Del: 23 Settembre 2021 Di: Erica Ravarelli Commenti: 0
La “giustizia giusta” di Lega e Radicali

È iniziata il 2 luglio la campagna di raccolta firme per i referendum sulla giustizia promossi da Lega e Radicali. I sei quesiti sono stati depositati a inizio giugno in Cassazione ed eccezionalmente ci sarà tempo fino a fine ottobre per raccogliere le 500˙000 firme necessarie affinché le proposte di riforma vengano sottoposte al voto di tutti gli italiani.

Riforma del CSM

Come si legge sul sito ufficiale, il primo quesito ha per oggetto l’abolizione dell’obbligo di raccolta firme oggi in vigore per quei magistrati che vogliono presentare la propria candidatura a membro del Consiglio superiore della magistratura. In sostanza, qualora prevalessero i sì in un ancora ipotetico referendum, un magistrato non sarebbe più costretto a raccogliere da 25 a 50 firme per poter presentare la propria candidatura.

I favorevoli affermano che questo permetterebbe di superare «gli interessi delle correnti o il loro orientamento politico», rimettendo «al centro il magistrato e le sue qualità personali e professionali». I contrari invece fanno notare che spesso i sostenitori di una candidatura (cioè i 25-50 firmatari) non appartengono ad alcuna corrente o provengono da correnti diverse tra loro, per cui, di fatto, la riforma proposta non avrebbe alcun effetto concreto.

Responsabilità diretta dei magistrati

Il secondo quesito è uno dei più controversi e riguarda la responsabilità civile dei magistrati. Si tratta di un tema che ciclicamente torna al centro del dibattito pubblico: era infatti il 1987 quando i Radicali proposero per la prima volta di riformare questo istituto, al grido di “chi sbaglia, paga”. Per effetto della loro vittoria in quel referendum, oggi il cittadino «colpito da accuse inesistenti o che finisce in carcere da innocente» (dunque colui che è vittima di un errore commesso da un magistrato) può essere risarcito indirettamente, facendo causa allo Stato. Radicali e Lega fanno notare che la responsabilità indiretta è di difficile applicazione e pretendono che si faccia un passo in più: la vittoria dei sì permetterebbe alla vittima di chiedere un risarcimento direttamente al funzionario pubblico, il quale dovrebbe, quindi, rispondere personalmente dell’errore commesso.

I sostenitori del sì parlano di «favoritismi verso alcuni funzionari rispetto agli altri» e affermano che questa riforma permetterebbe di «responsabilizzare i magistrati, preservarne l’onorabilità di corpo e scongiurare abusi, azioni dolose o gravi negligenze”». Al contrario, i critici sottolineano che una riforma di questo tipo potrebbe avere pessime conseguenze in termini di autonomia e indipendenza dell’organo giudiziario in quanto «non esiste […] atto del giudice e più ancora del pubblico ministero che possa dirsi indolore”», di conseguenza, per evitare di subire ritorsioni, molti magistrati finirebbero per prendere decisioni innocue piuttosto che giuste.

Equa valutazione dei magistrati

Il terzo quesito è intitolato “equa valutazione dei magistrati” e si propone di coinvolgere professori e avvocati – ossia i cosiddetti membri laici – nell’attività di «valutazione della professionalità e della competenza dei magistrati», la quale attualmente è operata dai consigli giudiziari. Si tratta di organi composti da membri laici e togati all’intero dei quali, tuttavia, solo questi ultimi hanno diritto di voto.

Coloro che si schierano a favore del sì sostengono che il metodo di valutazione attualmente in vigore generi una «sovrapposizione tra controllore e controllato» e chiedono che il diritto di voto venga esteso anche ai membri laici, mentre i critici affermano che una riforma in tal senso andrebbe a minare l’autodichiazione della magistratura.

Separazione delle carriere dei magistrati

Il quarto quesito verte invece sulla separazione delle carriere dei magistrati. Anche in questo caso il tema suonerà familiare a coloro che ricordano gli anni del berlusconismo, durante i quali si iniziò a discutere della possibilità di impedire che un magistrato passasse più volte dalla funzione di giudicante (super partes) a quella di requirente (accusa).

