Del: 12 Gennaio 2021 Di: Carlo Codini Commenti: 0

Le chiamano “nail houses”, appunto, case chiodo, e questo è perché rifiutano di farsi battere, metaforicamente, dai martelli di un’edilizia sempre assetata di spazi come quella di Singapore, ad esempio, una delle capitali della modernizzazione asiatica. Stiamo parlando di un fenomeno particolarmente diffuso in Asia, e non a caso la terminologia nail houses è ricalcata sul cinese dingzihu, ma che ricorda la situazione iniziale del famoso film Disney, Up: una casetta circondata da cantieri e un anziano signore che non vuole vendere.

E in effetti, molti dei proprietari delle nail houses si rifiutano cedere il terreno, nonostante le cifre spesso elevate che sono loro offerte dalle imprese di costruzione. Come nel caso proposto nei giorni scorsi da un articolo della BBC riferito a Singapore, dove un’impresa vuole realizzare tre palazzi al posto di un piccolo complesso di casette, ma due dei proprietari non vogliono cedere. 

Così, capita che le vecchie case vengano circondate da palazzi moderni o centri commerciali, o addirittura finiscano per ritrovarsi nel bel mezzo di una super strada. Ma quali sono le cause di questo fenomeno?

Pensiamo a una città come Singapore, dove si parla di una densità di 8mila persone per chilometro quadrato. Dal 1965, data dell’indipendenza dall’Inghilterra, la città ha lavorato per sottrarre al mare i terreni circostanti espandendosi del 20 per cento, utilizzando grandi quantità di sabbia importata da ogni dove. Eppure, ancora oggi, c’è una grave mancanza di spazio.

In un tale contesto, le poche aree a bassa densità edilizia che ancora ci sono, dove sorgono abitazioni private con magari piccoli giardini, entrano nel mirino di società immobiliari interessate a realizzare grandi complessi con palazzi multipiano uno accanto all’altro. E se qualche proprietario non vuole vendere, si costruisce attorno alla nail house, destinata a rimanere lì, schiacciata dai giganti. Non ci può essere infatti il lieto sviluppo del film Up dove il proprietario vola via con la sua casa. Lo stesso fenomeno si manifesta anche dove apparentemente ci sarebbe spazio ma il modello di sviluppo propone comunque di puntare su grandi città con elevata densità edilizia, come avvenuto negli ultimi anni in Cina. 

Riguardo a questo stato, dove il fenomeno ha assunto notevole rilevanza negli ultimi anni, Steve Hess, professore di scienze politiche alla Transylvania University del Kentucky, in un articolo intitolato Nail-Houses, Land Rights, and Frames of Injustice on China’s Protest Landscape, ha parlato di una vera e propria battaglia tra proprietari e potere. Un conflitto che avrebbe radici sia culturali, tradizione vs. modernità, sia sentimentali, dal momento che chi non vende, molte volte lo fa per proteggere i propri ricordi, il proprio giardino da un mare di cemento e tecnologia. 

Già perché i proprietari resistono in Cina, a Singapore come altrove, di regola non per ragioni economiche, ma per “salvare” condizioni di vita che non potrebbero avere altrimenti, trattandosi di contesti dove andarsene significa finire in un qualche anonimo appartamento.

Guardando la vicenda dall’esterno, tendiamo istintivamente a simpatizzare per i proprietari che non cedono, perché si tratta di vicende che ripropongono l’ennesima lotta del piccolo contro il grande, Davide contro Golia, e poi perché siamo affascinati da queste vite che vogliono mantenere una qualità legata a una storia e a un ambiente. Potrebbe sedurci anche la bellezza che vediamo spesso in questi insediamenti in quanto immagine di una tradizione che si contrappone a alla modernità; non a caso nel web si trovano moltissime foto così come nelle riviste e nei siti di architettura. Addirittura, nel Regno Unito, si parla di proteggere le neil houses come cultural heritage.

Non possiamo nasconderci che chi resiste va poi incontro e rischi, pressioni, svantaggi pesanti. Molte foto ci mostrano scenari di situazioni invivibili, specie in contesti come quelli asiatici dove la legge e la cultura spesso tutelano meno l’individuo rispetto a quanto accade in Occidente, dove non a caso troviamo invece esempi di nail houses belle, perfettamente vivibili. E viene da chiedersi se quei proprietari, in fondo, non propongano un modello di vita che, se pure oggi marginalizzato in molte realtà, potrebbe essere più umano e sostenibile nel lungo periodo.

Carlo Codini
Nato nel 2000, sono uno studente di lettere. Appassionato anche di storia e filosofia, non mi nego mai letture e approfondimenti in tali ambiti, convinto che la varietà sia ricchezza, sempre.

Commenta