Del: 12 Novembre 2020 Di: Laura Colombi Commenti: 0

Oggi vi parleremo di YLYNE, il progetto elettronico di Frank Martino, stimato compositore e musicista classe ’83 nonché volto noto dell’ambiente jazz italiano ed europeo. La sua musica elettronica si definisce (in parte anche scherzosamente) ODM, ovvero Odd Dance Music, nel senso che «parte dalla base di suoni della musica dance, trap e glitch, amalgamati con armonie storte e tempi dispari a formare un sound ‘odd’».

Il nome di questo genere tutto personale è un gioco di parole sul concetto di EDM (Electronic Dance Music), la ben più commerciale musica dance-elettronica portata alle masse dai festival e dalle discoteche, o volendo anche su quello della più impegnativa musica elettronica sperimentale, piena di virtuosismi tecnici.

L’ultimo singolo di YLYNE è intitolato Dub Sickle ed è fuori ovunque dallo scorso 25 settembre per Auand Beats. Il brano segue Closing Loops e Thrist Trap, pubblicati a partire dalla primavera scorsa, e si situa nel contesto di un intero album, attualmente ancora in divenire. Il tutto a quasi tre anni di distanza dall’ultimo lavoro, 26, a nostro avviso più castigato e sentimentale.

Abbiamo avuto la possibilità di fare quattro chiacchiere direttamente con Frank per saperne di più.


Ciao Frank, grazie per la chiacchierata. Iniziamo dalla nostra domanda di rito: come descriveresti il tuo ultimo singolo Dub Sickle in poche parole?

Ciao! Dub Sickle congela un rave dub in una spiaggia radioattiva, in piena notte, con tanta gente che si diverte, nel momento esatto in cui salta la corrente.

Come è nato questo brano?

Raramente dietro i miei brani ci sono pensieri concettuali o filosofici e, qualora ci fossero, mi verrebbe molto complesso comunicarlo, dunque mi limito all’aspetto puramente materiale. In generale parto da beat, loop di basso o arpeggiatori che mi frullano in testa ascoltando altre cose; amo molto la musica dub e la tradizione giamaicana e quest’estate ho ascoltato tanti dischi di quel tipo. Parto solitamente da elementi molto semplici e stereotipati fino a decomporli e destrutturarli al limite della riconoscibilità: l’ultima traccia di dub che si può ritrovare in Dub Sickle è rimasta nel titolo.

Perché il titolo Dub Sickle, “Falce dub”?

Il titolo è legato alla mia città natale, Messina, dove ho concluso la stesura del brano e con cui ho un rapporto di amore/odio notevole. La falce è uno dei simboli della città, una striscia di terra nel porto, al limite tra la militarizzazione e lo scenario post apocalittico, a tal punto che sembra difficile pensare possano esistere ancora oggi luoghi in questa condizione di degrado, almeno in Italia. Molte mie foto sono state realizzate lì, in mezzo allo stretto: è un luogo a cui chi è di Messina e ha una minima pulsione artistica è necessariamente legato. Durante uno degli “shooting” stavamo per essere inseguiti da un branco di cani randagi. Neanche la Ferragni rischierebbe la vita così per delle foto.

La ritmica del brano varia continuamente alludendo a molti generi musicali ma dà nel complesso un senso di fluidità. Come hai gestito i campionamenti per riuscire a creare questo effetto di “continuità nella discontinuità”?

Non c’è una tecnica per farlo, probabilmente se ci fosse non funzionerebbe, rendendo il brano macchinoso. Credo dipenda tutto dalla naturalezza dell’idea di base: il fatto che il tempo sia dispari o “complesso” non importa, se l’idea scorre da sola. Basti pensare a hit fortissime come Disco Labirinto dei Subsonica, che è in 7/4, ma certamente super fluida. Fin da quando ho iniziato a suonare ho mostrato interesse verso l’utilizzo di tempi dispari o sovrapposizione di ritmi diversi: ovviamente ho studiato e sviluppato questo aspetto approfondendo la musica jazz, senza dimenticare il mio passato da proggettaro (da prog, abbreviazione per “progressive”, cioè “sperimentale” per dirla in termini semplicistici, ndR). Sicuramente lo studio e la pratica con lo strumento mi hanno aiutato, ma alla base della continuità c’è la spontaneità.

Non scrivo il pezzo “dritto” e poi lo rendo “storto”: sono proprio storto io alla base.

Quali sono i tuoi riferimenti nell’ambito elettronico? Come si situa questo tuo ultimo lavoro nell’attuale panorama europeo?

