Del: 28 Dicembre 2020 Di: Redazione Commenti: 0
I 10 album più “vulcanici” del 2020

Anche questo lunghissimo 2020 sta per concludersi e la redazione di Vulcano Statale ha preparato una lista dei 10 album più “vulcanici” del 2020!

A cura di Silvia Bonanomi, Laura Colombi, Daniele Di Bella, Costanza Mazzucchelli, Francesca Rubini, Valentina Testa.


Tra uscite rinviate e concerti annullati, il 2020 è stato un anno decisamente atipico per l’industria musicale. La scelta quasi obbligata è stata quella di concentrare i propri sforzi su nuove produzioni: qui di seguito Vulcano ha selezionato i lavori più esplosivi.

DISCLAIMER: la seguente non è una classifica e l’ordine è da ritenersi casuale. La scelta degli album è stata guidata da un principio di eterogeneità, nella speranza di rappresentare al meglio i vari generi musicali.


After Hours (The Weeknd)

After Hours (The Weeknd)

Nonostante nessuna candidatura ai Grammy lo abbia sfiorato, After Hours di The Weeknd è uno dei dieci dischi migliori di questo 2020. Attraverso le sue tracce, l’album ci racconta una storia che segue le tinte di quel sangue, lo stesso che impregna il viso di Abel Tesfaye, lì, proprio sulla copertina, e arriva fino a quello di Until I Bleed Out, ultima canzone del disco.

Ascoltare questo album è come andare a teatro a guardare una tragedia ambientata nella città del peccato, con le sue luci accecanti. Ed è forse Blinding Lights, il primo singolo estratto, la punta di diamante di questo disco, come dimostrano anche i numerosi featuring e remix che si sono aggiunti, fino al più recente con la cantante spagnola Rosalía.

Dal successo di cinque anni fa che lo ha consacrato in tutto il mondo con Can’t feel my face, chi da prima o da allora segue The Weeknd ricorderà After Hours sicuramente come uno dei suoi lavori migliori: sanguinoso, oscuro, accecante.


Gore (Lous and The Yakuza) 

Gore (Lous and The Yakuza)

Album d’esordio per la cantautrice Marie-Pierra Kakoma, nota con lo pseudonimo di Lous and The Yakuza. Il disco è stato anticipato da numerosi singoli estratti, primo tra tutti Dilemme, indubbiamente il più noto e del quale, tra l’altro, ha realizzato una versione remix con tha Supreme e Mara Sattei.

Nei testi trovano voce diverse emozioni, all’interno della narrazione di spaccati di vita quotidiana, ed è espressa tutta la difficoltà di sfondare nel mondo della musica, soprattutto come donna di origini africane: in un’intervista Lous dice che sua madre le ha fornito l’equazione del successo, «when you’re Black, you have to work twice as hard. When you’re young, Black and female, make that 10 times as hard».

Nei dieci brani Lous valorizza la propria voce, talvolta con dolcezza e talvolta con aggressività, su basi estremamente orecchiabili, che fondono i ritmi della rumba congolese con la trap, l’hip-hop e l’elettro pop. Lous è originaria della Repubblica Democratica del Congo e ha vissuto tra Congo, Ruanda, Angola e Belgio: le influenze dei paesi conosciuti si integrano in questo disco in maniera estremamente riuscita.


Circles (Mac Miller)

Circles (Mac Miller)

Il sesto album in studio dell’artista originario di Pittsburgh è arrivato a gennaio, nonché a un anno e pochi mesi dalla sua morte, avvenuta nel settembre 2018. Poco prima, ad agosto, il giovane rapper aveva pubblicato Swimming: 13 tracce dove McCormick (cognome di nascita di Miller) nuota tra i suoi demoni. Circles avrebbe dovuto essere un album fratello (Swimming in Circles), ma le tragiche circostanze hanno impedito a Miller di vederlo completato. 

Ci ha quindi pensato il produttore Jon Brion: collaboratore di lunga data dell’artista, ha maneggiato l’incredibile e poliforme talento di Miller, che in questo ultimo album ai versi rappati preferisce cantare, mentre si addentra nella familiare (ma mai scontata) sperimentazione di più generi.

