Del: 16 Marzo 2021 Di: Giulia Ghirardi Commenti: 0

Una luna e una stella, un azzurro che sa di libertà. È la bandiera del Turkestan orientale. Per gli uiguri, etnia turcofona di religione islamica che vive nel nord-ovest della Cina, la bandiera simboleggia il movimento per l’indipendenza della regione dello Xinjiang.

Dal 1955, quando la Cina comunista ha annesso lo Xinjiang come “regione autonoma”, gli uiguri sono stati visti come una minaccia per il Regno di Mezzo. Lo Xinjiang è infatti un corridoio strategico, troppo essenziale per il piano del presidente Xi Jinping perché il partito comunista cinese rischi di perderne il controllo. Uno Xinjiang pacifico, aperto agli affari, pulito dalle sue tendenze separatiste e dalle sue tensioni etniche. Insomma, Xinjiang senza uiguri, questo è l’obiettivo

Una bandiera, una libertà che viene quindi proibita dal governo cinese. Condannata alla persecuzione e inchiodata alla violenza culturale. Violenza che ricerca la giustificazione alle proprie politiche repressive nell’affermare che le famiglie uigure perseguono un Islam radicale e separatistico.

Gulbahar Haitiwaji è una di loro: uiguri che ha lavorato per una compagnia petrolifera di Karamay per più di 20 anni prima di fuggire in Francia nel maggio del 2006 insieme alle proprie figlie con lo status di rifugiate dove ormai da dieci anni lavora in un piccolo panificio di Parigi.

Nel novembre del 2016 Gulbahar viene richiamata a Karamay 2016 per firmare dei documenti riguardanti il ​​suo prossimo pensionamento. Una volta lì però sul tavolo non trova delle carte da firmare ma una foto. All’improvviso l’ufficiale sbatte il pugno sul tavolo: «Sua figlia è una terrorista». È così che Gulbahar si rende conto, con devastante lucidità, che in quella stanza senz’anima in cui si trova, la stanza degli interrogatori della polizia di Xinjiang non si trova per motivi pensionistici. «Non so per quanto tempo sia andato avanti. Tutto quello che ricordo è quella foto, le loro domande aggressive e le mie futili risposte». 

Nella foto sua figlia, davanti a Place du Trocadéro a Parigi, stringe la bandiera del Turkestan orientale nella mano mentre sorride nel suo cappotto nero durante una manifestazione organizzata dal Congresso mondiale degli uiguri in esilio che si pronuncia contro la repressione cinese nello Xinjiang. Manifestazione che sa di terrorismo.

È in quella stanza buia, stretta da togliere il fiato, che iniziano i due anni di reclusione di Gulbahar. «Eravamo in 40 nella stanza, tutte donne, in pigiama blu. Undici ore al giorno marciavamo su e giù. Questa era chiamata educazione fisica. In realtà, un addestramento militare».

Un campo di rieducazione con il chiaro desiderio di spezzare le anime dei prigionieri.

Il mondo ridotto ad una stanza senza via d’uscita. Bestiame al comando del proprio carceriere. «All’inizio questo mi ha scioccato, poi mi sono abituata. Puoi abituarti a qualsiasi cosa, anche all’orrore». Era giugno 2017. Con il tempo si aprì però la prospettiva, per Gulbahar, di andare a “scuola”, di essere rieducata, corretta. Questa è il destino degli uiguri, vuoti involucri privi di senso, da purgare e riparare.

Questa “scuola” era a Baijiantan, un distretto alla periferia di Karamay tra confini di filo spinato e le terre di nessuno. Al di là del confine, solo deserto. «Ci insegnano ad essere cinesi. Ci trattavano come cittadini ribelli che il partito doveva rieducare». Una storia ripulita, disinfettata e politicizzata. Questa è la storia che rotola sui corpi doloranti dei prigionieri sotto forma di gloriose imprese del partito comunista cinese. Così la memoria diventa il peggior nemico, capace di portare via i ricordi e i pensieri che legano alla vita.

Vivere in balia della violenza politica, spogliati dell’umanità dalla discriminazione. Presunti traditori e terroristi a cui si è tolta la libertà con l’isolazionismo, lontano dal mondo, fuori dal tempo. In luoghi dove la vita e la morte non significano la stessa cosa che hanno altrove. Qui la speranza è senza luce, la morte senza fiato, è dietro l’angolo, senza via d’uscita.

