Del: 23 Luglio 2021 Di: Elisa Bragalini Commenti: 0

Dall’inizio della pandemia uno spiraglio di speranza è arrivato il 27 dicembre 2020, il cosiddetto “Vaccine Day”, data che ha segnato il via ufficiale alla campagna di vaccinazione contro il COVID-19 in tutta Europa. In Italia la distribuzione vera e propria del vaccino è iniziata il 31 dicembre 2020. Secondo il Sole 24 Ore, al 13 luglio nel mondo sono state somministrate circa 3 miliardi dosi, così il 25,6% della popolazione ha ricevuto almeno una dose e solo il 12,4% è completamente vaccinato. Guardando all’UE i dati sono incoraggianti, in quanto il 54,7% dei cittadini ha già ricevuto almeno una dose, contro il 40,4% dei completamente vaccinati. Il problema però si sposta nei paesi che, invece, hanno dati che fanno dubitare sul buon proseguimento della campagna vaccinale. Infatti, i dati peggiori in merito alle dosi eseguite sui propri cittadini riguardano la maggior parte degli stati dell’Africa e alcuni stati del Medio Oriente e dell’Europa orientale, come Iraq, Iran, Bielorussia, Ucraina. Solo l’1% delle persone nei paesi a basso reddito ha ricevuto almeno una dose.

La pandemia ha portato ad un enorme numero di vittime, sia nei paesi avanzati sia nei paesi più poveri e in via di sviluppo, ma ad oggi la sfida più dura la stanno affrontando tutti quei paesi verso cui le forniture dei vaccini procedono a rilento. Per far fronte a questa problematica, è ritenuto fondamentale l’intervento del programma COVAX, che consiste in una collaborazione globale innovativa, che comprende anche i paesi più poveri del mondo, volta ad accelerare la produzione e l’accesso equo a test diagnostici, terapie e vaccini contro il COVID-19. La COVAX Facility, sostenuta dall’ONU, si prefigge di rendere disponibili due miliardi di dosi di vaccini anti-COVID-19 ai paesi che vi partecipano entro la fine del 2021, comprese almeno 1,3 miliardi di dosi per le economie a basso reddito. Il partenariato COVAX, di cui fanno parte Gavi, l’Alleanza Vaccini, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’UNICEF e la Coalition for Epidemic Preparedness Innovations (CEPI), permette di condividere competenze ed esperienze e allestire una rete di distribuzione del vaccino unica. I partner stanno lavorando intensamente al fianco di produttori e altri collaboratori per contrastare il nazionalismo vaccinale e per garantire a tutti un vaccino contro il COVID-19.

È stato importante anche l’impegno da parte dei leader del G7, che hanno ribadito l’impegno dei rispettivi paesi di condividere 870 milioni di dosi di vaccini contro il COVID-19, per porre fine alla pandemia a livello globale.

L’impegno si concentra sulla promessa del presidente degli Stati Uniti Joe Biden di donare 500 milioni di dosi del vaccino prodotte dalla società farmaceutica Pfizer e dalla società di biotecnologie BioNTech a Mainz, in Germania. Questo si aggiunge agli 87,5 milioni precedentemente promessi. Il Regno Unito ha promesso 100 milioni e Francia, Germania e Giappone hanno promesso circa 30 milioni ciascuno. I paesi del G7 si sono impegnati a consegnare almeno la metà delle dosi entro la fine del 2021. Hanno inoltre riaffermato il loro sostegno all’iniziativa COVAX delle Nazioni Unite, definendola come “la via principale per fornire vaccini ai paesi più poveri”. 

In queste settimane l’OMS è intervenuta proprio in merito al problema dell’insufficienza di vaccini nei paesi più poveri del mondo; il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus ha rivolto un appello ai paesi più ricchi affinché donino le dosi alle regioni meno sviluppate del pianeta invece che muoversi per un ulteriore richiamo, denunciando una disparità per quanto riguarda l’accesso al vaccino. Egli chiede a Pfizer BioNTech e Moderna di dare la precedenza al progetto COVAX che ha, appunto, l’obiettivo di portare i vaccini in quelle regioni del mondo dove l’accesso è limitato o assente.

