Del: 24 Ottobre 2021 Di: SIR Commenti: 0

EliSIR è la rubrica di geopolitica e relazioni internazionali curata su Vulcano da SIR – Studenti per le Relazioni Internazionali, associazione studentesca della Statale.

La crisi sanitaria dell’ultimo biennio ha sottolineato la necessità di una serie di cambiamenti nella società europea e mondiale, in relazione sia alle nuove (o strutturali) necessità economiche sia alla cosiddetta transizione digitale. L’Unione Europea richiede agli Stati membri ulteriore cooperazione e, soprattutto, una maggiore disponibilità nella cessione di sovranità a favore delle istituzioni comunitarie. In ambito digitale quindi, questa richiesta si traduce in un progetto di sovranità tecnologica europea mirato sia ad incentivi per l’innovazione sia a strumenti di protezione, monitoraggio e regolazione (ex ante ed ex post).

Infatti, la crescita rapidissima delle piattaforme digitali nel mercato unico europeo – nonché dell’ingombrante presenza delle Big Tech nella quotidianità dei cittadini oltre che nei mercati di riferimento – richiede una risposta adeguata da parte dei centri di potere europei, i quali come anticipato devono da un lato tutelare gli interessi delle proprie popolazioni e al tempo stesso incentivare nuove attività economiche.

La diffusione di questi colossi digitali è un elemento relativamente recente nelle società occidentali, ma che configura già un ruolo cruciale nei processi decisionali statali.

Negli ultimi anni si è discusso sovente del ruolo giocato dalle piattaforme nelle elezioni politiche di diversi paesi, delle modalità con cui i leader politici ed i partiti di riferimento ne usufruiscono, oltre alle ipotesi di interferenze straniere nel voto di determinati paesi. In aggiunta, non è secondario l’aspetto economico connesso a questi operatori: sia dal punto di vista tributario (sull’ammontare delle somme versate vi sono ampie discussioni), sia per quanto concerne i nuovi posti di lavoro e dunque le prospettive socio-economiche.

Tutte queste motivazioni vanno a comporre un quadro ben più ampio, il quale presenta come cornice gli aspetti geopolitici della questione: tutto ciò che viene racchiuso all’interno delle governance europee – a partire dalle strategie in campo tecnologico fino ad arrivare a settori differenti (quali l’ambito militare o, ancora, la gestione di zone geografiche fondamentali) – riproduce un tassello nelle tattiche e nelle strategie di ogni media o grande potenza, dunque l’atteggiamento di esse in politica estera. Si spiega così facilmente la volontà dell’UE di porre le basi per una reale sovranità comunitaria in ambito digitale, sebbene non si possano dimenticare le difficoltà europee nella formazione di una volitiva entità federale.

Nel biennio scorso si sono poste le basi per tre iniziative legislative affrontate nel Consiglio europeo di pochi giorni fa e che saranno oggetto di ulteriori negoziati nel prossimo futuro. 

La prima proposta riguarda il c.d. Artificial Intelligence Act, ossia il primo tentativo su scala europea e globale di regolare un settore complesso quale l’intelligenza artificiale. L’esigenza di una legislazione in materia è da individuare nell’ampiezza del raggio d’azione che l’intelligenza artificiale avrà nei prossimi anni: si prospetta un aumento notevole della produttività del lavoro nei prossimi tre lustri,  una potenziale riduzione dell’inquinamento da gas serra e, in particolar modo, la crescita graduale dell’impiego che le potenze faranno dell’IA in ambito militare o di controllo sulla società.

È plausibile che autoritarismi e dittature, oltre ad organizzazioni criminali transnazionali finanche attori aventi sistemi democratici, possano usufruire degli strumenti offerti dall’intelligenza artificiale per – ad esempio – osservare i comportamenti degli individui (nei propri territori e non) riducendo drasticamente la privacy e, conseguentemente, le libertà personali. Tale utilizzo risulterebbe di ragguardevole importanza anche in relazione ai nuovi conflitti, poiché l’IA potrebbe fornire strumenti innovativi in diverse fasi di una guerra. Data l’importanza della questione, l’Unione Europea rivela la propria volontà di muoversi prima di chiunque altro al fine di provare a fornire standard di riferimento futuri per soggetti statuali terzi.

In secondo luogo, è stato e sarà oggetto di discussione il Data Governance Act. Nei prossimi anni il valore economico dei dati digitali si aggirerà intorno ai 900 miliardi nella sola zona euro, costituendo circa il 6% del PIL. Si evince come il mercato dei dati rappresenterà un pilastro fondante della strategia digitale comunitaria, la quale senza una tangibile sovranità tecnologica correrà il rischio di rimanere impantanata nelle sabbie mobili dei processi decisionali in cui sono coinvolti i vari Stati.

Infine, la terza proposta riguarda il Digital Services Act package in merito al ruolo delle piattaforme online. È ben noto il ruolo giocato da queste ultime nella quotidianità dei cittadini europei, dal quale ne derivano le altrettanto note esigenze di tutela dei consumatori in termini economici e di privacy. È altresì fondamentale il ruolo di gatekeepers che tali piattaforme assumono nei mercati di riferimento, fungendo dunque da “guardiani” all’ingresso e bloccando l’avvento di nuovi potenziali operatori economici. Da tali circostanze deriva un ostacolo al commercio digitale transfrontaliero, nonché una violazione dei trattati europei in materia di concorrenza.

Al di là dei contenuti specifici degli atti sopra citati, è opportuno osservare le difficoltà in sede negoziale tra il Parlamento europeo ed il Consiglio.

Secondo diverse fonti vicine alle istituzioni infatti, le trattative tra le parti sono ben lontane dal raggiungere un accordo concreto con effetti vincolanti per gli Stati e le imprese. Questo tipo di divergenze non sono certamente una novità nel contesto europeo, poiché il sistema decisionale comunitario ha sempre mostrato evidenti fragilità dovute alle dissonanti volontà (ed esigenze) degli Stati membri: basti pensare alle trattative di inizio pandemia sul Recovery Plan in cui i c.d. “paesi frugali” si opponevano ai “paesi mediterranei”, oppure alla longeva incapacità di costituire un esercito comune in difesa dei propri territori.

Eppure, una volta di più, l’estenuante ricerca di una sovranità europea condivisa appare l’unica via per il raggiungimento di obiettivi utili. In un’era di plateale crisi delle democrazie moderne, in simultanea alla crescita degli autoritarismi, la cooperazione fra i partner europei in primis non può prescindere dalla cessione di sovranità dei singoli Stati. In ambito digitale, economico, militare e strategico. Costruire un’Europa delle istituzioni più che delle nazioni è la grande sfida che le democrazie europee si apprestano ad affrontare nel prossimo decennio, nel tentativo di trasformarsi in una grande potenza e con la consapevolezza che potrebbe essere l’ultima chiamata prima della fine dei sogni di gloria.

Fonti:
ISPI – Istituto Studi Politica Internazionale
IAI – Istituto Affari Internazionali

Articolo di Riccardo Arcobello

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SIR, Students for International Relations, è un'associazione studentesca attiva in Unimi. Opera nel campo della geopolitica e delle relazioni internazionali.

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