Del: 13 Giugno 2022 Di: Giulia Riva Commenti: 0
Referendum sulla giustizia. Il fallimento della politica

Nella giornata di ieri, 12 giugno 2022, i cittadini italiani sono stati chiamati a votare su 5 referendum abrogativi in materia di Giustizia, elaborati da Lega e Partito Radicale e dichiarati ammissibili dalla Corte Costituzionale (con sentenze depositate lo scorso 8 marzo); il sesto quesito, inerente la responsabilità civile dei magistrati e caldeggiato dal senatore Matteo Salvini al motto di “Chi sbaglia paga”, era stato invece ritenuto inammissibile e dunque escluso.

Ma la campagna referendaria, se campagna si può definire, è passata nel silenzio, non solo della maggior parte dei media e delle emittenti televisive (che Lega e Radicali hanno accusato di “censura”) ma anche dei promotori stessi che, a seguito della raccolta firme tenutasi nell’estate 2021, hanno lasciato che le loro proposte di “Giustizia giusta” venissero definitivamente dimenticate dall’opinione pubblica. Di ben poca presa, e ricaduto in un silenzio quasi assoluto, anche lo sciopero della fame indetto in extrema ratio dal vicepresidente del Senato nonché membro della Lega Roberto Calderoli: che si è detto pronto a rimanere a pancia vuota nel nome della “fame di giustizia” (rievocando il precedente del radicale Marco Pannella) e ha così voluto denunciare quello che ritiene un boicottaggio della partecipazione al voto, complici “i partiti di sinistra”.

Se è indubbio che i mezzi di informazione hanno concesso ben poco spazio alla discussione e pubblicizzazione dei quesiti referendari (analoga critica è giunta anche dall’Autorità indipendente per le garanzie nelle comunicazioni, Agcom) stupisce che i due partiti a parole tanto convinti del valore delle loro proposte abrogative non si siano maggiormente impegnati nell’opera di comunicazione; tanto più alla luce del fatto che la validità dei referendum abrogativi è subordinata al raggiungimento del quorum, cioè alla partecipazione del 50% + 1 degli aventi diritto al voto (art. 75 della Costituzione).

Nei giorni subito precedenti al voto, tale partecipazione si era già prospettata scarsa: secondo i sondaggi Ipsos, solo il 56% degli intervistati sapeva che si sarebbero tenuti dei referendum abrogativi, ma molti non ne conoscevano la materia.

Le stime collocavano dunque la probabile affluenza ai seggi tra il 27% e il 31%, con un rialzo dovuto alle concomitanti elezioni amministrative in 971 comuni. A conti fatti, la percentuale di italiani che ha scelto di votare per i soli referendum si è attestata intorno al 20%: sebbene la maggioranza dei votanti si sia espressa per il “SÍ”, su tutti e 5 i quesiti, questo sembra essere uno dei peggiori risultati nella storia della Repubblica.

Del resto, già in seguito alla campagna di raccolta firme tenutasi nell’estate 2021, si era ipotizzata una in realtà scarsa adesione popolare, nonostante le entusiastiche dichiarazioni del Presidente del Comitato promotore Salvini, che a ottobre affermava di aver raggiunto tra le 700 e le 750 mila firme a quesito (500mila sarebbero quelle necessarie per richiedere un referendum).

Il leader della Lega ha infatti scelto in seguito una strada alternativa.

Ha infatti richiesto la votazione dei quesiti ai Consigli regionali a maggioranza di centrodestra e ottenuto da essi ben 9 deliberazioni favorevoli, cioè 4 in più di quelle necessarie, in alternativa alla richiesta popolare, affinché le proposte referendarie venissero prese in considerazione.

Le suddette firme non sono dunque mai state presentate all’Ufficio centrale per il Referendum, nonostante la pagina ufficiale del Comitato Promotore continui a dichiarare di averne raccolte più di 4 milioni.

Un’ulteriore probabile ragione dello scarso interesse manifestato dai cittadini italiani anche a ridosso del voto, oltre alla mancata informazione, si può infine individuare nel fatto che proprio quelle proposte referendarie che più avevano attirato l’attenzione e mobilitato l’opinione pubblica, soprattutto in fase di raccolta firme, sono state poi dichiarate inammissibili dalla Corte Costituzionale: in particolare quelle promosse dall’Associazione Luca Coscioni su Eutanasia Legale e Legalizzazione della Cannabis ma anche il già citato quesito sulla responsabilità civile dei magistrati, da molti ritenuto cavallo di battaglia della campagna “Giustizia giusta” (ma anche, a ragione, accusato di demagogia).

La Corte Costituzionale non si occupa e non deve occuparsi, del resto, di approvare quesiti referendari sulla base del maggiore o minore consenso riscontrabile tra la popolazione, bensì unicamente in ragione della loro costituzionalità.

