Del: 14 Novembre 2020 Di: Redazione Commenti: 0
Lo scherno dello schermo: una riflessione

La maledizione del network colpisce ancora, e questa volta la sua snella minaccia è talmente felina da riuscire a penetrare dissolvendo ogni sua traccia, quasi asintomatica, in un dimenamento a tratti più virale di Covid-19.

Eppure, nel corso di questo estenuante anno, privati di una stabile connessione a Internet ci saremmo indubbiamente sentiti del tutto perduti, smarriti, spacciati, in pasto alla solitudine più feroce.

Obiezione: siamo sicuri che una tale dipendenza dalla rete sia davvero assicurazione di riscatto?

Se da un lato garanzia di soccorso, dall’altro il social si rivela invece come la più possente forma di prigionia, come il più autentico e cataclismatico “lock-down”.

Buona parte delle nostre attività quotidiane è ora destinata alla nuovissima detenzione tra i vitrei e rigidi pannelli di un prode perfido ed efferato, che si tratti di smartphone, tablet, o pc poco importa. La vera paura discende non tanto dalla soluzione in sé, che può peraltro giocare un ruolo indispensabile nell’emergenza che stiamo interfacciando, ma dalla sua progressiva metamorfosi da cura palliativa in definitiva.


I media e la medesima politica statale non hanno di certo aiutato nel processo, infondendo nell’opinione pubblica una nuova inibizione latente, dettata da retoriche che elogiano il nuovo metodo introdotto, che delineano il lavoro da remoto (“smart-working”) come il prodotto eccellente e celeberrimo di una nuova era all’insegna del “progresso”.

Sentinella non è tanto perciò il mero utilizzo del mezzo, ma le conseguenze dell’ipnosi che su di noi provoca.

La magagna non è il sistema in sé, bensì la sua proiezione sul fruitore: stregati dal tranello della seducente luce blu, tutti diveniamo egualmente vulnerabili, e ci accontentiamo subito, senza sforzo.

L’encomio dei sotterfugi algoritmici che codificano portentosamente il servizio digitale a nostra disposizione diventa allarme quando, da opzione, si converte in abitudine, per lo più urgente, doverosa, disgraziata e insieme rinfrancante.

Si tratta di una dipendenza corrosiva, dannosa al nostro primitivo istinto relazionale, sedato dal sortilegio di un mondo secondario il quale, più che parallelo, scorre come incidente al nostro, fugace e piatto, “bidimensionalmente” letale.

Dormienti e sazi in anticipo, ci accontentiamo delle opportunità telematiche, molteplici ma minute, immediate ma virtuali (in potenza, non in atto).

Siamo annebbiati dal fascino fasullo e meschino del fulmineo, tempestivo e sciapo appagamento che solo una tale istantaneità comunicativa può elargire. La floridezza dell’incontro vivo sta lentamente essendo calpestata dall’etereo gusto nichilista per la “distanziata vicinanza”, un ossimoro che si dilata e simultaneamente irrigidisce.

Ancora una volta, come la storia e il suo ciclico andamento da sempre decretano, l’uomo coadiuva un regresso confondendolo per progresso, l’eroe si trasforma in artefice del suo medesimo antagonista, e tutto improvvisamente si smentisce.

E così la fame di innovazione oltrepassa i suoi confini (perché ebbene sì, li ha), li abbatte o forse, addirittura, li cancella.

A questo punto subentra la seguente domanda: siamo veramente nell’era della massima espressione del progresso della tecnica, oppure è questa solo una formula confezionata dall’ennesimo positivismo estremizzato, che camuffa prodigiosamente il capolinea inesorabile di quella spirale che l’egoismo umano credeva cerchio, e peraltro infinito?

Articolo di Alice Sebastiano.

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