Del: 9 Dicembre 2020 Di: Carlotta Ruocco Commenti: 0
Iran, l’omicidio di Fakhrizadeh scuote di nuovo gli equilibri mondiali

Lo scienziato Mohsen Fakhrizadeh-Mahabadi, al vertice del programma nucleare iraniano, è stato ucciso il 27 novembre ad Absard, nel nord-est di Teheran, mentre viaggiava a bordo della sua auto, in un agguato le cui dinamiche sono ancora tutte da chiarire.

Monsen Fakhrizadeh, eminente fisico nucleare, era anche un alto ufficiale dei Guardiani della rivoluzione dell’Iran, i pasdaran, e guidava il programma per lo sviluppo nucleare “Amad”, che avrebbe dovuto concludersi nel 2003, come confermato anche dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA).

Tuttavia, l’intelligence americana e israeliana, storiche alleate, hanno sempre sospettato che l’Iran portasse avanti le operazioni in segreto, nel tentativo di realizzare un ordigno bellico e non a scopi civili.

L’Iran, oltre ad aver smentito ogni accusa, ha anche negato l’esistenza di un programma segreto quando, nel 2015, ha siglato l’accordo sul nucleare con Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito e Germania (il Joint Comprehensive Plan of Action o JCPOA).

Secondo il Ministro degli esteri iraniano, Javad Zarif, ci sarebbe proprio Israele, grande nemico dell’Iran, dietro l’assassinio di Fakhrizadeh, citato anche dal Primo Ministro israeliano Netanyahu nel 2018, durante una conferenza stampa sul tema della bomba atomica e sui sospetti nei confronti dell’Iran.

Secondo altre fonti iraniane, inoltre, lo scienziato sarebbe stato da tempo nel mirino del Mossad, l’intelligence israeliano, e anzi sarebbe sfuggito a un precedente tentato omicidio attribuito proprio ai servizi speciali di Israele.

Non solo: domenica scorsa l’Intelligence iraniano ha riportato che sul luogo del delitto sarebbero state trovate armi da fuoco col logo di Israele, insieme a reperti che fanno pensare a un sistema messo in azione dal satellite.

Israele, che ancora non si è ufficialmente espresso, non è nuovo a questo tipo di accuse: solo tra il 2010 e il 2012 sono stati uccisi quattro scienziati iraniani in quello che, secondo Teheran, è un premeditato piano di sabotaggio del programma di energia nucleare. 

A essere ancora poco chiaro in questa vicenda è però il coinvolgimento degli Stati Uniti.

Né la CIA né la Casa Bianca hanno commentato in proposito, lasciando un vuoto pesantissimo sull’accaduto, in un periodo tanto delicato come quello che precede l’insediamento del nuovo presidente.

Se ancora permangono molte incertezze sulle circostanze dell’omicidio e sulle conseguenze che questa vicenda avrà sui già fragili rapporti tra Iran, Israele e Stati Uniti, non è difficile prevedere una risposta iraniana, seppur non nell’immediato.

Negli ultimi giorni, infatti, diverse sono state le proteste scoppiate davanti agli edifici governativi della capitale, proprio come era accaduto a gennaio dopo l’uccisione del generale iraniano Qassem Suleimani per mano americana. 

Il governo iraniano ha dichiarato apertamente la propria intenzione di reagire e di punire mandante ed esecutore dell’assassinio, definendo gli autori dei “guerrafondai”.

Di conseguenza, le ambasciate israeliane nel mondo sono state messe in allarme di fronte al timore di possibili attentati, mentre il Ministero della difesa di Gerusalemme ha intimato ai propri cittadini di evitare viaggi negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein, definendo la minaccia “concreta” ma “di base”, ossia di livello (ancora) basso.

Eppure l’Iran, indebolito da una crisi economico-politica perdurante, aggravata dalla pandemia in corso, potrebbe trovarsi costretto a dosare le proprie reazioni, arrivando persino a stringere un nuovo accordo sul nucleare, dopo che Donald Trump nel 2018 aveva annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal JCPOA.

È stato proprio in seguito all’uscita degli USA dal JCPOA che l’Iran ha ripreso ad arricchire l’uranio, fondamentale nello sviluppo della bomba atomica, superando di molto il livello di arricchimento che l’accordo fissava al 3,67%.

I vertici iraniani, inoltre, hanno approfittato dell’uscita degli Stati Uniti per estendere ulteriormente il proprio programma nucleare, non più vincolato da alcuna limitazione.

La scorsa settimana il parlamento iraniano ha approvato una legge che obbliga il governo ad accelerare l’arricchimento dell’uranio fino al 20%, soglia oltre la quale sarebbe possibile costruire una bomba nel giro di pochi mesi. La legge, inoltre, prevede l’espulsione degli ispettori nucleari delle Nazioni Unite, qualora le sanzioni imposte da Trump all’Iran, in seguito al ritiro dal trattato, non venissero annullate entro febbraio.

Emerge chiaramente come la morte dello scienziato Fakhrizadeh-Mahabadi si inserisca in un contesto ben più complesso ed articolato del mero fatto in sé, che vede coinvolte potenze mondiali in un equilibrio assai precario del quale, ancora una volta, la comunità internazionale sembra disinteressarsi.

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