Del: 19 Dicembre 2020 Di: Carlotta Ruocco Commenti: 0

Al consueto vertice del G20, ospitato virtualmente a fine novembre dall’Arabia Saudita e presieduto dal re Salman bin, si è discusso di coronavirus, cambiamenti climatici, digitalizzazione e disuguaglianze di genere, in un confronto aperto tra le economie più avanzate del pianeta, chiamate ad affrontare le tematiche più calde ed attuali del momento. 

A spiccare tra gli argomenti all’ordine del giorno, però, è stata l’emancipazione della donna e il pieno riconoscimento dei suoi diritti. Attualmente, in Arabia, alcune se non tutte le attiviste che hanno promosso campagne in favore della parità tra i sessi sono in carcere, sotto processo o, peggio, sotto tortura. Questa è la denuncia di Amnesty International, che in occasione dello scorso summit ha sollecitato le autorità saudite a rispondere delle proprie azioni e affermazioni in merito, definite “ipocrite”. In particolare, Amnesty ha richiesto l’immediata e incondizionata scarcerazione di Loujain al-Hathloul, promotrice della campagna Women To Drive, e di altre cinque attiviste, arrestate due anni fa per il loro esplicito impegno in favore dei diritti umani.

Loujain al-Hathloul, 31 anni, è in carcere dal 2018 perché chiedeva al governo che anche le donne, proprio come gli uomini, avessero la libertà di guidare la propria automobile.

Libertà concessa il 24 giugno 2018, quando è ufficialmente stato rimosso il divieto di guida per le donne in Arabia Saudita, l’ultimo Paese al mondo ad averlo permesso.

Ma Loujain è ancora detenuta, torturata e abusata. Come riportato dalla BBC, sarebbe stata privata della possibilità di comunicare con i suoi famigliari e posta in isolamento per tre mesi dopo il suo arresto e le sarebbe stata offerta dal governo la libertà in cambio della negazione di ogni maltrattamento. Inoltre, Loujain è stata di recente in sciopero della fame, ma ha dovuto interrompere la protesta quando, svegliata ogni due ore, non riusciva più a sostenere la stanchezza fisica e psicologica. L’ultima volta che è apparsa in pubblico era il 26 novembre alla corte criminale di Riyadh. Tremava, la sua voce era fioca, aveva lividi sul corpo ed era “visibilmente debole”, denuncia la sua famiglia.

Loujain al-Hathloul

Come se non bastasse, le autorità giudiziarie saudite hanno recentemente trasferito il processo dell’attivista a un tribunale speciale che si occupa di casi legati al terrorismo e alla sicurezza nazionale. La motivazione sembra essere che la donna, secondo quanto afferma il ministro degli Esteri saudita, avrebbe contattato stati ostili al regno e passato loro informazioni classificate. Tuttavia, come riporta la sorella di Loujain, Lina, le accuse rivoltele non menzionano alcun contatto con Paesi nemici, bensì solo con l’Unione Europea, il Regno Unito e l’Olanda, che l’Arabia non ha mai considerato tali prima d’ora. 

Perdipiù, nelle accuse non si rintraccia nessun riferimento ad informazioni segrete, ma solo alle proteste pacifiche portate avanti da Loujain. Come se il problema fosse aver affrontato e denunciato l’inesistente tutela dei diritti umani nel regno saudita.

Nella controversa e ingiusta vicenda di Loujain non è passata inosservata neanche la decisione di dare il via al processo nella Giornata Mondiale dei Diritti Umani, istituita e celebrata in tutto il mondo il 10 dicembre per ricordare la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Mentre tutto il pianeta onora parità e uguaglianze, in Arabia Saudita i diritti delle donne e degli uomini vengono puntualmente calpestati, in nome di una legge antica che nessuno ha ancora avuto il coraggio di superare. L’Arabia Saudita è una monarchia assoluta, dove solo gli uomini hanno la possibilità di salire al trono, ma anche di ricoprire importanti cariche nel mondo del lavoro. Giudici, amministratori d’azienda e ministri del governo sono tutti di sesso maschile, così come lo sono i responsabili della famiglia e dei suoi componenti, in un clima che tanto riporta alla mente la patria potestas dell’antica Roma, solo qualche anno e qualche progresso dopo.

Quello di Loujain al-Hathloul, sebbene emblematico, è purtroppo solo un episodio di una lunga storia di violazioni e ingiustizie nei confronti di donne e uomini impegnati nella difesa dell’umanità.

Che una donna possa guidare, essere indipendente e godere del privilegio della cosiddetta normalità, dovrebbe essere nell’interesse di tutti, uomini e donne indistintamente. Di fronte all’ipocrisia di un paese che celebra i diritti umani, si fa portavoce dell’innovazione e dello sviluppo e si definisce pronto ad affrontare le grandi sfide del futuro, l’umanità intera dovrebbe reagire all’unisono, accogliendo le battaglie di oggi come battaglie di ciascuno e non solo delle donne. Se chiudiamo un occhio davanti ad un evento del genere, creiamo un indelebile precedente e lasciamo nelle mani sbagliate il potere di decidere cosa è possibile e cosa no, chi può godere di un diritto e chi invece no. 

Altrimenti, un giorno, qualcuno, aprendo un libro di storia, si chiederà cosa è andato storto quando si è reso necessario, nel 2020, protestare perché tutti potessero votare, andare a scuola, lavorare e guidare un’automobile. E forse dovremmo farci anche noi la stessa domanda, se non altro per arrivare più preparati alle grandi sfide del futuro.


Qui si può firmare la petizione inviata dai soci e sostenitori di Amnesty International al re Salman bin, in cui si richiede il rilascio dell’attivista Loujain al-Hathloul e, nel frattempo, il rispetto dei suoi diritti fondamentali.

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