistra”. Biden invece ha dovuto difendersi dalle accuse di essere un burattino in mano all’estrema sinistra di Sanders e Ocasio-Cortez, soprattutto in campo economico. Ha detto: “Sono io il Partito democratico in questo momento e il programma è quello che ho approvato io”.

È impossibile dar conto in poche righe dell’enormità di bugie pronunciate da Trump nel corso del dibattito (il conduttore aveva rinunciato preventivamente), per cui vi rimandiamo ai corposi fact-checking del New York Times e della Associated Press. Nel complesso sembra che nessuno abbia realmente vinto e che però Biden sia riuscito nell’obbiettivo di non commettere errori clamorosi – la lentezza di riflessi dovuta all’età avanzata preoccupava molti – e dunque di non perdere il vantaggio che al momento conserva nei sondaggi. Trump ha adottato la consueta strategia delle interruzioni per mandare in confusione l’avversario: talvolta ci è riuscito, impedendo a Biden di finire le frasi o appannandone la chiarezza, ma in generale non ha fornito agli elettori indecisi o delusi (che l’avevano votato nel 2016) nuovi argomenti per votarlo. I prossimi dibattiti si terranno il 15 ottobre a Miami e il 22 ottobre a Nashville, Tennessee. Il 7 ci sarà invece l’unico dibattito tra i due candidati vice-presidente: il repubblicano Mike Pence e la senatrice democratica Kamala Harris.


La battaglia della Corte Suprema

Settimana scorsa l’improvvisa morte della giudice della Corte Suprema Ruth Bader Ginsburg (nominata dal presidente Clinton nel 1993) ha aperto un nuovo, inaspettato fronte nella campagna elettorale. Spetta infatti al presidente nominare i giudici della Corte, che restano in carica a vita e hanno un enorme peso politico. Ginsburg era una progressista, considerata un’icona nei movimenti femministi, e la sua scomparsa ha rafforzato la maggioranza conservatrice in seno alla Corte. Oggi 3 giudici sono progressisti e 5 conservatori. Se Trump riuscisse a nominare un’altro componente gradito ai Repubblicani, la destra potrebbe garantirsi un controllo destinato a durare decenni sulla Corte, le cui decisioni hanno un impatto enorme sulla vita di molti cittadini.

L’intervento di Amy Coney Barrett dopo l’annuncio di Trump

Trump ha rapidamente proposto per la carica la cattolica e conservatrice giudice quarantottenne Amy Coney Barrett. Spetta ora al Senato, controllato ad oggi dai Repubblicani, convalidare la nomina. Tuttavia i Democratici hanno iniziato a protestare, lamentando il fatto che nel 2016 gli stessi Repubblicani rifiutarono in ogni modo – anche omettendo di inserire nell’ordine del giorno l’argomento – di convalidare la nomina di un giudice proposta dall’allora presidente Obama, perché troppo a ridosso delle elezioni. Nonostante oggi manchi poco più di un mese al voto, i Repubblicani del Senato, guidati dal capogruppo McConnell, stanno cercando in ogni modo di esaurire l’iter – indagini sulla candidata e audizioni – prima del 4 novembre.


Le tasse di Trump

Domenica 27 ottobre il New York Times ha pubblicato un’ampia inchiesta nella quale dimostra che il presidente Trump è riuscito per molti anni a non pagare le tasse, dichiarando ufficialmente perdite ben superiori al reale. Trump è il primo presidente da molti decenni a non rendere pubbliche le sue dichiarazioni dei redditi e, negli anni 2016 e 2017, è riuscito a pagare solo 750 dollari di tasse. L’inchiesta ha portato alla luce le difficoltà finanziarie delle aziende di Trump, il disinvolto utilizzo delle detrazioni fiscali e in generale il difficile rapporto del presidente con il fisco. Non è chiaro quanto questa importante rivelazione possa modificare gli equilibri elettorali: molti studi mostrano come gli elettori Repubblicani siano diffidenti se non contrari alle tasse e come abbiano gradito le importanti riduzioni del carico fiscale decise da Trump negli ultimi anni. Dal loro punto di vista, dunque, che il loro leader politico non paghi le tasse potrebbe rivelarsi un ulteriore punto a suo favore.


Qualche scenario

Nelle ultime settimane ha cominciato a prendere corpo l’ipotesi che Trump possa utilizzare tutto il suo potere per mantenere il controllo della Casa Bianca anche in caso di sconfitta elettorale. Alcuni fattori contribuiranno probabilmente a non fornire un risultato certo già la notte delle elezioni: da una parte molti elettori voteranno via posta e lo scrutinio di queste schede potrebbe prolungarsi per alcuni giorni o addirittura settimane, dall’altra invece molti stati potrebbero consegnare risultati incerti e poco chiari. Trump potrebbe inserirsi in queste intercapedini del processo elettorale, proclamandosi vincitore anzitempo e ponendo i suoi avversari nella difficile condizione di dover dimostrare la propria vittoria. Eventuali contestazioni e controversie coinvolgerebbero i tribunali e, in assenza di una decisione sui grandi elettori entro la fine di dicembre, potrebbero essere i Congressi dei singoli stati a scegliere i grandi elettori che eleggono il presidente. In molti stati in bilico i Congressi statali sono controllati dai Repubblicani. Inoltre, se i grandi elettori non riescono a scegliere un presidente, spetterà al Senato eleggerne uno. Secondo la rivista Atlantic questa prospettiva è tutt’altro che peregrina e, in questo senso, la presenza di una personalità come quella di Trump alla Casa Bianca non è certo fattore di rassicurazione.

Durante il dibattito di Cleveland Trump si è rifiutato di rispondere a domanda precisa circa la sua volontà di concedere la vittoria a Biden in caso di sconfitta. Anzi, ha invitato i suoi elettori a recarsi ai seggi e controllare che non ci siano brogli.

Elezioni 2000: Gore concede la vittoria a Bush

Qualcosa di simile, in un contesto diverso, accadde durante le elezioni del 2000. Il democratico Al Gore chiese il riconteggio dei voti in Florida, dove il repubblicano George W. Bush era risultato vincitore per un’incollatura. La controversia legale si protrasse per alcune settimane, aggravata dal fatto che i grandi elettori della Florida fossero decisivi per l’elezione del presidente. Alla fine Gore decise di rinunciare a presentare ulteriori ricorsi, per evitare la drammatica situazione di uno stallo sul nome del presidente quando si era ormai a ridosso del giuramento: in questo modo aprì a Bush le porte della Casa Bianca. Ma il 2020 non è il 2000 e Gore non è Trump: già il fatto che si parli di una simile possibilità la dice lunga sullo stato delle cose negli Stati Uniti.

Michele Pinto
Studente di giurisprudenza. Quando non leggo, mi guardo intorno e mi faccio molte domande.

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