D’altro canto è ormai innegabile e onnipresente lo scollamento tra politica e cittadini, tra bisogni quotidiani, necessità urgenti, e organi legislativi ed esecutivi che dovrebbero dialogare con i propri elettori, ascoltarli, trovare risposte. Ne derivano evidentemente sfiducia e disinteresse: un’opinione pubblica poco consapevole e quasi per nulla informata, che scopre di doversi recare al voto con appena un paio di settimane di anticipo; che per riuscire a capire, per esercitare un proprio diritto, deve informarsi quasi interamente da sé, ricercando nei ritagli di tempo di una vita affannosa fonti affidabili cui attingere.

E se poi riesce a trovare il tempo, si trova di fronte a quesiti forse eccessivamente tecnici, che si perdono nelle spire di un sistema giudiziario di cui sa poco e in temi che, inevitabilmente, avverte come estranei e di nessun impatto sulla vita reale. Perché è proprio questo che la politica sembra spesso ignorare: la vita reale delle persone, il mondo concreto che la stragrande maggioranza di noi vive e conosce, di cui cogliamo i difetti da correggere, le mancanze, i vuoti normativi. Qui sta il problema: in un sistema che manca di un ordine di priorità, in un panorama di partiti che ormai da troppi anni hanno abbandonato il loro ruolo di cerniere di trasmissione tra governati e governo, di contrattazione e rappresentanza, e che anzi non rappresentano più che se stessi, chiudendo occhi ed orecchie alla realtà che sta fuori.

Il punto non è che quesiti referendari più “caldi” siano stati ritenuti incostituzionali e non sottoponibili al voto; il punto è che la classe dirigente non si preoccupa e non vuole provare ad affrontare di nuovo quelle questioni, magari rielaborare i quesiti affinché possano passare la valutazione di ammissibilità, offrire, alle milioni di persone che lo chiedono a gran voce, la possibilità di ottenere diritti che in molti altri Paesi sono già dati per certi e garantiti trasversalmente da tutti gli orientamenti politici.

Con lo slogan “Giustizia giusta” il comitato promotore voleva forse conquistare la pancia degli italiani, assetati di cambiamento: ma di quale cambiamento, di quali cambiamenti, la politica ignora o vuole ignorare, avanzando proposte morte, vuote, che non risolvono nulla e che non ascoltano nessuno.

Attraverso queste proposte di “Giustizia giusta”, è vero, sono state evidenziate e sottoposte ai cittadini delle criticità e disfunzioni del sistema: come l’abuso della custodia cautelare, che pone l’Italia tra i primi in classifica per percentuale di detenuti ancora privi di sentenza definitiva (ben il 34,6% a fine 2016, rispetto alla media UE del 22%). Ma non ci sono state fornite soluzioni soddisfacenti: correggere non significa cancellare, ristrutturare un edificio non è abbatterlo dalle fondamenta, giustizia non è abolire la custodia cautelare lasciando centinaia, migliaia di vittime prive di alcun tipo di tutela (peraltro già manchevole). Lo stesso discorso valga per la proposta di abolizione del Decreto Severino, rarissimo provvedimento anti-corruzione in un Paese che di corruzione, purtroppo, vive.

E che dire poi dei 3 quesiti inerenti Riforma del CSM, Valutazione dei magistrati e Separazione delle carriere? Ancora una volta, sembrano riguardarci poco o niente; e sulla validità delle modifiche suggerite sono stati avanzati svariati dubbi, anche in ragione della mancanza di dati e argomentazioni solide in favore. Per giunta, essi sono risultati coinvolti dalla Riforma Cartabia (che deve ancora essere approvata in Senato), contribuendo ad alimentare l’alone di futilità che già li circondava.

Qual è la giustizia giusta per i cittadini? Nessuno ce l’ha chiesto e forse a nessuno importa.

Ma le voci non mancano: ci parlano di crisi economica, di indigenza e povertà in crescita anche in conseguenza della pandemia di Covid-19, ma non solo; ci parlano di disoccupazione, con tassi particolarmente elevati tra donne e giovani; ci parlano di mancata tutela sul lavoro, di morti bianche, assenza di una normativa sul salario minimo che garantisca a tutti dignità e la possibilità di costruire la propria esistenza su basi solide, progettare il proprio futuro.

Ci parlano delle insufficienze di assistenza, previdenza, sanità; del crescente divario di ricchezza che garantisce tutto a pochissimi e quasi nulla ai più. Ci parlano di discriminazioni, su base etnica, religiosa, di sesso e genere, discriminazioni alimentate quotidianamente sui social dai nostri politici e osannate in Senato. Ci parlano di crisi climatica: che già pesa sulle spalle delle nuove generazioni, consapevoli che tutte le sue devastanti conseguenze non avranno ricaduta che su di loro, che si sentono impotenti di fronte a chi si ostina a marginalizzarle e sminuirne il contributo.

Chi risponderà?

Giulia Riva
Laureata in Storia contemporanea, sto proseguendo i miei studi in Scienze Politiche, perché amo trovare nel passato le radici di oggi. Mi appassionano la politica e l’attualità, la buona letteratura, le menti creative e ogni storia che valga la pena di essere raccontata. Scrivere per professione è il mio sogno nel cassetto.

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