Del: 10 Febbraio 2021 Di: Letizia Bonetti Commenti: 0

10 febbraio 1986: la giornata è fredda e piovosa e nell’aula bunker a ridosso del carcere dell’Ucciardone di Palermo è tutto pronto per iniziare un processo che cambierà la storia italiana: 474 imputati, 22 mesi di udienze,19 ergastoli, un’ora e mezza per la lettura dei nomi e delle pene dei 362 mafiosi condannati. Il processo iniziato nel 1986 è la punta dell’iceberg dell’enorme sforzo dei giudici istruttori Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello che, come previsto dal Codice di procedura penale italiano, si occupano di svolgere le indagini e di raccogliere le prove nei confronti degli indagati.

Pietro Grasso, nominato giudice a latere del processo, in un’intervista rende l’idea della quantità di materiale prodotto durante le indagini: «Mi recai presso l’ufficio istruzione dove si trovava l’ufficio di Falcone, che aprì la porta di una stanza e mi disse «Ti presento il maxi processo»: tutte le pareti erano coperte di faldoni fino al tetto». Come presidente della Corte d’Assise viene nominato Alfonso Giordano, dopo una serie di rifiuti da parte di altri giudici per timore delle possibili ripercussioni.

Il processo si svolge dopo una lunga striscia di sangue che vede come vittime oltre duecento persone tra mafiosi ed esponenti dello Stato. La mente dietro a queste stragi è Totò Riina, capo dello schieramento dei corleonesi che nel 1981 intraprende la cosiddetta seconda guerra di mafia, per la supremazia sul traffico di droga. Badalamenti e Buscetta – due importanti esponenti dell’opposta fazione, quella delle vecchie famiglie – si salvano soltanto perché si trovano rispettivamente negli Stati Uniti e in Brasile.

Tuttavia, molti dei loro familiari vengono uccisi dal clan dei corleonesi e proprio questi omicidi portano Buscetta a prendere la decisione che permette l’inizio del Maxiprocesso. Buscetta decide di collaborare con la giustizia, spinto dal desiderio di vendetta e dallo sconto di pena (era infatti stato condannato in un precedente processo). Grazie all’ex esponente di Cosa Nostra, il sistema che era stato solo immaginato dai giudici istruttori viene esposto e spiegato nei suoi meccanismi e dettagli.

Come dirà Falcone: «Prima di Buscetta avevamo un’idea superficiale della mafia. Lui ci ha dato del fenomeno una visione globale, un linguaggio, un codice».

E così si scopre che le famiglie mafiose prendono il nome dal rione in cui si trovano. In provincia, prendono il nome del paese in cui sono stanziate. Al di sopra delle famiglie c’è una commissione con a capo Michele Greco, composta dai capi mandamenti scelti in seno a tre famiglie che controllano Cosa Nostra, coordinando le azioni. Le rivelazioni di Buscetta fanno emergere ciò che mai si era riusciti a dimostrare, grazie a un clima di omertà e complicità anche politica: Cosa Nostra esiste. 

Il processo inizia a fatica, soprattutto a causa dei tentativi di ostruzionismo degli imputati e degli avvocati. Uno dei momenti chiave è il confronto tra Buscetta e Pippo Calò, capo della famiglia Porta Nuova alla quale Buscetta stesso appartiene, denominato il cassiere della mafia perché coinvolto nella gestione finanziaria dell’organizzazione (soprattutto riciclaggio di denaro). Calò cerca di screditare Buscetta ma la prevalenza di quest’ultimo è evidente, così come il timore che esercita su di lui. Molti avvocati avevano chiesto il confronto tra i loro assistiti e Buscetta, ma dopo la discussione con Calò tutti gli avvocati revocano la richiesta di confronto. Altri momenti salienti sono l’intervento dei parenti di persone uccise dalla mafia, che per la prima volta escono allo scoperto, e la costituzione di parte civile del Comune di Palermo.

Il processo termina l’11 novembre 1987, con i risultati già riportati. Vengono comminati gli ergastoli ai più importanti e pericolosi esponenti di Cosa Nostra, tra cui i latitanti Provenzano e Riina. La mafia reagisce e continuerà ad agire ma lo Stato lancia un messaggio.

Dichiara apertamente guerra alla mafia. Un colpo deciso, fermo che fa capire che la mafia non è intoccabile, né invincibile.

Si teme un annullamento in Cassazione, dal momento che la causa rischia di finire nelle mani del presidente della prima sezione Corrado Carnevale, noto come il giudice ammazzasentenze per il numero di condanne per mafia e terrorismo annullate per vizio di forma. Tuttavia, la Cassazione conferma la maggior parte delle condanne, in particolare gli ergastoli. 

Anche se lo Stato farà dei passi indietro – lo dimostra ad esempio lo smantellamento del pool antimafia – come ha dichiarato Pietro Grasso: «Da quel momento non c’è più bisogno di dimostrare processo per processo l’esistenza dell’organizzazione». La piovra è decapitata. 

Letizia Bonetti
Sono Letizia e studio giurisprudenza a Milano, anche se dall'accento bergamasco non si direbbe. Nel tempo libero mi piace nuotare, mangiare gelati e scrivere per Vulcano Statale.

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