Del: 21 Febbraio 2021 Di: Luca D'Andrea Commenti: 0

Berlinguer è uno degli uomini che più ha segnato la storia politica del secondo Novecento italiano: dai primi passi all’interno del Partito Comunista, allo scontro con l’egemonia sovietica, al compromesso storico, oggi raccontiamo il suo percorso all’interno dello spazio di Radici. a questo link trovate gli articoli precedenti della rubrica.

Gli inizi

«Enrico faceva il capobanda», così suo fratello Giovanni descrisse Berlinguer da ragazzo in un’intervista rilasciata all’Unità nel 2004. Casa Berlinguer, a Sassari, «era un’assemblea permanente»; il padre Mario era un convinto antifascista, deputato nell’ultima legislatura del 1924-1926 prima della soppressione dei partiti e membro del Partito d’Azione dal 1943.

La coscienza politica di Enrico Berlinguer maturò quindi in un ambiente assai vivace politicamente e si saldò con le letture filosofiche, una sua vera passione. Negli anni ’40 entrò poi a far parte della sezione giovanile sassarese del Partito comunista, diventandone segretario. Nel frattempo in Sardegna si manifestavano le conseguenze del perpetuarsi della guerra: la popolazione iniziava ad avere fame. Durante una rivolta spontanea, Berlinguer e altri comunisti furono arrestati con l’accusa di «devastazione, saccheggio, insurrezione armata»; secondo suo fratello Giovanni fu proprio l’ingiustizia dell’incarcerazione ad aver spinto Berlinguer a dedicare tutta la sua vita alla politica.  

Infatti, dopo aver stretto rapporti con i vertici del Partito comunista italiano, prese parte alla direzione fin dal 1948 e nel 1956 divenne segretario della FGCI, per poi essere eletto alla Camera dei Deputati nel 1968, anno in cui diventò anche vicesegretario del partito. Questo ruolo gli permise di essere presente a Mosca alla Conferenza internazionale dei partiti comunisti e di pronunciare un discorso ritenuto «il più duro mai pronunziato a Mosca da un dirigente straniero».

Durante il suo intervento Berlinguer negò l’esistenza di un unico modello di società socialista valido per tutte le situazioni, criticando in modo piuttosto esplicito l’Unione Sovietica, che si ergeva come modello imprescindibile da seguire per la formazione di una società socialista.  

La segreteria e il compromesso storico

Al XIII Congresso del 1972 fu eletto segretario del Partito comunista italiano e nel suo discorso anticipò la volontà di entrare a far parte di una ampia maggioranza composta anche dalla Democrazia cristiana e dal Partito socialista. Poco più di un anno dopo Berlinguer fu coinvolto in un incidente in Bulgaria, dove stava conducendo dei colloqui con il capo di Stato, con cui non si trovava in sintonia. La macchina su cui viaggiava fu travolta da un camion militare e il segretario del Pci si salvò per miracolo; l’accaduto fu archiviato come un incidente ma, in molti, anche nello stesso Pci, parlarono di un atto deliberato orchestrato dal KGB per eliminare il leader straniero sgradito.

Nel frattempo il contesto internazionale fu sconvolto dal colpo di Stato in Cile capeggiato dal militare Augusto Pinochet, che depose con la violenza il governo del socialista Salvador Allende, alla guida di una coalizione interamente di sinistra. I fatti cileni convinsero ancor di più Berlinguer dell’impossibilità di dar vita a un’alleanza stabile con il Partito socialista in alternativa alla Democrazia cristiana: un’eventuale presa di potere avrebbe potuto provocare una reazione violenta interna sostenuta dagli Stati Uniti, che non potevano accettare in piena Guerra fredda un governo interamente socialista in un paese alleato.

Perciò Berlinguer, in tre celebri articoli usciti sulla rivista Rinascita, abbozzò il progetto del “compromesso storico“, il quale avrebbe favorito «una convergenza e una collaborazione tra tutte le forze democratiche e popolari, fino alla realizzazione tra di esse di un’alleanza». Per dare uno sguardo d’insieme nell’Italia di allora è bene sapere che vi erano, oltre a una crisi politica dovuta ad alcuni scandali, altre due forti problematiche: il pericolo del terrorismo e le gravi conseguenze economiche causate dalla crisi petrolifera del 1973.

In questo contesto si svolsero le elezioni politiche del 1976, in cui il Pci riportò il suo più grande risultato a livello nazionale, guadagnando il 34,4% di consensi. La Democrazia cristiana invece si attestò al 38,7% e, tenendo conto dei risultati degli altri partiti, il Parlamento era diviso in due senza una chiara maggioranza. Dopo varie trattative tra le forze politiche si arrivò a un compromesso: la formazione di un governo “monocolore” Dc con l’astensione degli altri partiti, che in cambio avrebbero ricevuto alcune cariche istituzionali. Pietro Ingrao diventò così il primo comunista presidente della Camera dei Deputati.

