Del: 28 Novembre 2020 Di: Redazione Commenti: 0
Il caso della foresta di Dannenröder riaccende i riflettori sulla crisi climatica

La foresta di Dannenröder, in Germania centrale, è a rischio abbattimento per far posto a un’autostrada: da mesi migliaia di attivisti protestano contro il progetto, tra loro anche Carola Rackete.

Nonostante l’attenzione degli organi di informazione sia largamente incentrata sull’emergenza sanitaria, sul nostro pianeta è in corso un’altra emergenza che sembra non godere della stessa considerazione da parte dei media e della comunità internazionale.

Stiamo naturalmente parlando della crisi climatica.

Una minaccia sempre più concreta e imminente, che ha spinto l’Unione Europea a siglare nel 2015 i cosiddetti Accordi di Parigi che hanno, tra gli altri, gli ambiziosi obiettivi di ridurre le emissioni di gas serra e mantenere il riscaldamento globale inferiore a 1,5 °C.

Eppure, molti stati che hanno aderito all’accordo continuano a rendersi protagonisti di politiche che favoriscono le industrie del carbone e i grandi imprenditori del cemento, a svantaggio proprio della riconversione sostenibile.

In Italia il caso più noto di devastazione ambientale è senza dubbio il progetto di costruzione del treno ad alta velocità tra Torino e Lione che minaccia di produrre per i prossimi 20 anni (tempo minimo di costruzione dell’opera) 10 milioni di tonnellate di emissioni tossiche in Valsusa.

Ma non si tratta di certo di un caso isolato, anche all’estero infatti le cose non vanno meglio: basta spostarsi in Germania per vedere un altro ecosistema a rischio. 

Si tratta della foresta di Dannenröder, situata nella Germania centrale tra le regioni di Homberg (Ohm) e Stadtallendorf, che con i suoi mille ettari di boschi rappresenta uno dei più importanti polmoni verdi del paese.

Al suo interno, infatti, fioriscono querce e faggi ultracentenari che godono di ottima salute. Molti di questi alberi sono però destinati all’abbattimento per far posto al prolungamento dell’autostrada federale A49 che collega le città di Kassel e Gießen. 

La modifica della tratta, progettata 40 anni fa, ha incontrato fin dagli albori la contrarietà della comunità locale e più volte nel corso degli anni si sono susseguite manifestazioni di protesta.

Negli ultimi anni i movimenti ambientalisti tedeschi hanno fatto di questa causa una delle loro principali battaglie: in particolar modo Extinction Rebellion e Fridays for Future, che si sono resi protagonisti di decine di blocchi stradali e presidi sotto le principali compagnie destinate a guadagnarci, su tutte la Volkswaghen

Il culmine delle dimostrazioni è stato raggiunto lo scorso ottobre quando nel giro di pochi giorni circa cento persone hanno deciso di occupare pacificamente la foresta, ergendo barricate di fortuna e soprattutto costruendo decine di case sugli alberi nelle quali soggiornare stabilmente.

Tra di loro spiccava anche Carola Rackete – l’ex comandante della Sea Watch 3 finita sotto processo in Italia per avere salvato migranti alla deriva nel Mediterraneo – che ha documentato ogni suo passo attraverso i social.

In un video su Twitter, l’attivista tedesca si è scagliata contro le istituzioni: «Qui la società civile ora dice basta. In Germania ci sono centinaia di progetti di costruzione di strade. È insensato nel contesto di crisi climatica – ha commentato l’attivista tedesca – Abbiamo bisogno di una moratoria su tutti i progetti infrastrutturali se vogliamo avere qualche speranza di raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi sul clima e affrontare la drammatica crisi climatica».

La risposta del governo non è tardata ad arrivare con la polizia che a partire dal 10 Novembre ha fatto irruzione nel presidio degli ambientalisti, sgomberando il campo.

L’operazione è durata diversi giorni e non sono mancati gli incidenti: in particolare un manifestante ha riportato serie ferite dopo esser precipitato da un’altezza di 5 metri a causa del taglio di una fune di sicurezza da parte della polizia. Le stesse forze dell’ordine hanno ammesso la loro responsabilità.

Nonostante lo sgombero, la battaglia per salvaguardare la foresta appare ancora lunga e con un esito tutt’altro che scontato.

Secondo i tempi stilati dalla società incaricata della costruzione della trattata autostradale – la tedesca Deges – i lavori del cantiere inizieranno solo a settembre 2021; inoltre l’area boschiva è troppo grande per essere totalmente recintata dalla polizia. 

Per questi motivi è lecito aspettarsi nuove iniziative nelle prossime settimane da parte degli attivisti climatici, forti anche del crescente supporto ricevuto da parte degli abitanti delle zone. 

Il tema ambientale nell’opinione pubblica tedesca è infatti molto più sensibile rispetto ad altre parti d’Europa: lo testimonia il grande consenso che gode il partito dei Verdi, alleati di governo con il CDU di Angela Merkel, che li rende interlocutori politicamente rilevanti e le cui istanze non possono essere trascurate.  

Non sorprende quindi che anche altre aree del paese siano in agitazione – episodi simili si sono verificati in difesa della foresta di Hambach o contro le miniere di lignite nella regione di Colonia – a indicare come il vecchio modello di progresso fondato sulla mercificazione e la cementificazione sia ormai insostenibile e incompatibile con le nuove idee di sviluppo orientate sulla sostenibilità e la semplificazione. 

Eppure nonostante ci siano le conoscenze scientifiche e gli strumenti per far fronte al cambiamento climatico e all’inquinamento – che uccidono milioni di persone ogni anno – la nostra società stenta a intraprendere quella svolta radicale necessaria per vincere questa crisi.

Quella stessa mobilitazione globale che invece è stata attuata per affrontare la pandemia globale da Covid-19. 

La differenza di approccio alle due crisi dimostra chiaramente come la questione climatica non sia ritenuta una reale emergenza ma solamente un argomento di interesse pubblico da usare in chiave politica

Proprio per questo motivo la protesta di Dannenröder è da leggere oltre i semplici contorni delle dispute locali ma deve essere interpretata come l’ennesimo monito verso quel sistema politico ed economico che sta portando al collasso il nostro pianeta. 

Articolo di Diego Megale.

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