C’è il Mac Miller alla chitarra e tastiere, ma c’è anche l’interessante lavoro di Brion con synth (Woods e I Can See, per esempio) e atmosfere oniriche sostenute da melodie setose. In Good News, il primo singolo pubblicato, Miller canta «I haven’t seen the sun in a while, but I heard that the sky’s still blue», svelando le intenzioni poetiche dell’album: raccontare la lenta fuoriuscita dal buio, la volontà di spezzare un circolo opprimente, senza però sottrarsi a un meraviglioso (e altrettanto melanconico) racconto del dolore.


Blue Note Re:imagined (Artisti vari)

La storica etichetta jazz supera gli ottant’anni di attività ma dimostra di rimanere al passo coi tempi. Quest’anno la Blue Note guarda all’evoluzione del genere, chiamando a raccolta artisti giovani ed emergenti provenienti non solo dal mondo jazz più puro, ma anche dal nu, dal soul, dall’r&b e dalla dance. L’idea è che nomi di spicco della scena inglese contemporanea – Jordan Rakei, Nubya Garcia e Afronaut Zu tra le voci – reinterpretino i grandi classici del jazz in chiave moderna.

Blue Note Re:imagined non è quindi un progetto per jazzofili intransigenti quanto piuttosto un tentativo di ampliare l’orizzonte verso un pubblico più eterogeneo e, soprattutto, giovane. Da segnalare la magistrale interpretazione di Rose Rouge ad opera della britannica Jorja Smith in apertura all’album e la versione quasi spirituale di Watermelon Man della bravissima Poppy Ajudha.


Plastic Hearts (Miley Cyrus)

Plastic Hearts (Miley Cyrus)

La copertina di Plastic Hearts, il settimo album di Miley Cyrus, è come un pacchetto regalo che svela già il suo contenuto. L’artista originaria del Tennessee vi appare con un mullet anni Ottanta, smokey eyes, guanti di pelle e una maglietta con scritto “censored”: il tutto condito da una bicromia nero-fucsia. Nelle 15 tracce che compongono l’album, Cyrus fa quello che da sempre le viene meglio: divertirsi e far divertire giocando con il suo riconoscibilissimo timbro vocale.

Poco importa che se ne parli come “l’ennesimo tributo agli anni Ottanta”: l’aggressività graffiante e talvolta promiscua (come nel singolo con Dua Lipa, Prisoner) le calza a pennello. C’è sempre l’eco “nashvilliano” in tracce come Golden G String e High, ma Plastic Hearts è un’ottima occasione per le generazioni che non hanno conosciuto la musica di artisti come Billy Idol, Joan Jett e Stevie Nicks (comunque fisicamente presenti nell’album di Cyrus) di avere un riferimento attuale, giovane, fresco e talentuoso.


Emblas Saga (Brothers of Metal)

Emblas Saga (Brothers of Metal)

Solo la copertina dell’album potrebbe costituire un racconto autonomo: Iörmungandr, figlio di Loki, emerge dagli oceani per annunciare la venuta del Ragnarök, l’evento a seguito del quale gli dèi e tutti i mondi esistenti verranno distrutti. A questo mostro e ai suoi due fratelli sono dedicati i primi quattro brani di Emblas Saga, un album in cui i Brothers of Metal offrono una travolgente raccolta di storie e aneddoti riguardanti la mitologia norrena.

Non c’è un filo conduttore: nell’opera coesistono ambiziosi tentativi di raccontare l’origine e la fine del mondo con adrenalinici brani in cui l’epic metal si esprime in una delle sue forme più cristalline. I Brothers of Metal iniziano un processo di esplorazione che trasforma la musica in avvincente storytelling. Il disco emerge fra le altre uscite del 2020 grazie alla sua capacità di coinvolgere chiunque a partire dal primo ascolto; è un ponte di note verso orizzonti che tendono a scomparire nelle nebbie del passato.


folklore (Taylor Swift)

In un anno di stalli e rinvii, folklore di Taylor Swift è stata la sorpresa che non ci aspettavamo ma che ci meritavamo. Candidato ad Album of the Year e Best Pop Vocal Album (due delle sei nomination con cui la cantante arriva ai Grammy 2021), l’ottava fatica della cantautrice statunitense è stata scritta e registrata interamente in isolamento e a distanza.

