Del: 11 Febbraio 2021 Di: Erica Ravarelli Commenti: 0

Il rapporto Istat sulla disoccupazione relativo al mese di dicembre riporta un dato particolarmente allarmante: nell’ultimo mese del 2020 si è verificato un aumento del numero di disoccupati pari a 101 mila unità, di cui 99 mila sono donne. Anche il tasso di inattività femminile è in aumento (+0,4%), e ciò significa che non solo molte donne hanno perso il lavoro, ma alcune di esse hanno anche smesso di cercarlo. Allargando lo sguardo notiamo, inoltre, che complessivamente durante il 2020 hanno perso il lavoro 444 mila persone, di cui 312 mila donne e 132 mila uomini.

Questo triste anagramma di cifre non dovrebbe sorprenderci in quanto i lavoratori e le lavoratrici più duramente colpiti dal calo dell’occupazione sono in gran parte i precari, con contratti a termine e dunque non tutelati dal blocco dei licenziamenti.

E nel nostro Paese parlare di lavoro precario molto spesso significa parlare di donne.

Infatti il part-time permette di conciliare più facilmente lavoro e attività di cura (attività cui la donna difficilmente può sottrarsi a causa della storica carenza di servizi per la prima infanzia); inoltre, anche a parità di ore lavorative e di ruolo ricoperto, le donne guadagnano meno degli uomini, quindi tanto vale mandare avanti il male breadwinner già in partenza. Si tratta del gender pay gap, un triste fenomeno su cui, ancora una volta, i dati parlano chiaro: secondo l’Inps, «tra i lavoratori con le paghe più alte la retribuzione settimanale di un uomo va dai 2 ai 10mila euro, mentre una donna guadagna tra i 1.200 e i 4.800 euro».  

A livello europeo, con un punteggio pari a 63.5 in una scala che va da 1 a 100, l’Italia si classifica al quattordicesimo posto per indice di parità di genere, a 4.4 punti dalla media complessiva. Nonostante il rapporto sottolinei come nel decennio 2010-2020 il nostro Paese abbia acquistato otto posizioni nel ranking complessivo, rimangono delle serie lacune: nell’ambito della retribuzione (le donne guadagnano in media il 18% in meno degli uomini), in quello delle attività domestiche (in cui nell’80% dei casi sono le donne a investire il loro tempo) e in quello del tasso di occupazione FTE, Full Time Equivalent, che tiene conto del lavoro full time e part-time (questo tasso è pari al 31% per le donne, mentre per gli uomini è del 51%). Quest’ultimo dato diventa ancora più preoccupante se si considera che non è giustificato da un più basso livello di istruzione femminile:

al contrario, in Italia le donne laureate sono il 3% in più degli uomini, contro una media europea pari all’1%.

Estratto da European Index Gender Equality, fonte: Eige

Tutti questi dati dimostrano che il cammino verso la parità è ancora molto lungo, ma questo non è sicuramente un buon motivo per non intraprenderlo. È stata Azzurra Rinaldi, insegnante di economia alla Sapienza tra le ideatrici del movimento Il giusto mezzo, a evidenziare come nei Paesi che adottano il modello del double earner, in cui sia l’uomo che la donna lavorano, il PIL pro capite è più alto. Questo significa semplicemente che investire nel sostegno all’imprenditoria femminile oltre che nel potenziamento di asili e di strutture per la cura degli anziani non è solo una questione di giustizia sociale:

la maggiore equità si accompagnerebbe alla crescita economica e all’aumento del gettito fiscale, qualcosa di cui il nostro Paese, prostrato dalla crisi pandemica, ha un estremo bisogno.

Al netto di ciò occorre evidenziare che, se da una parte le mobilitazioni delle attiviste e delle cittadine segnalano il categorico rifiuto di rassegnarsi alle disuguaglianze di genere e al confinamento della donna nel ruolo di madre, dall’altra parte è proprio quest’ultima idea che sembra farsi strada in alcuni segmenti della classe politica.

Il pensiero va inevitabilmente al dibattito che si è tenuto nelle Marche durante il Consiglio Regionale del 26 gennaio, quando il capogruppo di Fratelli d’Italia Carlo Ciccioli ha invocato la sostituzione etnica per giustificare la decisione di porre fine alla somministrazione della pillola RU486 nei consultori familiari, rendendo obbligatorio il ricovero ospedaliero. La logica dell’argomentazione è schiacciante: secondo Ciccioli, in questa fase di denatalità e invecchiamento demografico non dobbiamo rassegnarci alla sostituzione etnica, ma dobbiamo difendere la natalità; per questo, la battaglia per la difesa dell’aborto è una battaglia di retroguardia.

Successivamente è intervenuto anche l’assessore alla sanità Filippo Saltamartini, il quale ha affermato che le linee guida del ministero – che suggeriscono di autorizzare la somministrazione della pillola nei consultori – non sono vincolanti, per poi aggiungere che la vera necessità è quella di garantire una scelta consapevole, per cui sarebbe bene, a suo dire, aprire i consultori alle associazioni pro-life. Le proteste non sono mancate, ma ormai la Regione Marche ha deciso: niente pillola abortiva se non si passa per il ricovero ospedaliero. E la priorità diventa evitare la sostituzione etnica (con i corpi altrui) anziché garantire alle donne la possibilità di conciliare lavoro e famiglia, qualora desiderino formarne una.

Alla manifestazione che si è tenuta ad Ancona il 6 febbraio ha partecipato anche la deputata Laura Boldrini. Fonte: qdmnotizie.it
Erica Ravarelli
Studio scienze politiche a Milano ma vengo da Ancona. Mi piace scrivere e bere tisane, non mi piacciono le semplificazioni e i pregiudizi. Ascolto tutti i pareri ma poi faccio di testa mia.

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