Del: 7 Dicembre 2020 Di: Redazione Commenti: 0
I diritti dei riders: una questione politica?

Poco meno di dieci anni fa le piattaforme di delivery sono approdate in Italia, riempiendo le nostre città dei c.d. riders, i fattorini digitalizzati, che offrono un servizio vitale anche per tutti i ristoratori costretti a chiudere a causa della pandemia.

A bordo delle proprie biciclette, moto o automobili, i riders sono lavoratori autonomi, o più specificatamente ”etero-organizzati”. Pagati a cottimo (3 euro o poco più a consegna), operano senza alcun datore di lavoro, ma seguendo il modello organizzativo dei propri committenti: le app di food delivery.

La figura del rider è un esempio da manuale per descrivere la gig economy, quel mercato digitale in cui si incrociano domanda e offerta di piccoli lavoretti, spesso occasionali, realizzabili anche come hobby da chiunque abbia tempo e voglia di fare. In questi dieci anni di attività però è capitato più volte che i riders facessero parlare di sé.

La maggior parte di loro infatti vive il food delivery come attività lavorativa principale, sfrecciando per ore su biciclette proprie, senza alcun tipo di indennità in caso di guasti, fino a poco tempo fa anche senza casco e protezioni contro gli infortuni. E sono proprio i rischi connessi a questo lavoro che hanno acceso i riflettori sulla loro condizione: secondo Agi, nel 2019 sono stati vittima di incidenti stradali almeno 25 riders, quattro dei quali hanno perso la vita.

Diventare rider è molto semplice: basta un mezzo di locomozione, un cellulare, carta di identità e codice fiscale per entrare in pochi minuti nel mondo del lavoro.

Non sorprende quindi che l’attività venga svolta prevalentemente da migranti extra comunitari (circa due su tre), secondo più di un’inchiesta spesso irregolari e vittime di caporalato. In quanto lavoratori autonomi, i fattorini di food delivery non hanno diritto allo stesso trattamento dei lavoratori subordinati, quelli assunti da imprese e operanti sotto la direzione e il controllo di queste. I lavoratori subordinati ricevono una paga oraria, i mezzi di produzione da loro utilizzati sono forniti direttamente dal datore di lavoro, ma soprattutto godono di congedi di maternità e paternità, malattia, ferie, copertura per infortuni e assicurazione contro i danni ai terzi.

A settembre 2020 è stato concluso da AssoDelivery, l’associazione sindacale delle maggiori imprese di food delivery in Italia, e Ugl, un sindacato minore vicino agli ambienti di destra, quello che è stato definito il primo contratto nazionale dei riders in Europa. Questo prevede ad esempio esempio un’indennità notturna, casco e abiti catarifrangenti per il maltempo e alcuni incentivi. Ma i correttivi introdotti dall’accordo di settembre non sembrano soddisfacenti né per CGIL, CISL e UIL né per il Ministero del lavoro: l’accordo è infatti illegittimo per alcuni, in quanto stipulato da un’associazione non rientrante tra quelle maggiormente rappresentative sul piano nazionale. A inizio novembre Milano è stata inondata da lunghe, colorate proteste messe in atto dai riders, che chiedevano e chiedono ancora maggiori sforzi e tutele da parte delle autorità.

Proprio quelle proteste hanno spinto Just Eat a scegliere di assumere i riders attraverso contratti di lavoro subordinato, già a partire da gennaio 2021. Poco più di dieci giorni fa inoltre, il tribunale di Palermo ha imposto a Glovo di assumere con lo stesso contratto un rider licenziato in maniera illegittima.

Ma conviene davvero ai riders diventare lavoratori subordinati?

Di certo avrebbero accesso a maggiori diritti previdenziali e soprattutto ai permessi di soggiorno, che con un contratto di lavoro subordinato diventano molto più semplici da ottenere. D’altra parte il contratto di lavoro subordinato diminuirebbe di molto la flessibilità di questi lavoratori. Inoltre bisognerà considerare anche le ragioni che spingono così tanti migranti a cercare il loro impiego principale nel settore della gig economy.

Scarse competenze linguistiche, mancanza di integrazione sociale, emarginazione e un sistema di accoglienza che in Italia è da sempre inesistente. Con la stipulazione dei contratti di lavoro subordinato Just Eat dovrà abbassare il numero di riders attualmente in circolazione, riducendo i posti di lavoro e precludendo a centinaia di persone la loro, seppur scarna, fonte primaria di sostentamento.

Come ricollocare questi lavoratori?

Nella già citata sentenza della Cassazione, la soluzione a tali problemi sembra essere quella di attribuire ai lavoratori etero-organizzati le stesse tutele dei lavoratori subordinati, rendendo però il rapporto particolarmente dispendioso per le imprese. Insomma, il dibattito sul destino dei riders è ancora in corso: troverà spazio al suo interno anche la questione politica?

Articolo di Cristina delli Carri.

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