Del: 26 Giugno 2023 Di: Giulia Riva Commenti: 0
Caso Regeni. Il confine dell’ingiustizia

3 febbraio 2016. Giulio Regeni, ricercatore italiano ventottenne dell’Università di Cambridge, viene trovato morto al Cairo, Egitto, con evidenti segni di tortura: abrasioni, contusioni, fratture alle dita delle mani e dei piedi, coltellate, bruciature di sigaretta.

Di lui si erano perse le tracce dal 25 gennaio: il giovane stava lavorando ad una tesi di dottorato riguardante i sindacati egiziani e a denunciarlo, com’è emerso solo in seguito, sarebbe stato proprio il leader del sindacato degli ambulanti, Mohamed Abdallah, che ne avrebbe poi riferito tutti gli spostamenti alla polizia della città di Giza.

Da quel 3 febbraio la vicenda giudiziaria è proseguita con grande difficoltà, per via della mancata collaborazione nonché di un vero e proprio sabotaggio delle indagini ad opera delle autorità egiziane, che cercarono inizialmente di attribuire l’assassinio di Giulio ad un incidente stradale, poi alla conseguenza di una relazione omosessuale ed infine di un traffico di droga. 

Il 24 marzo 2016, il ministro dell’Interno egiziano comunicò via Facebook che il caso era «risolto»: gli assassini di Giulio Regeni sarebbero stati infatti quattro membri di un gruppo criminale specializzato nel sequestro di cittadini stranieri a fini di lucro, rimasti uccisi in uno scontro con le forze di polizia egiziane. A riprova della loro colpevolezza, il governo egiziano dichiarò di averli trovati in possesso dei documenti di Giulio: furono diffuse le immagini del passaporto, della carta d’identità, del tesserino dell’Università di Cambridge e di una carta di credito del giovane. Ma ben presto fu chiaro che si trattava di un ennesimo tentativo di depistaggio.

Oggi, a sette anni dalla sua morte, Giulio Regeni e la sua famiglia faticano ancora a trovare giustizia, in Egitto così come in Italia: sullo sfondo di un processo lungo e complicato, persino la memoria della tortura e dell’assassinio del giovane diventa oggi materia di contesa. 

A far discutere localmente, ma senza grande eco a livello nazionale, la notizia giunta dal piccolo comune di Camogli, in Liguria, dove la cittadinanza si è sollevata contro la neo-insediata amministrazione a guida Giovanni Anelli (Lega). Quest’ultimo ha infatti deciso di rimuovere lo striscione giallo con la scritta «Verità per Giulio Regeni»: diffuso in Italia su iniziativa di Amnesty International fin dal febbraio 2016, lo slogan è stato fatto proprio non solo da svariati enti pubblici ma anche da piazze, università, sedi culturali.

Il sindaco Anelli si è giustificato affermando che tale striscione «si trova nei comuni di sinistra e non in quelli di destra, noi non siamo né di sinistra né di destra, quindi ho deciso di farlo togliere […] questo striscione è stato troppo strumentalizzato, senza essere messo con lo scopo giusto».

Di ammissibile c’è un solo concetto, quello di «strumentalizzazione»: sì, non si dovrebbe essere né di sinistra né di destra quando si tratta della tutela dei diritti umani, che vuol dire diritti di tutti senza genere, orientamento sessuale, etnia, religione, appartenenza poltica, classe sociale. Ma no, la soluzione non è quella di cancellare Giulio Regeni, facendo della sua memoria il campo di una battaglia tra fazioni che sempre più svilisce la politica, dimenticando che il suo primo compito dovrebbe essere quello di dare rilievo e dignità a tutto ciò che è importante per la polis, la città, che si compone e vive della cittadinanza nel suo complesso. 

E lo sa bene la cittadinanza di Camogli, che non ha esitato a manifestare il proprio dissenso tappezzando balconi e finestre con nuovi striscioni gialli e mobilitandosi per una manifestazione in data sabato 24 giugno. 

Ad aderire svariate associazioni, movimenti e sindacati, tra cui Anpi, Arci, Cgil, Uil, Cisl, Il Tigullio dei Diritti, Emergency, Senza Paura, Cisda, Comitato di Solidarietà Time for Peace, Memorie e Progetti, Rete No Bavaglio, Camogli Futura, Libera Genova e altri ancora; ma anche i partiti PD e Sinistra Italiana.

Contro la rimozione dello striscione si è costituito un comitato di cittadine/i per manifestare solidarietà verso la famiglia Regeni e ribadire che la difesa dei diritti umani non può e non deve essere di una parte politica perché è alla base della nostra comunità e della convivenza democratica stessa […] Il Comitato cittadino chiede che torni sulla facciata del Municipio lo striscione che la nuova amministrazione ha definito divisivo in quanto eredità di una giunta di altro colore politico. Camogli, cittadina di naviganti e pescatori, è sempre stata in prima linea nella difesa dei diritti ovunque venissero violati. Non vogliamo che sia dunque ricordata per avere rimosso una richiesta di giustizia e verità. 

