Del: 23 Ottobre 2021 Di: Redazione Commenti: 0

C’è una città in cui le case sono ancora corteggiate dalle cicatrici indelebili della propria storia. I loro corpi ormai vecchi di cemento e mattoni vestono ancora oggi, con eleganza, i fori dei proiettili usciti dalle canne dei fucili del 1956. La notte del 3 novembre di quell’anno 5000 panzer sovietici entravano a Budapest dopo il momentaneo ritiro delle truppe nei giorni precedenti. Era dal 1945 che l’Ungheria si trovava sotto l’influenza sovietica, dal giorno in cui le truppe dell’Armata Rossa, passando per le strade che circondavano l’imponente sinagoga dell’allora ghetto ebraico, trovavano i corpi e le vittime mietute dalla violenza nazista.

Il 23 ottobre 1956 a Budapest studenti, operai e intellettuali mettono fine ai 16 anni di passivo allineamento con Mosca.

Una marcia solidale, un passo storico di un popolo che sulla scia del coraggio dei lavoratori polacchi insorti il 28 giugno precedente, e ancora prima di quelli berlinesi nel 1953, contribuivano ad allargare la crepa originatasi nel sistema sovietico, a seguito della morte di Stalin e della diffusione del rapporto segreto sui suoi crimini, partorita durante il XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. La marcia prosegue fino al Parlamento dove l’ex Primo ministro Imre Nagy viene chiamato dal popolo a costituire un esecutivo nuovo, spoglio di qualunque ministro stalinista. La tensione nella città magiara cresce e in poco tempo prende forma con l’arresto di alcuni giovani dimostranti da parte della polizia, mentre il rapido dilagare di scontri violenti fa precipitare la situazione.

Nagy, sollecitato dal popolo ma incatenato alla ragionevole paura di un attacco sovietico pronuncia da nuovo Capo del Governo un discorso rivolto agli insorti: «La base di questo programma è lo sviluppo della democratizzazione della nostra vita pubblica in Ungheria». È il 24 ottobre e i carri sovietici accerchiano la città. Il Corriere della Sera quel giorno titola “Budapest bombardata”. Gli scontri dilagano per i tre giorni successivi, caratterizzandosi per una imparità di risorse belliche, ma non solo, che rende la persistenza ungherese ancora più eroica agli occhi dei simpatizzanti nel mondo. L’inaspettata longevità della resistenza a Budapest spiazza anche Mosca e porta il Cremlino a trattare il ritiro delle truppe sovietiche dal suolo magiaro, con un acclamatissimo Nagy che riporta alla luce il pluralismo politico, le associazioni sindacali e la libertà di stampa, accompagnando il proprio paese verso un nuovo socialismo dal volto più democratico.

Mentre dunque per l’Ungheria, apparentemente, si entra in un periodo di distensione e nuove prospettive, a Mosca inizia a farsi strada il timore di un effetto domino, viste le manifestazione di solidarietà al popolo ungherese organizzate in quei giorni a Varsavia, a Bratislava e nella stessa Mosca. La corrente interventista capeggiata da Molotov sembra in quei giorni avere l’ago della bilancia a favore, anche se una frangia non interventista non permette il suo definitivo attracco al porto dei piani politici del Cremlino.

Cosa accade allora? Cosa o chi toglie il guinzaglio al pugno di ferro sovietico? Il 29 ottobre Israele, spinta da Francia e Inghilterra, occupa il Sinai dando vita ad un attacco militare contro l’Egitto di Nasser, accusato dalle potenze occidentali della nazionalizzazione del Canale di Suez. L’attacco non può che coinvolgere Mosca che minaccia un intervento militare con nuove armi di distruzione oltre che la vendita di sterline atte al deprezzamento della moneta inglese. L’unione sovietica si fa garante della pace per l’Egitto e riacquisendo forte credito ottiene il lascia passare dai paesi del blocco sovietico per il suo secondo intervento ferreo; la riconquista di Budapest.

Si entra ora nei giorni di fuoco dell’ultima strenua battaglia del popolo ungherese.

