Del: 11 Novembre 2020 Di: Redazione Commenti: 0

Avete appena perso la cucina. O il bagno, se preferite. O il soggiorno, o una delle due camere da letto. Immaginate che la vostra casa sia un appartamento composto da queste cinque stanze: ebbene, una tra esse adesso non vi appartiene più. È stata espropriata, stravolta e trasformata in qualcosa di completamente diverso dal vostro vicino di casa, che ha deciso di riutilizzare parte del vostro spazio vitale in maniera da lui giudicata più redditizia. Peccato che per voi la vostra ex stanza adesso sia un luogo alieno e inospitale. Questa è la dura realtà con cui mammiferi, uccelli ed anfibi si sono trovati a fare i conti negli ultimi trecento anni, come uno studio condotto da Robert M. Beyer e Andrea Manica, del Dipartimento di Zoologia dell’Università di Cambridge, ha recentemente dimostrato.

Inutile dire che il vicino di casa prepotente prende il nome di homosapiens. I due zoologi hanno infatti compiuto delle stime, i cui risultati sono apparsi su NatureCommunications​ il 6 novembre 2020 in un articolo, ​in cui si sostiene che dal 1700 ad oggi un campione di 16.919 specie avrebbe perso in media circa il 18% del proprio habitat a causa delle attività antropiche. Una perdita che potrebbe arrivare al 23% entro il 2100, valore ottenuto grazie all’utilizzo del modello AIM reso disponibile su Harvard Dataverse​, che rende possibile proporre previsioni comprensive dei dati relativi alla superficie di aree urbane, pascoli e campi coltivati (le informazioni riguardanti il periodo 1700-2020 sono state invece estrapolate dal dataset HYDE 3.2​, di per sé esteso fino al 10.000 avanti Cristo benché ai fini della ricerca si sia preferito cominciare l’analisi dal XVIII secolo per ragioni di affidabilità).

Una situazione drammatica che sembra colpire alcune specie più di altre.

Sempre secondo questo studio, il 16% delle specie ha dovuto cedere più di metà del proprio habitat, proporzione che potrebbe salire al 26% entro la fine del secolo. Questo è dovuto secondo Beyer al fatto che la conversione dell’ambiente in terreno agricolo, fenomeno che fino a 50 anni fa riguardava essenzialmente Europa e Nord America, ora sta interessando le aree tropicali del pianeta (due esempi importanti sono la creazione di estese piantagione di palme da olio nel sud-est asiatico e la conversione del bacino amazzonico in terra da pascolo), veri e propri hotspot di biodiversità. Stando al WWF​ infatti in Amazonia vive una specie terrestre su dieci, e più di duemila nuove specie tra piante e vertebrati sono state scoperte dal 1999 in quest’area.

«È chiaro» continua Beyer, «che se la foresta pluviale dovesse lasciare il posto ad un ambiente più simile alla savana in tempi brevi, parte di questa biodiversità si estinguerebbe a causa del cambiamento traumatico del proprio habitat». Tra i sopravvissuti, alcuni animali si troverebbero costretti a ripiegare nelle sacche di foresta residue, esacerbando la competizione per le risorse sempre più scarse, mentre altri potrebbero cercare nuovi areali per vivere, migrando magari in territori già occupati dall’uomo.

Aumenterebbe quel rischio di zoonosi che purtroppo in
questo periodo di pandemia abbiamo imparato a conoscere.

Comunque vadano le cose, se i nostri comportamenti nei confronti dell’ambiente non saranno più rispettosi (abbassando ad esempio le emissioni di carbonio, elemento che Beyer e Manica hanno dimostrato nel loro studio essere direttamente correlato alla riduzione degli habitat naturali) la biodiversità del pianeta Terra subirà una ferita forse insanabile che andrà a compromettere con severità il nostro stesso benessere. ​«Le foreste a precedere le civiltà, i deserti a seguire​», ha scritto Chateaubriand. Se non invertiamo velocemente la rotta, corriamo il rischio di dargli ragione.

Articolo di Simone Santini

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