Proprio sabato 24 giugno, nel comune di Cento in provincia di Ferrara, il sindaco Edoardo Accorsi è stato sanzionato dalla polizia locale per via della presenza di due striscioni gialli di Amnesty sulla facciata di Palazzo Piombini, sede dell’amministrazione, recitanti «Verità per Giulio Regeni» e «Libertà per Patrick Zaki». 

Ad accusare Accorsi di affissione abusiva, l’ex consigliere comunale Mauro Bernardi: già l’8 maggio aveva scritto al comandante dei vigili per ottenere informazioni in merito ai due striscioni, per poi rivolgersi il 16 giugno al prefetto e al questore di Ferrara. 

«Con quale coraggio si può chiedere ai giovani di non imbrattare i muri, ai privati di non esporre cartelloni non autorizzati, se poi il primo cittadino permette per oltre un anno e mezzo l’esposizione abusiva di striscioni sulla sede temporanea del Comune?» ha poi dichiarato. 

Così, oltre che per giustizia e verità, la famiglia Regeni si trova costretta a combattere contro un oblio imposto per interesse di parte e tutt’al più per mere ripicche politiche, per giunta in una fase ancora delicata dell’iter giudiziario.

Quest’ultimo si era infatti recentemente arenato a causa dell’impossibilità di individuare i quattro ufficiali dei servizi segreti egiziani, sospettati di essere i veri responsabili del sequestro, delle torture e dell’uccisione di Giulio, e rinviati a giudizio nel maggio del 2021 dalla procura di Roma senza alcuna collaborazione da parte delle autorità del Cairo, che hanno anche rifiutato di fornire i loro indirizzi. 

Senza la notifica delle accuse, il generale Tariq Sabir, i colonnelli Athar Kamel e Usham Helmi, e il maggiore Magdi Sharif non avrebbero infatti potuto difendersi: questo quanto stabilito dalla Corte d’Assise di Roma e dalla Corte di Cassazione, che hanno per questo interrotto il processo. 

Di diverso parere il GUP (Giudice dell’Udienza Preliminare) di Roma, Roberto Ranazzi, che a fine maggio ha accolto la richiesta, avanzata dal procuratore Francesco Lo Voi e dal procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, di inviare gli atti del processo alla Corte Costituzionale, affinché questa possa esprimersi in merito alla costituzionalità dell’art.420 bis del codice di procedura penale, che disciplina i casi di «Assenza dell’imputato». 

Quest’ultimo, modificato dalla Riforma Cartabia, prevede infatti la non procedibilità qualora «la formale mancata conoscenza del procedimento dipenda dalla mancata assistenza giudiziaria da parte dello Stato di appartenenza o residenza dell’accusato stesso». 

Nell’ordinanza per il rinvio alla Consulta, il GUP ha inoltre sottolineato che il governo egiziano «rifiutando di cooperare con le autorità italiane sottrae i propri funzionari alla giurisdizione del giudice italiano, creando una situazione di immunità non riconosciuta da alcuna norma dell’ordinamento internazionale, peraltro con riguardo a delitti che violano i diritti fondamentali dell’uomo universalmente riconosciuti. Tale situazione di immunità determina una inammissibile “zona franca” di impunità […]». 

Non è d’altro canto la prima zona franca concessa, in un modo o nell’altro, dall’ordinamento italiano: 

basti pensare che, tra i gravi capi d’imputazione degli agenti segreti egiziani (sequestro di persona pluriaggravato, concorso in lesioni personali gravissime e omicidio), ne manca uno fondamentale, quello di tortura

Il reato di tortura è stato infatti introdotto nel codice penale italiano soltanto con la legge n.110 del 2017, ben 28 anni dopo la ratifica della Convenzione internazionale contro la tortura e soprattutto dopo la morte di Giulio Regeni. Il reato non può così essere fatto valere per tale caso, in virtù del principio di non retroattività del crimine sancito anche dall’art.25 comma 2 della Costituzione: «Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso».

Una conquista di civiltà, sebbene giunta troppo tardi; e sebbene l’attuale governo a guida Fratelli d’Italia avrebbe ora fretta di abrogare quella stessa legge n.110/2017 in quanto, come affermato dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, «mortifica» gli agenti di polizia, impedendo loro di «svolgere il loro lavoro in sicurezza e con dignità». 

Scegliendo così, ancora e sempre, di dimenticare le ingiustificabili violenze subite dai manifestanti del G8 di Genova nel 2001 per mano delle forze di polizia, particolarmente nella scuola Diaz e nel carcere di Bolzaneto: crimini per cui la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha più volte condannato l’Italia, colpevole della violazione dell’art.3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo

Giulia Riva
Laureata in Storia contemporanea, sto proseguendo i miei studi in Scienze Politiche, perché amo trovare nel passato le radici di oggi. Mi appassionano la politica e l’attualità, la buona letteratura, le menti creative e ogni storia che valga la pena di essere raccontata. Scrivere per professione è il mio sogno nel cassetto.

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