Sono sempre dispiaciuto di non avere una risposta chiara a questa domanda, probabilmente perché non ritengo di essere incasellabile al 100% in uno stile e qualsiasi mia percezione è troppo poco oggettiva: è uno dei pochi casi in cui chiedo aiuto ai critici. In ambito elettronico i miei riferimenti sono tutti i grandi classici che non sto a nominare perché sono i soliti, ma in realtà raramente mi faccio influenzare da musicisti dello stesso ambito musicale che tratto. Quindi, quando scrivo musica come YLYNE è più probabile che io parta da un’ispirazione di Coltrane o Marley (dico a caso, ce ne sono tantissimi), mentre se scrivo brani per il mio gruppo che opera nel jazz (Disorgan) magari mi riferisco più facilmente a Burial o Autechre (anche qui la lista è lunga).

Potresti parlarci del rapporto suono-immagine nel trippy video di Dub Sickle?

Collaboro con LSKA da cinque anni in tutte le produzioni visual di YLYNE, di cui lui si occupa con totale libertà, pur consultandoci costantemente per le scelte. In questo caso ha deciso di sperimentare, improvvisando totalmente il video in tempo reale sulla musica, generando le forme e le successioni di immagini in un’unica take. Il risultato è questo trip onirico che non vediamo l’ora di portare dal vivo: durante i live sincronizziamo tutto e apriamo finestre tra i brani di improvvisazione audio/video pura.

Sei uno stimato musicista jazz e tuttora porti avanti il tuo progetto con il quartetto Disorgan. Da dove nasce questo “sdoppiamento di personalità” simboleggiato dalla scelta dell’alter ego YLYNE per l’elettronica?

Ho sempre sperimentato con l’elettronica anche in ambito jazzistico, ma dopo un po’ ho preferito, per non essere troppo fuori stile anche per il pubblico, di definire i due ambiti in modo molto più netto, occupandomi più della chitarra quando suono col gruppo e solo di elettronica in YLYNE. Questo mi permette di osare maggiormente, in entrambe le direzioni, senza uscire necessariamente troppo fuori dagli “schemi” del genere, che già forzo molto spesso.

Sei anche produttore e beatmaker, in questi anni figure sempre più sdoganate dall’ambito trap e rap commerciale. Quali conoscenze reputi siano importanti per un producer e in generale cosa consiglieresti a chi volesse intraprendere questa carriera?

È un periodo molto particolare: sono a contatto con giovani (anche giovanissimi) e al giorno d’oggi fare il beatmaker è un po’ come era suonare la chitarra negli anni ’70 (io non c’ero): lo fanno tutti. Ci sono tantissimi ragazzini che a 12/15 anni riescono a produrre beat credibili e potenzialmente proponibili sul mercato; questa cosa è certamente favorita dall’incredibile sviluppo delle workstation di audio digitale, che permettono di bypassare quasi totalmente le conoscenze basilari della musica. Non lo ritengo necessariamente un male, è solo un dato di fatto: a volte basta un computer ed un software crackato per produrre una hit. Ci siamo probabilmente già arrivati, ma il risultato di questa condizione sarà un innalzamento della qualità oggettiva media, a discapito però della creatività e della personalità, che spesso provengono invece dalla necessità e dal disagio.

Penso che quando si sarà arrivati al punto più alto di questa omologazione, solo chi avrà qualcosa in più da dire riuscirà ad emergere e spesso questo “qualcosa” proviene dall’esperienza e dalla conoscenza del passato, non in termini nozionistici ovviamente, ma di comprensione di dinamiche e contesti in cui si sono sviluppati i movimenti culturali e musicali. Non mi inserisco all’interno di questa categoria, perché sono ormai grande e vaccinato.

Penso però che per i giovanissimi producer sia molto importante studiare la musica in forma “tradizionale”, soprattutto per poter portare questo bagaglio all’interno del loro approccio.

Non bisogna per forza avere un percorso accademico, a volte può anche essere controproducente, ma è necessario entrare in contatto con certo materiale. Solo rielaborando in modo inaspettato tutto ciò che è venuto prima sarà possibile creare le basi di ciò che avverrà nei prossimi anni.

Abbiamo finito… incoraggia i nostri lettori ad ascoltare subito Dub Sickle!

…alla fine del brano troverete un aperitivo di benvenuto!

Laura Colombi
Mi pongo domande e diffondo le mie idee attraverso la scrittura e la musica, che sono le mie passioni.

Commenta