Alla base di questa proposta c’era e c’è ancora oggi la convinzione secondo cui tali passaggi compromettono l’imparzialità del giudice, mentre chi si dichiara contrario alla separazione delle carriere afferma che costringere il magistrato a ricoprire sempre lo stesso ruolo avrebbe effetti negativi soprattutto per quanto riguarda la funzione requirente: il PM, in sostanza, si abituerebbe a cercare prove di colpevolezza dimenticando che anche il suo lavoro dovrebbe essere svolto in modo imparziale.

Limiti agli abusi della custodia cautelare

Quinto è il quesito che si propone di limitare le situazioni in cui è possibile disporre la custodia cautelare, ossia la carcerazione preventiva che attualmente può essere applicata in tre situazioni: pericolo di reiterazione del reato, pericolo di fuga e pericolo di inquinamento delle prove. La proposta avanzata da Lega e Radicali è quella di eliminare la prima delle tre opzioni, in modo che un imputato di cui si teme la recidività non possa essere privato della propria libertà personale prima del processo.

I favorevoli parlano di «forma anticipatoria della pena» e sottolineano che «ogni anno migliaia di innocenti vengono privati della libertà senza che abbiano commesso alcun reato e prima di una sentenza anche non definitiva», mentre i contrari si soffermano sui pericoli che una tale riforma porterebbe con sé: il costituente ha voluto limitare i casi in cui si può ricorrere alla custodia cautelare per evitare di violare il principio della presunzione di innocenza, tuttavia non riconoscere che il pericolo di reiterazione del reato giustifichi la carcerazione preventiva significa mettere a rischio la sicurezza pubblica e ostacolare le indagini degli inquirenti. Inoltre, è stata fatta notare l’incoerenza tra tale proposta e l’atteggiamento normalmente tenuto da un leader politico come Salvini, il quale non è nuovo a esternazioni anche piuttosto dure nei confronti di criminali comuni come ladri o scippatori.

Abolizione del decreto Severino

Sesto e ultimo quesito è quello che riguarda l’abolizione della legge Severino: obiettivo del comitato promotore è quello di eliminare l’automatismo che scatta ogni qual volta parlamentari, consiglieri, governatori regionali, sindaci o amministratori locali vengono condannati in via definitiva. Tale automatismo sottopone il condannato all’interdizione dai pubblici uffici, mentre una vittoria del sì attribuirebbe al giudice il potere di decidere, caso per caso, se dichiarare incandidabile colui che è stato colpito dalla condanna definitiva.

I sostenitori della riforma sottolineano che «la decadenza automatica di sindaci e amministratori locali condannati ha creato vuoti di potere e la sospensione temporanea dai pubblici uffici di innocenti poi reintegrati al loro posto», mentre i più scettici sostengono che, se è vero che la legge Severino necessita di «rettifiche in chiave garantista», è altresì vero che la questione del «rapporto tra vicende personali e onorabilità dell’istituzione pubblica» è troppo delicata per poter essere riformata attraverso un semplice quesito referendario. Se la riforma passasse, infatti, si tornerebbe alla situazione pre-legge Severino, la quale, a sua volta, non era esente da problematiche che si presentano anche oggi con la legge Severino in vigore (un esempio è l’art. 11 del d.lgs. n. 235/2012 che consente l’applicazione delle misure interdittive temporanee anche a fronte di sentenze non definitive).

Questa breve analisi sembra, dunque, suggerire che proporre a cittadini non sempre informati e tecnicamente preparati di esprimersi in maniera dicotomica su temi delicati e complessi non sia la soluzione più idonea a risolvere o quantomeno alleviare la crisi che la magistratura italiana sta attualmente attraversando.

Erica Ravarelli
Studio scienze politiche a Milano ma vengo da Ancona. Mi piace scrivere e bere tisane, non mi piacciono le semplificazioni e i pregiudizi. Ascolto tutti i pareri ma poi faccio di testa mia.

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