Del: 21 Ottobre 2021 Di: Giulia Ariti Commenti: 0

Radici racconta fatti, personaggi e umori della storia della Prima Repubblica italiana, dal 1946 al 1994. A questo link è possibile trovare gli articoli precedenti della rubrica. 


Se sia stato un reale tentativo di colpo di stato neofascista o il “conciliabolo di 4 o 5 sessantenni”, come sarà sentenziato dalla Corte d’appello del 1984, il golpe borghese desta ancora alcuni interrogativi all’interno dell’opinione pubblica e della classe politica attuale. Gli storici, però, sembrano essere concordi sull’entità del fatto: ciò che accadde nella notte tra il 7 e 8 dicembre 1970 non può essere sottovalutato. 

Risalgono al 1969 i primi progetti di golpe da parte di Junio Valerio Borghese, detto “il Principe Nero”, monarchico e fondatore del gruppo di estrema destra Fronte Nazionale, con l’appoggio dell’organizzazione neofascista Avanguardia Nazionale. Erano gli anni del Terrorismo nero: la popolazione viveva nella paura suscitata dalla “strategia della tensione”, che, come speravano i movimenti eversivi Ordine Nuovo, Ordine Nero e la stessa Avanguardia Nazionale, era volta a «creare in Italia uno stato di tensione e una paura diffusa nella popolazione, tali da far giustificare o addirittura auspicare svolte di tipo autoritario». L’intento, inoltre, era quello di arginare le forze di sinistra, che, con i movimenti studenteschi del 1968, avevano visto una forte crescita dei consensi. La retorica anticomunista della guerra fredda segnò profondamente la paura delle forze di centro-destra di una “deriva rossa”; a questa isteria non fu immune il governo democristiano, in diverse occasioni accusato di favoreggiamento o, nella migliore delle ipotesi, di non aver intrapreso una politica antiterrorista sufficientemente forte.

A pochi giorni dal primo anniversario della strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, diverse centinaia di congiurati si ritrovarono a Roma: la distribuzione di armi e munizioni ebbe inizio all’interno del Ministero dell’Interno, il Ministero della Difesa fu occupato dagli uomini di Giuseppe Casero, generale dell’Aeronautica militare italiana, e del colonnello Giuseppe Lo Vecchio; anche le sedi televisive Rai furono accerchiate dai 187 uomini del maggiore della Scuola Forestale di Cittaducale, Luciano Berti. Il progetto era chiaro nella mente del Principe Nero: le forze coinvolte si sarebbero impegnate nell’occupazione dei due ministeri chiave, per poi proseguire con la deportazione dei parlamentari oppositori, l’assassinio del presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, e del Capo della Polizia di Stato, Angelo Vicari. Nel piano originario, un ruolo chiave era quello dei militari di Luciano Berti: l’assalto alle telecomunicazioni Rai avrebbe permesso a Borghese di proclamare al paese l’avvenuto colpo di stato e la restaurazione del regime dittatoriale. «Italiani – così inizia il proclama ritrovato tra le carte di Borghese – l’auspicata svolta politica, il lungamente atteso colpo di stato ha avuto luogo. La formula politica che per un venticinquennio ci ha governato, ha portato l’Italia sull’orlo dello sfacelo economico e morale, ha cessato di esistere».

L’attentato ai luoghi chiave dello stato avrebbe generato il caos a cui, secondo le forze di estrema destra, solo il Fronte Nazionale avrebbe saputo rispondere: «Con il mio Fronte Nazionale – avrebbe dichiarato Borghese ad una Tv Svizzera dopo la fuga dall’Italia – siamo contro il caos, contro il disordine, contro l’anti-nazione e contro il comunismo». 

Undici minuti dallo scoccare due del mattino, quando la realizzazione del colpo di stato era già in moto e stava avanzando, il Principe Nero diede indicazione dell’immediato annullamento dell’operazione.

Il cambio repentino di piani seguì una telefonata di cui, per anni, l’artefice rimase ignoto. Due le ipotesi storiche: dall’altro capo del telefono poteva esserci Licio Gelli, capo della loggia massonica P2, che si sarebbe dovuto occupare del rapimento del Presidente della Repubblica Saragat; o, la più accreditata secondo le più recenti ricostruzioni, Gilberto Bernabei, segretario di Giulio Andreotti, che si sarebbe occupato della negoziazione con le forze di estrema destra durante i mandati di Andreotti alla presidenza del Consiglio. A seguito dell’annullamento dell’operazione, Junio Valerio Borghese fuggì in Spagna, per sfuggire al mandato di arresto emanato nel 1971 e vi rimase fino alla morte, avvenuta in circostanze incerte nel 1974, sebbene l’ordine di cattura fu revocato l’anno precedente. 