Questo è un mondo che perde la ragione del nome, del possesso e della giustizia. Un mondo dove la società è costretta a sussurrare in un silenzio forzato. Anime tanto stanche da non riuscire nemmeno più a pensare. Così i condannati sfiniti, delusi, abbandonati, conservano i sospiri, sfuggono agli sguardi, immobili, le braccia strette, come a fermar qualcuno, in un eterno abbraccio.

«Un centinaio di volte ho pensato, quando i passi delle guardie ci hanno svegliato di notte, che era giunto il momento di essere giustiziati. Quando una mano ha spinto brutalmente le forbici sul mio cranio e altre mani hanno strappato via i ciuffi di capelli che cadevano sulle mie spalle, ho chiuso gli occhi, offuscata dalle lacrime, pensando che la mia fine fosse vicina».

In realtà il partito aveva messo in azione un progetto di sterilizzazione. Non volevano uccidere, l’obiettivo era far sparire lentamente. Così lentamente che nessuno se ne sarebbe accorto.

Il 2 agosto 2019 però dopo un breve processo, un giudice di Karamay dichiara Gulbahar innocente. «Ho sentito a malapena le sue parole. Ho ascoltato la frase come se non avesse niente a che fare con me. Stavo pensando a tutte le volte in cui avevo affermato la mia innocenza, a tutte quelle notti in cui mi ero infuriata perché nessuno mi avrebbe creduta. E stavo pensando a tutte quelle altre volte in cui avevo ammesso le cose di cui mi accusavano, tutte le false confessioni che avevo fatto, tutte quelle bugie. Ho denunciato i miei crimini. Ho chiesto perdono al partito comunista per le atrocità che non avevo commesso». Pezzi di anima in frantumati. Pezzi di anima che Gulbahar non recupererà mai.

«Non avevo altra scelta. Nessuno può combattere contro se stesso per sempre. Quali opzioni hai a disposizione? Una lenta e dolorosa discesa verso la morte o la sottomissione. Se giochi alla sottomissione, se fingi di perdere il tuo potere psicologico nella lotta contro la polizia, almeno, nonostante tutto, ti aggrappi al frammento di lucidità che ti ricorda chi sei».

Avevano condannato Gulbahar a sette anni di rieducazione. Avevano torturato il suo corpo e portato la sua mente sull’orlo della follia. Ed ora, dopo aver esaminato il suo caso, un giudice aveva deciso che no, in realtà, era innocente. Era libera di andare. L’anima, intanto, era morta.

Perché in un luogo dove essere uiguri significa nascere con la consapevolezza che presto o tardi si sarebbe stati costretti ad abbandonare la propria casa, dove essere uiguri vuol dire essere perseguitati ad una condanna senza fine, non si è mai veramente liberi. 

È una discriminazione che ha la forza e la violenza di seguire ovunque. «Sono libera, libera da quei luoghi che hanno cercato di distruggermi. Ma i campi di concentramento sono ancora dentro di me».  E sempre ci resteranno, nella persecuzione di una violenza che violerà per sempre anima e corpo. È la follia della Cina. Cina che deporta. Cina che tortura. Cina che sta uccidendo tutti i suoi cittadini uiguri. Gulbahar si è fatta portavoce di tutto questo, con la sua voce dolce e spietata ha avuto la forza di denunciare dando voce al silenzio forzato in cui vive la sofferenza. La sua tragica testimonianza è raccolta nel suo libro, Rescapée du goulag chinois: Premier témoignage d’une survivante ouïghoure. Un sussurro che è diventato un grido, un grido alla luna e a una stella, un grido verso un cielo che sa di libertà.

Fonte per tutte le dichiarazioni di Gulbahar: Rescapée du goulag chinois: Premier témoignage d’une survivante ouïghoure.

Giulia Ghirardi
Scrivo quello che non riesco a dire a parole. Amo camminare sotto la pioggia, i tulipani ed essere sorpresa. Sono attratta da chi ha qualcosa da dire, dall'arte e dalle emozioni fuori luogo. Sogno di vedere il mondo e di fare della mia vita un capolavoro.

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