Il capolavoro lirico di Taylor Swift nasce da uno scambio con Aaron Dessner, membro fondatore della band The National: potendo lavorare solo sulle chat, i due si sono mandati basi e testi musicali a vicenda, un andirivieni che ha dato vita a gran parte delle 18 tracce del disco.

Recentissima l’uscita della “sorella” evermore: una sorta di disco 2 che continua nel solco di folklore, avvolgendo l’ascoltatore in un abbraccio familiare e conducendolo attraverso quadretti di vita di adolescenti alle prime armi in amore, di donne tradite dal mondo e assassine, di adulti che ancora si scontrano con tutte le facce dell’amore e che si trascinano dietro cuori infranti in mille pezzi.


Cosa faremo da grandi? (Lucio Corsi)

Il terzo album del giovane cantautore della Maremma, prodotto da Francesco Bianconi dei Baustellee Antonio Cupertino, si è distinto all’interno del cantautorato italiano con dei testi estremamente profondi e caratterizzati al contempo da una limpida leggerezza.

Lucio Corsi, nelle nove tracce che compongono l’album, accompagna l’ascoltatore in un viaggio tra elementi naturali (le conchiglie, il vento, le montagne) e personaggi fantastici (un ragazzo troppo leggero per vivere a terra e uno che scava una buca fino alla Cina, una ragazza trasparente): le atmosfere mitiche e favolistiche ricreate permettono di viaggiare nei paesaggi più diversi solo mettendo in play.

Il disco si può pensare come parte di un progetto a 360° gradi, comprendente la copertina del disco, un quadro realizzato dalla madre, e i video di Cosa faremo da grandi?, Freccia Bianca e Trieste, frammenti di un mediometraggio in cui emerge l’unicità di Corsi, la sua cura dei dettagli e la passione per il glam rock.


Merce funebre (Tutti Fenomeni)

Merce funebre (Tutti Fenomeni)

L’album d’esordio di Tutti Fenomeni alias Giorgio Quarzo Guarascio è una reunion tra Mozart, i Depeche Mode e Battiato: tutto normale per uno che l’inferno se lo immagina rosa, «pieno di gente di Roma». I testi di Guarascio sono dei deliri surrealisti pronti a soddisfare i bisogni immaginativi di chi si sente troppo vecchio per ascoltare i trappari e troppo giovane per fare sul serio. Un po’ come lo stesso Giorgio, 23enne con un passato da trapper, cui va il merito di saper dipingere un vero e proprio affresco generazionale. Emerge uno sguardo lucido, che non schifa la realtà di cui parla ma ci si identifica, come durante un’autoanalisi.

Il tutto condito dalla produzione di Niccolò Contessa (I Cani) fatta di synth stratificati e di una buona manciata di strumenti analogici: ne risulta un lavoro freschissimo, non sappiamo se spartiacque, come si dice nella fondamentale Tauermarsch, sicuramente vulcanico. Ma un album resta solo Merce funebre in un paese che, secondo Guarasco, culturalmente ha già fallito, in cui «l’unica filosofia che studi sono i milioni in banca di Jovanotti», come canta in Filosofia.


Famoso (Sfera Ebbasta)

Famoso (Sfera Ebbasta)

A preannunciare l’uscita del disco, un documentario inedito prodotto da Amazon, a consacrarne l’uscita, 16 milioni di stream in 24 ore: Famoso è il terzo album di Sfera Ebbasta, e forse anche solo per i suoi numeri da capogiro rientra nella rosa dei 10 migliori album del 2020, in rappresentanza della scena trap italiana.

Il featuring con i rapper italiani più affermati, Marracash e Guè Pequeno, collaborazioni internazionali (Future, Offset, Diplo e J Balvin), e affermazione nelle classifiche globali: l’album prodotto dal fido compare di Sfera, Charlie Charles, presenta 13 tracce in cui il Giovane Re della trap italiana ci sbatte in faccia ormai il solito ritornello, «guardatemi, ho esaudito tutti i miei sogni quando nessuno ci credeva e sono diventato Famoso». Anche il sindaco di Cinisello Balsamo, la città in cui è cresciuto il giovane Gionata, ha voluto onorare il successo del trapper dedicandogli una piazza.


L’Antilunedì, la nostra playlist su Spotify. Questa settimana abbiamo scelto un brano per tutti gli album selezionati da noi come i più rappresentativi di questo 2020.

 Immagine di copertina realizzata da Valentina Testa.
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