La popolazione rimase ignara dell’attentato fino al 17 marzo 1971, quando il quotidiano vicino al Partito comunista Paese Sera pubblicò lo scoop in prima pagina, con il titolo: “Piano eversivo contro la repubblica, scoperto piano di estrema destra”. La notizia conteneva i nomi dei cospiratori arrestati dai Servizi Informazioni della Difesa (Sid), l’organo di intelligence italiana fino al 1977, e il piano del Principe Nero. Il ruolo del SID fu centrale: pare che la telefonata ricevuta da Borghese alle ore 1.49 informasse il golpista della soffiata fatta ai servizi segreti in merito ad una azione imprecisata nei confronti del Viminale condotta dagli uomini del Fronte; l’azione dei servizi segreti avrebbe, quindi, indotto i cospiratori alla ritirata. 

Nel 1989 la celebre trasmissione televisiva “La notte della Repubblica” di Sergio Zavoli propose un profilo di Borghese e lesse il proclama che Borghese stesso aveva intenzione di pronunciare alla televisione in caso di successo del colpo di stato.

Durante le indagini, che, ad oggi, presentano punti oscuri, sono emersi i coinvolgimenti di diversi protagonisti. Tra tutti, Cosa Nostra e la ‘Ndrangheta. Il coinvolgimento di Cosa Nostra emerse già nel 1974, per bocca di Torquato Nicoli e Maurizio Degli Innocenti, esponenti del Fronte Nazionale, ma venne confermato solo ne 1996, durante il Processo Andreotti. Dall’interrogatorio di Tommaso Buscetta, boss di Cosa Nostra, viene portato alla luce l’avvenuto incontro tra Borghese e gli affiliati dell’associazione criminale, a cui, in caso di partecipazione al golpe, era stata promessa la revisione del “processo Rimi”, in riferimento a Natale Rimi, condannato all’ergastolo già in corte d’appello. Anche la ’Ndrangheta avrebbe partecipato con 4.000 uomini e rifornimenti d’armi; compito della mafia era quello di occuparsi dell’assassinio di Antonio Vicari

Per anni, si è inoltre creduta l’attiva partecipazione del governo degli Stati Uniti: il presidente Nixon era stato informato del tentativo di golpe, ma non vi partecipò attivamente. Per ragioni ideologiche il Presidente americano non aveva posto il proprio dissenso: il timore di una “deriva rossa” era comune tra Borghese e Nixon, ma, a differenza dei militari estremisti, il Dipartimento di Stato degli USA era sicuro del fallimento del golpe. La preoccupazione della presidenza era la reazione comunista all’avvenuto colpo di Stato, che avrebbe portato l’Italia verso l’alleanza con l’Unione Sovietica. Per questo motivo era evidentemente necessario, agli occhi di Herbert Klein, uno dei più stretti collaboratori dell’allora Segretario di Stato Henry Kissinger, una garanzia politica: il nome proposto da Borghese fu quello di Giulio Andreotti. 

Ad oggi, il ruolo di Andreotti all’interno della cospirazione è incerto.

La testimonianza di Adriano Monti, medico di Rieti che sostiene di essere stato l’intermediario tra Borghese e il governo USA, è l’unica che evidenzia il ruolo del politico. L’idea diffusa è che egli fu il vero volto alle spalle del golpe, ma, come ricorda lo storico Aldo Giannuli: «Ai fatti pubblicati nel libro di Adriano Monti nel 2006, Andreotti rispose per una volta dicendo una cosa vera: che in democrazia lui si era sempre trovato bene, che era stato presidente del Consiglio per sette volte e ministro di tutto. Perché quindi caldeggiare un colpo di Stato che in realtà avrebbe ridimensionato il suo potere?».

«Chi telefona a Borghese – continua lo storico – dicendo di smobilitare tutto è Gilberto Bernabei, un uomo di contatto con la destra, l’anima nera di Andreotti. Berbabei era un romagnolo – da non confondere coi Bernabei che poi espressero il presidente della Rai – aveva 14 anni più di Andreotti, era un pezzo grosso degli apparati della Rsi poi dissociatosi e divenuto e un uomo dell’intelligence di Andreotti per i rapporti con l’estrema destra. Andreotti ha dato da un lato briglia sciolta per bruciare la carta del colpo di Stato e i fascisti e dall’altra per trattare con un Partito Comunista più ammansito. E non è un caso che il primo presidente del Consiglio di un governo di unità nazionale sarà proprio Andreotti».

I processi si conclusero con un nulla di fatto nel 1986, con una sentenza della Corte Suprema d’Appello, che confermò l’assoluzione di tutti gli imputati, compresi i rei confessi, già sentenziata nel 1984 in Corte d’Assise con la formula “il fatto non sussiste”. I giudici disposero l’assoluzione di tutti i 48 imputati dall’accusa di cospirazione politica, aggiungendo che tutto ciò che era successo non era che il parto di un “conciliabolo di 4 o 5 sessantenni”. «Il golpe Borghese – così si conclude il commento di Aldo Giannuli – non è stato capito e inquadrato correttamente: o è stato visto come una buffonata di quattro rimbambiti, oppure come un vero colpo di stato fallito. La verità sta nel mezzo: le 20.000 persone coinvolte erano tante, ma non bastavano per instaurare un regime militare.”

Giulia Ariti
Studentessa di Filosofia che insegue il sogno del giornalismo. Sempre con gli occhi sulla realtà di oggi e la mente verso il domani.

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