Del: 18 Febbraio 2021 Di: Carlotta Ruocco Commenti: 0
Come nasce un complotto?

C’è chi sostiene che al posto del vaccino venga iniettato il 5G, chi pensa che la pandemia sia un complotto ordito da Satana ai danni dell’Occidente, chi urla alla dittatura sanitaria, chi ritiene che lo sbarco sulla Luna sia solo un ritocco ben riuscito, e chi invece è convinto che il mondo sia governato da una cerchia ristretta di potenti miliardari, il cui obiettivo sarebbe quello di colpire l’ex presidente americano Donald Trump, che da tempo combatte contro questa congrega.

Si potrebbe andare avanti all’infinito, elencando le innumerevoli teorie del complotto che negli ultimi mesi sono salite agli onori della cronaca, complice il diffuso clima di tensione, paura e incertezza derivato dall’emergenza sanitaria. Ma facciamo un passo indietro per tentare di inquadrare il fenomeno dalle sue origini, delineandone un quadro quanto più chiaro e comprensibile.

Pur veicolando sempre informazioni false o solo parzialmente fondate, le tesi cospirazioniste portano sempre con sé un granello di verità, dal quale prendono spunto per ingigantire un problema, esasperare gli animi e trovare un capro espiatorio da condannare.

A giocare un ruolo fondamentale, in questo senso, sono le emozioni umane, che inevitabilmente influiscono sulle modalità con le quali ci relazioniamo con il mondo esterno. La nostra quotidianità è costellata di scelte e decisioni, più o meno significative, alle quali ci approcciamo con un farcito bagaglio di informazioni, esperienze e pregiudizi da cui è difficile liberarci. Si tratta dei cosiddetti bias cognitivi (bias, in inglese, significa tendenza, ma anche errore e faziosità), ovverosia una particolare inclinazione con la quale si interagisce con il mondo, che si dispiega ai nostri occhi attraverso una lente già graduata dai nostri sentimenti. Il bias, di fatto, è un errore sistematico, una scorciatoia sfruttata dalla mente per risparmiare le proprie risorse, che altrimenti andrebbero perdute in analisi critiche e ragionamenti complessi.

Davanti al timore dell’ignoto, costa molta meno fatica convincersi del fatto che sia tutto studiato a tavolino da una ristretta cerchia di manipolatori, anziché ammettere con umiltà di essere a corto di risposte. Niente di più̀ lontano dalla scienza, che invece raccoglie ed esamina dati e informazioni per trasformarle in nozioni, azzerando i bias cognitivi e accettando che ogni teoria, davanti a una nuova evidenza, possa essere riconsiderata.

A tutto ciò si aggiunge il costante bisogno della mente umana di trovare uno schema ad ogni costo, sostiene l’esperta di comunicazione Anna Maria Testa, secondo cui l’essere umano è alla perenne ricerca di senso, con il rischio che questa tendenza si esasperi e si traduca in una forzatura, che intravede legami di causa-effetto anche dove non sussistono. Uno dei motivi per i quali le teorie del complotto trovano tanto consenso, infatti, è che rispondono perfettamente al bisogno di imporre una struttura al mondo e di trovare un perché.

«Identificare disegni laddove non esistono», scrive Roland Imhoff in un prezioso contributo su The Vision, «ci lascia almeno la sensazione di avere una certa forma di controllo».

Queste considerazioni hanno fatto sì che gli studiosi giungessero alla conclusione che la predisposizione a inventare o sposare una teoria del complotto non dipenda tanto dalla teoria in sé, né dai contenuti che diffonde, ma più in generale dalla visione del mondo che ciascuno ha e dalla capacità o meno di mettere in discussione le proprie ancestrali convinzioni. Non è un caso che le teorie cospirazioniste abbiano ritrovato vigore nei mesi caldi della pandemia, quando a regnare erano l’incertezza, la paura dell’ignoto e la frustrazione. Spesso, infatti, siamo portati a considerare i sostenitori di tali teorie come folli o paranoici, relegando questo enorme problema a una questione di salute mentale del singolo. In realtà, sono soprattutto le criticità sociali a costituire un terreno fertile per questo tipo di tesi, che attecchiscono dove a mancare sono fiducia – nelle istituzioni, nella scienza e in generale nella società – e spirito critico.

Credere che l’imbroglio sia sempre dietro l’angolo, tuttavia, e che l’umanità intera sia soggiogata da una squadra di astuti burattinai, non è solo il frutto di un desiderio spasmodico di controllo, ma può anche dare al cospirazionista la sensazione di aver svelato il misfatto e di aver scoperto, a differenza delle masse ignoranti, la pura verità.

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