Del: 7 Marzo 2021 Di: Andrea Marcianò Commenti: 0

«Siamo veramente stanchi di vedere attori che ci danno false emozioni, esauriti da spettacoli pirotecnici o effetti speciali. Anche se il mondo in cui si muove è in effetti per certi versi falso, simulato, non troverete nulla in Truman che non sia veritiero. Non c’è copione, non esistono gobbi. Non sarà Shakespeare, ma è autentico. È la sua vita.»

Così, Christof (Ed Harris), personaggio regista di The Truman Show, presenta il suo programma nel film. Ed è proprio l’incredibile verità, che sta dietro al capolavoro di Peter Wier, che lo rende ancora estremamente attuale e forse più veritiero oggi rispetto a quando la pellicola uscì nelle sale, ovvero ventitré anni fa. Infatti, è il fenomeno della fiction, l’impatto che il cinema d’intrattenimento ha sul grande pubblico, che di per sé viene ampliato e addirittura ingigantito se parliamo della MCU (Marvel Cinematic Universe).

Proprio per questo un’opera come Wandavision è un’ottima occasione, soprattutto, per poter riflettere su cosa sia e su come si sia trasformata la televisione, attraverso l’immenso universo espanso Marvel nella sua pirotecnica realtà.

La serie creata dalla emergente Jac Schaeffer (la ritroveremo alla regia di Black Widow), che vede il proseguo della saga dopo gli eventi di Avengers: Endgame ed è sbarcata su Disney+ con cadenza settimanale, narra le vicende della coppia Wanda Maximoff (Elizabeth Olsen) e Visione (Paul Bettany), rinchiusi in un mondo seriale che attraversa i decenni d’oro della TV. A scanso di spoiler, Wandavision è l’erede prossimo di quel The Truman Show che abbiamo imparato ad accettare negli ultimi decenni.

La regia stessa della serie, a opera dell’anch’esso emergente Matt Shakman, è meta-televisiva, come anche la produzione e gli effetti speciali, i quali mettono in scena non solo degli effetti in computer grafica, ma anche tradizionali metodi utilizzati durante i decenni dalla televisione. Così per rappresentare la Wanda che usa i suoi poteri per far volteggiare gli oggetti e far chiudere le porte, notiamo delle tecniche artigianali con cavi e botole nascoste, che permettono un effetto in presa diretta autentico rendendo così le scene contestualmente realistiche. 

Elizabeth Olsen nei panni di Wanda Maximoff in Wandavision in una scena dell’episodio “Girato davanti a un pubblico in studio” dedicato alla sitcom degli anni Sessanta “The Dick Van Dyke Show”. ©Marvel Studios 2020.

Il risultato è un prodotto MCU con il minor utilizzo di CGI: l’avreste mai pensato che potesse succedere un tale evento? Dopo la plateale battaglia tutta in green screen – armi comprese – del blockbuster Avengers: Endgame, la Marvel sembrava aver preso una strada di puro intrattenimento avveniristico, sacrificando il valore culturale del fare film e sfruttando la macchina cinematografica alla bell’e e meglio. Ma con la direzione presa su Disney+ sembra che l’obiettivo della “casa del topo” sia piuttosto quello di ricucire quella netta divisione tra i fan MCU, ovvero i fedelissimi che vediamo piangere e commuoversi al cinema, e i cinefili devotissimi seguaci della setta Martin Scorsese, capostipite della “lotta” ai cinecomics. Wandavision accontenta, infatti, entrambe le categorie di persone.

Il mondo di Wanda è fittizio, impossibile da evadere, un mondo in cui è impensabile uscire dal proprio personaggio; il controllo della showrunner Wanda è pressoché totale e la cittadina di Westview è rappresentativa di un’America in fiamme: nella fiction, la contea è infatti la classica e tranquilla periferia statunitense con i suoi pacifici abitanti e dove la propaganda del sogno americano la fa da padrone.

Fuori dalla fiction Wandavision, nel momento in cui la realtà riaffiora, i personaggi e l’ambiente cambiano radicalmente, e la terra della libertà ritorna al suo realismo più eversivo.

La serie diventa materialità che a sua volta diventa utopia di uno scenario finto e onirico.

Ecco che quindi la finzione della televisione, efficacemente messa in discussione negli anni, prende con Wandavision i connotati ottimistici della serialità come panorama fantasioso in cui i sogni si avverano e la triste realtà del nostro mondo fa meno paura. 

La serie, in questo modo, funziona egregiamente, e nel suo complesso riporta l’universo espanso della Marvel in una tangente che segue meno il principio da, per prendere in prestito le parole di Scorsese, «parco a tema», concentrandosi anche e soprattutto sul valore culturale che i fumetti di Stan Lee hanno. Wandavision è il miglior prodotto MCU perché mantiene la forza divistica dei supereroi, e nel mentre studia le emozioni, i difetti, e in generale il lato umano di una supereroina come Wanda, portando sul piccolo schermo una serie tv fatta non solo esclusivamente per vendere gadget nei Disney Store, ma per raccontare quel mondo di cui tutti facciamo parte. 

Andrea Marcianò
Classe '99, nato sul Lago di Como, studente in scienze della comunicazione, amante di cinema e televisione. Mi piace osservare il mondo dall'esterno come uno spettatore.

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