Del: 21 Marzo 2021 Di: Luca D'Andrea Commenti: 0

L’approvazione della legge Fortuna-Baslini nel 1970 causò forti tensioni tra i partiti dell’epoca. La decisone fu quindi affidata ai cittadini, in un referendum abrogativo che avrebbe potuto cambiare le sorti della legge, oggi raccontiamo la sua storia all’interno dello spazio di Radici. A questo link trovate gli articoli precedenti della rubrica.

«Per quanto siano forti i sentimenti che uniscono un uomo e una donna, essi possono anche mutare» disse  Nilde Iotti in una seduta parlamentare in cui si discuteva della legge sul divorzio. Quella stessa legge, la Fortuna-Baslini, fu approvata l’anno seguente, nella notte tra il 30 novembre e il 1° dicembre del 1970 con 319 voti a favore e 286 contrari. Diedero l’assenso i comunisti, i liberali, i socialisti e i repubblicani, mentre votarono contro i democristiani, i monarchici e i missini. 

Dopo l’approvazione della legge, Loris Fortuna, politico socialista e firmatario, si riteneva soddisfatto sperando che nessuno volesse ricorrere allo strumento del referendum abrogativo, introdotto da poco nell’ordinamento italiano. La sua fu una speranza malriposta, in quanto il fronte anti-divorzista pensò subito a ricorrere alla consultazione referendaria. «Tutti i paesi nei quali esiste il divorzio – sostenevano i contrari alla legge Fortuna-Baslini – vorrebbero arginare il crescendo pauroso dei fallimenti matrimoniali, ma nulla possono in questo senso perché il divorzio crea divorzio». 

La campagna elettorale sul referendum abrogativo iniziò dopo che furono depositate 1 milione e 300 mila firme in Cassazione.

Il segretario della Democrazia Cristiana, Amintore Fanfani, si impegnò alacremente per promuovere le posizioni favorevoli all’abrogazione della legge Fortuna-Baslini, descritta come un pericolo per la stabilità della società italiana. In un comizio disse addirittura: «Se il divorzio passerà, in Italia sarà persino possibile il matrimonio tra omosessuali. […] vi piacerebbe, gentili ascoltatori, se vostra moglie vi lasciasse per sposarsi con la moglie del vostro amico, e magari per scappare con la donna di servizio? Diventeremo tutti degli scimuniti dello stesso sesso e magari vostra moglie vi lascerà per qualche ragazzina…».

Anche il Movimento Sociale Italiano, partito neofascista, si posizionò a favore dell’abrogazione affiggendo, tra l’altro, manifesti in cui si leggeva: «Contro gli amici delle Brigate Rosse il 12 maggio vota sì». Quest’ultimo messaggio è esemplificativo del clima della campagna elettorale, che non fu solo un confronto tra il mondo laico e quello più spiccatamente cattolico, influenzato da papa Paolo VI, che già ai tempi dell’approvazione della legge del 1970, aveva espresso: «profondo dolore, e ciò per un duplice motivo: per il danno gravissimo che il divorzio reca alla famiglia italiana e specialmente ai figli; e poi perché la Santa Sede stima la presente legge lesiva del Concordato».

Fonte: fototeca Gilardi

I sostenitori dell’abrogazione, infatti, come spauracchio verso l’elettorato moderato, affermavano che una vittoria del fronte divorzista avrebbe portato a un dilagare del comunismo. Per questo, esponenti impegnati nella campagna a favore della legge per il divorzio come Giovanni Malagodi, presidente del Partito Liberale, si preoccupavano anche di rispondere a queste accuse: «La vittoria dei “no” significa un rafforzamento della struttura democratica del nostro Stato. Il divorzio, nella forma che esso assume nella legge Fortuna-Baslini, non ha infatti nulla di comunista. Esso rappresenta un passo avanti nel lungo cammino della costrizione alla libertà responsabile nell’ambito della legge. Tale cammino liberale è il contrario del cammino comunista».

Anche il deputato comunista Giorgio Amendola criticò questa impostazione data alla campagna elettorale, dicendo: «È responsabilità di Fanfani di aver cercato di trasformare il referendum in uno scontro diretto teso a cercare di isolare e battere i comunisti […] a questi tentativi si sono opposte non solo le forze laiche ma anche quelle forze cattoliche che hanno fiducia nella intelligenza e nella onestà degli italiani». 

La posta in gioco del referendum era alta, perciò all’interno del fronte anti-divorzista qualcuno andò anche oltre i classici argomenti della libera scelta e della laicità dello stato.

Al termine di un convegno delle donne della Resistenza, promosso dal Comitato provinciale di Milano dell’Associazione Partigiani d’Italia, venne approvato un documento, in cui si leggeva: «Questo referendum voluto da pochi e osteggiato da molti, non a caso appoggiata dai fascisti, lede i diritti costituzionali delle minoranze e diventa uno strumento pericoloso nelle mani di chi vuol mettere in difficolta l’unione dei lavoratori, prendendo a pretesto la salvezza della famiglia, che non è minacciata dal divorzio, ma dalla grave situazione economica e sociale in cui si trova il nostro Paese».

Si arrivò in questo clima alla fine di una campagna elettorale estenuante; gli italiani furono chiamati al voto nelle giornate del 12 e 13 maggio e risultati premiarono il fronte divorzista con il 59,3% contro il 40,7% dei sostenitori dell’abrogazione della legge Fortuna-Baslini. Le reazioni della politica ovviamente non si fecero attendere, Fanfani ribadì che: «La Democrazia Cristiana […] conferma il già preannunciato ossequio alle decisioni che gli elettori hanno liberamente preso […] si rivolge la rinnovata assicurazione di piena disponibilità a concorrere e dare il più efficace sostegno alla vita delle famiglie italiane sul piano della tutela giuridica e su quello della politica sociale». Mentre i vincitori esultarono per la vittoria della libertà e della laicità, che rappresentò un passo importante nella storia del nostro Paese.

Bibliografia:

Corriere della Sera, 2 dicembre 1970.

Corriere della Sera, 9 maggio 1974.

Corriere della Sera, 10 maggio 1974.

Corriere della Sera, 11 maggio 1974.

Corriere della Sera, 14 maggio 1974.

Luca D'Andrea
Classe 1995, studio Storia, mi piacciono le cose semplici e le storie complesse.

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