I paesi occidentali invece, che sono già vicini al raggiungimento dell’immunità avendo vaccinato buona parte della loro popolazione, si stanno preparando ad effettuare un terzo richiamo. La critica mossa dal direttore dell’OMS è stata ripresa da Nature in seguito alla persistente diffusione della variante Delta in Africa, che ha evidenziato come il divario tra paesi ricchi e paesi poveri è sempre più ampio. La maggior parte delle persone nei paesi più poveri dovrà aspettare altri due anni prima di essere vaccinata contro il COVID-19. Almeno 20 paesi africani stanno vivendo una terza ondata di infezioni, secondo i Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie (Africa CDC), con sede ad Addis Abeba, in Etiopia. Complessivamente, tra febbraio e maggio di quest’anno, i paesi africani hanno ricevuto solo 18,2 milioni di dosi delle 66 che si aspettavano da COVAX. Su quasi 1,3 miliardi di persone in Africa solo il 2% ha ricevuto una dose di un vaccino contro il COVID-19 e poco più dell’1% sono completamente vaccinati, secondo l’ufficio dell’Africa dell’OMS.

Perché i vaccini non arrivano a destinazione? Gli ostacoli sono di diversa natura, ma ce ne è uno che ha senz’altro avuto un peso rilevante.

Nel giugno del 2020 l’azienda farmaceutica AstraZeneca aveva firmato un accordo con il Serum Institute in India, uno dei più grandi produttori di vaccini al mondo, per produrre un miliardo di dosi del vaccino da destinare ai Paesi poveri. Un primo rifornimento di 400 milioni di dosi sarebbe dovuto arrivare a destinazione entro la fine del 2020. Il piano è saltato per colpa della imprevista e devastante seconda ondata di COVID che ha colpito l’India la scorsa primavera. Di fronte alla nuova minaccia il governo indiano ha imposto al Serum Institute di fare deviare tutta la sua produzione verso il mercato interno.

Oltre a ciò, i paesi più ricchi sono concentrati nella somministrazione di dosi sulla propria popolazione, confermato dal fatto che si sta parlando di un terzo richiamo, anche se solo vaccinando su scala globale si può riuscire a fermare l’espansione del virus. Tuttavia nei paesi più poveri le percentuali di persone a cui è stata somministrata la prima dose sono bassissime, per non parlare di coloro che sono completamente vaccinati. Attualmente COVAX è lontana dal raggiungimento del suo obiettivo per la fine dell’anno. Solo circa l’1% della popolazione di questi paesi risulta attualmente vaccinata grazie a questo strumento. Mentre i contagi continuano ad aumentare in tutto il mondo, con il rischio che emergano nuove varianti, diventa sempre più urgente vaccinare quanto più possibile la popolazione mondiale, arrivando anche in quei luoghi dove l’assenza del vaccino rischia di provocare migliaia e migliaia di morti.

In conclusione, secondo i dati aggiornati di Our World in Data in America del Sud la popolazione vaccinata con almeno una dose è il 38,65% di quella totale, in Asia è il 26,42%. In Oceania le percentuali sono ancora più basse, al 20,59%. E poi c’è il continente africano, in fondo alla classifica: solo il 3% della popolazione ha ricevuto la prima dose di vaccino. Ciò che emerge dai dati è preoccupante, soprattutto per il rischio di circolazione di nuove varianti, e in maggior misura per coloro che non essendo stati vaccinati sono maggiormente a rischio.

Elisa Bragalini
Ho vent'anni e la passione per le relazioni internazionali. Non sto mai ferma, disordinata patologica, scrivo per passione, ma alle volte sono anche tranquilla.

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