In questi giorni ricchi di fatti, inviati da tutto il mondo si recano a Budapest per testimoniare la vittoria magiara. Vittorio Mangili, Egisto Corradi, Indro Montanelli, Guglielmo Zucconi e Alberto Cavallari sono dal primo novembre all’interno dei confini della città. Ma come abbiamo detto, l’Unione Sovietica si stava preparando a riattaccare. Il pomeriggio del 2 novembre i carri del Cremlino chiudono i confini occidentali ungheresi, isolando la nazione e tagliando i contatti con Vienna. Da qui le corrispondenze degli inviati sono fondamentali per la ricostruzione dello spettacolo bellico a porte chiuse. «Dalle 16 di ieri sera non si passa più attraverso il posto di frontiera […] Il ponte della pietà e della civiltà teso in questi giorni fra Vienna e Budapest è stato troncato» (Egisto Corradi per il Corriere d’Informazione).

«Credo di poter raccontare con obiettività l’occupazione dell’Ungheria da parte dei russi avvenuta nelle ultime ventiquattr’ore. L’ho vista.[…] La vecchia cortina di ferro che dodici giorni fa gli ungheresi avevano abbattuta con un coraggio danon dimenticare, questa notte è stata sostituita da una cortina di carri armati pesanti sovietici» (Alberto Cavallari sempre per il Corriere d’Informazione). Sono molti i giornalisti intrappolati sul suolo ungherese. Alcuni riescono ad allontanarsi in tempo dalla città, mentre gli inviati a Budapest vivono l’attacco in prima persona.

Tra il 3 e il 4 novembre i cingolati dei carri sovietici percorrono le strade della Capitale trasformata interamente in un campo di battaglia ripreso dalla cinepresa di Mangili e immortalato dagli scatti drammatici di Mario De Biasi. «Questi poveri fanti improvvisati e scalcagnati emersi dalle università, dai licei, dai campi, dagli uffici e dalle fabbriche, con gli arcaici fucilini, imbracciarli come se fossero stati altrettanti cannoni e senza nemmeno essere attrezzati a maneggiarli […] Questa è gente che non scappa più, che non si arrende più, nemmeno alle ragioni della ragione» (Indro Montanelli per il Corriere dellaSera).

Il 4 novembre alle 5:15 Nagy invoca l’aiuto europeo e mondiale, ricevendo indietro il fumo del sostegno dell’Occidente che mostrava solidarietà solo a parole, terrorizzato dallo scoppio di un terzo conflitto mondiale. Gli appelli vanno avanti fino alle 18:45 con la trasmissione a Vienna di un ultimo messaggio proveniente da una delle radio clandestine che da Budapest chiede disperatamente aiuto. Radio Mosca nel frattempo presenta l’attacco sovietico come salvifico per la libertà del popolo magiaro.

Qui entriamo in uno snodo importante per la lettura degli eventi di Ungheria. Mosca e i partiti satellite in tutto il mondo presentano i protagonisti dell’insurrezione e della difesa magiari come reazionari borghesi, come controrivoluzionari, come fascisti; Palmiro Togliatti in Italia li paragona ai soldati di Francisco Franco. L’Unità mostra solidarietà nei confronti dei comunisti sovietici «resi vittime del bestiale terrore fascista».

Allo stesso modo le frange di destra col desiderio di acquisire credito e valore inneggiano ad una classe borghese insorta contro la morsa proletaria.

Sappiamo invece che quello di Budapest fu lo scontro tra due facce della stessa medaglia. Comunisti insorti contro un certo comunismo. In pochi guardarono all’accaduto obiettivamente. Nello stesso PCI di Togliatti fu firmato il Manifesto 101 redatto a piena solidarietà degli insorti. Quello che fu Budapest con la sua battaglia incarnò il simbolo del fallimento di un sistema. «A Budapest il comunismo è morto: lo dico con profonda convinzione. E non c’è artificio dialettico che possa resuscitarlo. Di esso non rimane che un esercito irto di cannoni, che sparano contro gli operai, gli studenti e i contadini». (Indro Montanelli sul Corriere della Sera).

I morti ammontavano a 10.000 alla fine della battaglia. Il 12 novembre cadeva definitivamente Nagy, che due anni più tardi dopo un processo farsa, e con l’importante lascia passare di Togliatti fu impiccato circondato dalle mura delle case che erano state il campo di battaglia suo e del suo popolo. Si chiudeva così uno tra gli episodi più tragici ed eroici del secondo dopoguerra, lasciando però scolpita nella memoria della storia i nomi e le gesta di un popolo oppresso che per pochi giorni era riuscito a guardare negli occhi la libertà.

Articolo di Marco Fradegrada

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