Del: 16 Ottobre 2021 Di: Lorenzo Cardano Commenti: 0

Se si cerca su un vocabolario latino la parola religio, oltre al significato più diffuso, ovvero “scrupolo, timore religioso”, è possibile trovare anche una seconda sfumatura, forse più interessante: credenza superstiziosa. Già gli antichi erano quindi consapevoli del duplice aspetto della religione: da una parte, dottrina che permette di riconoscere moralmente la piccolezza dell’essere umano; dall’altra, parafrasando – con le pinze – un concetto cardine del marxismo, oppio dei popoli. Quante volte è successo, nel corso della storia, che le istituzioni politiche abbiano strumentalizzato la religione per consolidare potere e autorità? Forse troppe. Ad averlo presente, nell’ambito della letteratura latina, fu principalmente Lucrezio; questo autore cercò di far capire ai romani quanto fosse importante l’epicureismo, dottrina filosofica greca improntata su un approccio sostanzialmente razionalistico. 

Le emozioni non dovevano essere represse, ma moderate. Da qui il motivo del μέτρον, il senso della misura. Come per la pulsione erotica, da accettare come un bisogno naturale dell’uomo (si veda l’Inno a Venere, De rerum natura, 1, 1-43), anche il senso di religiosità non deve essere soggetto a false credenze. Gli epicurei credevano che gli dei fossero, in un certo senso, indifferenti alle vicende umane. Non c’era alcuna punizione per i cattivi, né premio per i buoni. Però tutti abbiamo bisogno di credere in qualcosa; serve – anzi, è necessario – conservare la speranza per un futuro migliore, specialmente quando tutto sembra andare a pezzi. 

Per tale ragione è necessario conservare un equilibrio interiore: sfociare nell’estremo sia in eccesso che in difetto non permetterà di vivere nel modo migliore queste – umane – sensazioni. 

Quando la religione inizia a diventare sinonimo di bisogno ossessivo di risposte assolute e strumento di propaganda ideologica, ecco che la religio assume il suo aspetto più macabro e raccapricciante: diventa superstizione. Lucrezio fu, prima di tutto, un poeta, quindi estremamente abile nel rappresentare i concetti teorici attraverso immagini di forte impatto. Anche in questo caso, la superstizione religiosa viene resa attraverso la figura mitica di Ifianassa (Ifigenia). Tale fanciulla è la figlia di Agamennone, capo degli Achei, sacrificata per placare l’ira della dea Artemide. 

Si richiama dunque alla variante più “ufficiale” del mito greco: il sacrificio dell’eroina, propria di Eschilo (Agamennone vv. 199-248; e già Pindaro parlava della colpa di Agamennone nella Pitica 11, 22 sg.). L’uccisione di Ifigenia viene trattata, nel panorama della letteratura greca, nell’Ifigenia in Aulide di Euripide. In questa versione del mito, però, la fanciulla viene prodigiosamente salvata e sostituita da una cerva nel momento dell’immolazione. 

Con questo bisogna riconoscere che Euripide prende intenzionalmente le distanze da Eschilo. Con Agamennone, Menelao e Achille, il poeta ha voluto mettere in scena gli eroi tradizionali ormai in crisi, privi di orientamento e incapaci di dominare un contesto di cui pure dovrebbero essere pienamente responsabili. Il mondo di Euripide non è caratterizzato da eroi dalle grandi gesta, ma assumono centralità l’intimità e gli affetti familiari. Chiaramente Lucrezio, per rappresentare il macabro, non può rifarsi a questa tragedia con un esito positivo.

L’uccisione della giovane viene fatta attraverso l’inganno: vestita come se dovesse sposare Achille, viene, al contrario, immolata sull’altare.

Questa vicenda è scelta da Lucrezio (De rerum natura 1, 80-101) proprio per la sua popolarità: il De rerum natura è un poema sostanzialmente divulgativo, necessita di passaggi suggestivi. Non a caso, non viene narrato tutto l’avvenimento, dall’inizio alla fine, ma si scelgono i passaggi più forti da un punto di vista visivo: Ifianassa, terrorizzata (vv. 87-92); poi portata all’altare dove sarà sacrificata (vv. 95-100): 

Non appena la benda ravvolta alle chiome virginee

le ricadde eguale sull’una e l’altra gota, 

ed ella sentì la presenza del padre dolente 

presso l’altare, e che vicino a lui i sacerdoti celavano il ferro,

e alla sua vista i cittadini non potevano trattenere le lagrime, 

muta per il terrore cadeva in terra in ginocchio. 

[…]

Infatti, soretta dalle mani dei guerrieri, è condotta tremante 

all’altare, non perché dopo il rito solenne 

possa andare fra i cori dello splendente Imeneo, 

ma empiamente casta, proprio nell’età delle nozze,

perché cada, mesta vittima immolata dal padre, 

affinché una fausta e felice partenza sia data alla flotta. 

Questo exemplum narrativo serve al poeta per dimostrare come la strumentalizzazione della religione possa portare ad atti orribili, come quello compiuto ad Ifianassa. Quando il credo personale viene inculcato dall’alto di una gerarchia politico-sociale, si trasforma in dogma. Questo può capitare anche nelle situazioni più banali e quotidiane; perché a volte si è così ottusi? Cosa ci impedisce di giungere a compromessi con la realtà? La causa è la paura (di poter fallire). Spesso si fa riferimento a modelli assoluti e ritenuti “intoccabili”. 

Si ha bisogno di rifugiarsi in una campana di vetro, in una torre d’avorio nella quale sentirsi – ma non essere – al sicuro.

Il dogma ci impedisce di rende negoziabili i nostri pensieri. Quando la superstizione prende il sopravvento, la logica e il buon senso vengono messi in un angolino. Perché è molto più facile seguire dei precetti in modo acritico che porre in discussione elementi sempre considerati oggettivamente giusti e idolatrati. E questo avviene anche con la religione: se il nostro credo ha – in primis – il compito di farci vivere con maggiore entusiasmo l’alternarsi degli eventi della vita, la propaganda politica e i centri di potere da sempre cercano di proporre una visione “ufficiale”, dove le norme morali vengono consegnate come assolute. Metterle in discussione sarebbe – ed è a volte – un’eresia. 

Lorenzo Cardano
Studente di Lettere Classiche, da sempre innamorato degli infiniti modi che l'essere umano ha di esprimere se stesso, il suo entusiasmo e il suo tormento.

Commenta