Il governo della “non sfiducia” per tutta la sua durata si caratterizzò da contrattazioni tra Democrazia cristiana e Partito comunista sui principali provvedimenti da adottare. Di particolare rilevanza le politiche di austerità promosse anche dal leader comunista, che portarono a tagli di spesa e a una politica di contenimento salariale, causando una consistente perdita di consenso al Partito comunista nelle successive elezioni. Il governo cadde infine nel gennaio del 1978, ma nel frattempo un altro inaspettato evento scosse il nostro Paese: il 16 marzo l’onorevole Aldo Moro venne sequestrato dalla Brigate Rosse e ucciso dopo quasi due mesi di prigionia. La situazione emergenziale convinse il Partito comunista a votare la fiducia al governo Andreotti IV per quasi un anno.

Il tragico assassinio di Moro, principale interlocutore democristiano di Berlinguer, e il cambio di passo di alcune condizioni politiche internazionali portarono il «compromesso storico» verso l’epilogo.

L’eurocomunismo

In politica estera la segreteria Berlinguer fu caratterizzata da una precisa volontà di emancipazione dall’Unione Sovietica, cercando invece di creare un’alleanza tra partiti comunisti europei, soprattutto quello francese e spagnolo, per la nascita di un “eurocomunismo”. In questo senso discorso di Berlinguer durante il XXV congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica fu uno degli strappi più celebri dall’egemonia sovietica, insieme alla critica dell’invasione di Praga nel ’68 e del tentativo sovietico di soffocare l’opposizione in Polonia nel 1981.

A Mosca, nel 1976, Berlinguer disse senza timore che il Partito comunista italiano si batteva per «una società socialista che sia il momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche e garantisca il rispetto di tutte le libertà individuali e collettive, delle libertà religiose e della libertà della cultura, delle arti e delle scienze», per poi aggiungere: «Pensiamo che in Italia si possa e si debba non solo avanzare verso il socialismo, ma anche costruire la società socialista, col contributo delle forze politiche, di organizzazioni, di partiti diversi e che la classe operaia possa e debba affermare la sua funzione in un sistema pluralistico e democratico». Soprattutto quest’ultimo concetto fece storcere il naso ai vertici sovietici e il discorso fu censurato il giorno seguente dalla Pravda, il quotidiano ufficiale del Pcus.

La questione morale e l’ultimo comizio

La fine del «compromesso storico» fu ufficializzata pochi giorni dopo il terremoto dell’Irpinia del novembre 1980. Nella riunione straordinaria della direzione del partito convocata il 27 novembre, oltre a denunciare la colpevolezza del governo democristiano nei ritardi dei soccorsi, Berlinguer legò quest’ulteriore vicenda ad altri scandali che toccavano gli apparati statali, descrivendo un sistema di potere corrotto che provocava «di continuo inefficienze e confusioni nel funzionamento degli organi dello ». Poi disse: «La questione morale è divenuta oggi la questione nazionale più importante».

In una famosa intervista rilasciata a Eugenio Scalfari su Repubblica il segretario del Pci approfondì ancora la questione: «I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai Tv, alcuni giornali […]. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico». Berlinguer, infine, spiegò che il Partito comunista voleva porre fine a quella che lui definiva «un’occupazione dello Stato», tramite la lotta al privilegio.

Nonostante alcune critiche anche all’interno dello stesso Pci, Berlinguer mantenne queste posizioni fino alla fine e le ribadì nella sua ultima intervista prima del comizio di Padova del 7 giugno 1984, quando fu colpito da un ictus mentre pronunciava quello che sarebbe stato il suo ultimo discorso. Sul palco, visibilmente provato dal malore, continuò a fatica la sua orazione, mentre la folla preoccupata urlava: «Basta, Enrico!». Tornato in albergo alla fine del comizio entrò in coma per non risvegliarsi più. La notizia della sua morte, dichiarata quattro giorni dopo, commosse l’intero Paese e ai funerali parteciparono circa un milione di persone. Sulla spinta emotiva della morte di Berlinguer, alle elezioni europee del 17 giugno il Partito comunista superò in consensi per la prima e unica volta la Democrazia cristiana.


Bibliografia: 

Corriere della Sera, 14 marzo 1972.

Storia del PCI, Aldo Agosti.

L’Espresso, 1972-1973.

Luca D'Andrea
Classe 1995, studio Storia, mi piacciono le cose semplici e le storie complesse.

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