Del: 10 Novembre 2020 Di: Redazione Commenti: 0
Il voto per posta: utopia o possibilità?

Joe Biden è ufficialmente il 46esimo Presidente americano, grazie alla fiducia che gli è stata concessa dagli elettori che si sono recati alle urne nel giorno del 4 novembre, ma anche da tutti coloro che hanno votato comodamente dalle proprie dimore, consegnando il verdetto via posta.

Le elezioni del Presidente degli Stati Uniti sono da sempre un momento tanto atteso quanto temuto: i cittadini americani, mediati dal sistema dei grandi elettori, scelgono a chi affidare il potere esecutivo del Paese più potente al mondo. Per quanto il sistema partitico statunitense sia sempre stato fortemente bipolare, mai come quest’anno la tensione e l’attenzione verso il risultato delle urne sono state alte.

I due candidati, come a ogni elezione, appartenevano infatti a schieramenti molto diversi ed hanno presentato all’interno del loro programma elettorale proposte spesso inconciliabili – basti pensare al tema dell’ambiente, su cui si trovano da sempre agli antipodi. A ciò si aggiunga che il mondo intero è assorbito da una pandemia, contro la quale il democratico Biden e il repubblicano Trump intendono rispondere in modo diametralmente opposto.

Proprio a causa della pandemia il voto per corrispondenza è stato uno strumento particolarmente utilizzato, tanto da riuscire a ribaltare il risultato delle urne fisiche in Stati chiave come il Michigan e Wisconsin.

Già prima della fine dello spoglio, Trump denunciava i brogli elettorali, annunciando che avrebbe intrapreso una battaglia legale fino alla Corte Suprema, per dimostrare l’incostituzionalità del voto a distanza.

In Italia, il tema del voto per corrispondenza si è ripresentato in occasione degli election days del 20 e 21 settembre, quando il Paese si è espresso sul taglio dei parlamentari e sul rinnovo delle amministrazioni regionali in sette regioni. Consentire di spedire via posta il proprio voto sembrava la migliore soluzione per impedire gli assembramenti ai seggi, evitando anche di mettere a rischio gli scrutinatori e permettendo inoltre alle persone positive al coronavirus di esercitare il proprio diritto.

Il voto per corrispondenza viene poi da sempre rivendicato da tanti lavoratori e studenti fuorisede, che sono spesso costretti a rinunciare al voto in quanto impossibilitati a fare rientro presso la propria residenza. Per gli italiani residenti all’estero, il voto per corrispondenza è stato introdotto soltanto nel 2001 dalla legge Tremaglia, mentre dal 2016 è permesso anche agli italiani che risiedano all’estero solo per periodi di tempo limitato.

Insomma, nonostante la pandemia sembrasse il momento migliore per consentire l’introduzione di questa modalità di voto, la svolta è stata ancora rimandata. Sarà proprio per il timore dei brogli, che diventano ancora più semplici da realizzare senza il controllo capillare che viene svolto ai seggi, o forse perché l’Italia si posiziona tra i fanalini di coda nella classifica europea per la digitalizzazione dei servizi pubblici.

Il voto per corrispondenza è stato introdotto in Francia proprio nel marzo 2020, per consentire alle persone immunodepresse, agli anziani e ai malati di esercitare il proprio voto senza esporsi al rischio di contagio. Anche in altri paesi del continente europeo, come Germania, Spagna o Regno Unito, il postal voting è concesso a quelle categorie di persone che si trovano impossibilitate a recarsi fisicamente alle urne (compresi gli studenti fuorisede). In Svizzera, come nei 34 Stati americani in cui è possibile il voto per corrispondenza, ogni cittadino può scegliere liberamente tra le alternative messe a sua disposizione.

Il dato di fatto è che il voto per corrispondenza, insieme ad altri strumenti come il voto per delega o il voto elettronico, potrebbe frenare la crescita del tasso di astensionismo, secondo l’Istat in pericoloso aumento già da parecchi anni.

Articolo di Cristina Delli Carri.

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