Del: 4 Dicembre 2020 Di: Redazione Commenti: 0

Adso da Melk, ormai anziano, rievoca eventi avvenuti nell’ormai lontano 1327 in un’abbazia benedettina italiana, che l’hanno visto partecipe, ancora giovane ed inesperto novizio, al seguito dell’arguto ex inquisitore Guglielmo da Baskerville.

I due, recatesi sul posto per una delicata missione diplomatica tra delegazioni imperiali e pontificie, si trovano a indagare su una serie di misteriosi delitti avvenuti all’interno delle mura del monastero.

Il racconto, che si svolge lungo l’arco di una settimana, è scandito giorno per giorno dalle ore liturgiche.

Guglielmo, monaco erudito dalle spiccate abilità logico-deduttive, ricostruisce i fatti tassello per tassello, utilizzando la ratio e non la fides, conciliando scienza e religione – operazione non così scontata per un uomo di chiesa del Medioevo – destreggiandosi tra dibattiti su politica, teologia, filologia, filosofia, storia, intrighi tra eretici e inquisitori, fino ad arrivare, con l’aiuto di Adso, al bandolo della matassa.

Centrale è l’accento che si pone sulla cultura e soprattutto sul desiderio di conoscenza che i protagonisti esprimono.

Tutto ruota intorno alla criptica biblioteca dell’abbazia, popolata da monaci copisti, scrivani e amanuensi, che racchiude come un labirintico scrigno un patrimonio immenso fatto di carta ed inchiostro, proveniente da tutto il mondo allora conosciuto.

La seduzione e il desiderio di conoscenza, la potenza del sapere sono alcuni dei temi centrali di quest’opera. Opera che non è un poliziesco, come potrebbe suggerire un esame superficiale della trama, ma è molto di più: accosta la realtà medievale di un’abbazia ai testi biblici dell’Apocalisse, passando dagli studi sui labirinti e sui veleni alle spinose questioni teologiche dell’epoca.

Non è nemmeno un romanzo storico a tutti gli effetti, perché costruisce un mondo storicamente attendibile, popolato di personaggi che spesso parlano per citazioni colte, più o meno celate, di autori largamente posteriori a essi.

Attorno al nucleo principale, la ricerca del colpevole degli omicidi, si diramano più storie capillari che nella lettura d’insieme rendono l’opera un capolavoro della letteratura.

Le prime cento pagine sono considerate dai più uno scoglio, ma è lo stesso Eco, nelle postille, a sostenere che siano necessarie per entrare nella narrazione: «[…]se qualcuno voleva entrare nell’abbazia e viverci sette giorni, doveva accettarne il ritmo. Se non ci riusciva, non sarebbe mai riuscito a leggere tutto il libro. Quindi, funzione penitenziale, iniziatoria, delle prime cento pagine, e a chi non piace peggio per lui, rimane alle falde della collina».

Il romanzo si chiude in modo emblematico, sostanzialmente senza vincitori né vinti, ma con un enorme incendio che brucia e purifica, con l’esametro Stat rosa pristina nomine, nomine nuda tenemus, pronunciato da Adso in punto di morte: esametro che darà il titolo al libro.

L’intento dichiarato dell’autore è quello di depistare il lettore, quasi volesse impedire che egli cataloghi il libro giudicandolo dalla copertina e dal titolo. L’esametro afferma, con agghiacciante verità, che le cose scomparse non esistono più: di esse ci rimangono solamente le parole.

Articolo di Laura Cecchetto.

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