Del: 10 Ottobre 2023 Di: Giulia Riva Commenti: 0
Alle origini delle violenze, come Gaza è divenuta una prigione

Mentre sono in corso gli scontri tra l’esercito israeliano e l’organizzazione terroristica e fondamentalista Hamas, dopo che lo scorso sabato 7 ottobre quest’ultima ha lanciato un attacco a sorpresa sfondando i confini della Striscia di Gaza e irrompendo nel sud di Israele, ci sembra opportuno ripercorrere con una breve rassegna le origini del conflitto israelo-palestinese in corso ormai da più di 70 anni.

Perché se nulla può giustificare le violazioni dei diritti umani, qualunque siano le parti che le perpetrano e subiscono, è a maggior ragione importante avere consapevolezza delle lontane radici della violenza, delle complesse stratificazioni d’odio celate dalle strategie politiche internazionali e da una ormai consolidata asimmetria informativa.

A fronte di una narrazione mediatica che sembra sempre più incapace di obiettività e lucidità, sempre più impegnata a consegnarci una realtà frammentata e incomprensibile, quest’articolo vuole quindi essere un tentativo di rimettere in ordine i fatti e di fornire una prospettiva storica, pur sapendo che nessuna sintesi potrà essere sufficiente.

La nascita del sionismo e le prime migrazioni ebraiche in Israele

Siamo agli inizi del Novecento: andava allora intensificandosi l’emigrazione ebraica verso la Palestina, considerata «Terra Promessa», in conseguenza di un violento antisemitismo allora ampiamente diffuso in Europa, ben esemplificato da episodi quali l’affaire Dreyfus (1894).

In quegli stessi anni, lo scrittore, giornalista e attivista ebreo-ungherese Theodor Herzl, cessò di sostenere la possibilità dell’emancipazione e assimilazione del popolo ebraico in Europa: l’antisemitismo era tale che, a suo parere, l’unica speranza per gli ebrei sarebbe stata la costituzione di uno Stato ebraico in Palestina

Nasceva così il movimento sionista

1917, la dichiarazione Balfour

Nel 1917 il ministro degli Esteri inglese Arthur Balfour, in una lettera divenuta celebre in quanto contentente la cosiddetta dichiarazione Balfour, si rivolgeva così a Lord Rothschild, rappresentante del movimento sionista britannico, promettendo a nome del governo una «national home» per il popolo ebraico:

His Majesty’s Government view with favour the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people, and will use their best endeavours to facilitate the achievement of this object, it being clearly understood that nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of existing non-Jewish communities in Palestine, or the rights and political status enjoyed by Jews in any other country. 

Le prime violenze in Palestina

L’insediamento del popolo ebraico in Palestina (in costante aumento parallelamente all’ascesa del partito nazionalsocialista in Germania e all’affermarsi dell’antisemitismo politico) e l’instaurazione in loco delle aziende agricole ebraiche dette kibbutz generò, nei decenni precedenti la Seconda Guerra Mondiale, i primi scontri con la popolazione palestinese. Tra 1936 e 1939 la popolazione palestinese diede luogo a scioperi, atti di disobbedienza civile e violenze che spinsero il governo britannico a porre un freno all’emigrazione ebraica.

Ciò non impedì al Gran muftì di Gerusalemme di allearsi con la Germania nazista, mentre la causa sionista otteneva ascolto negli Stati Uniti grazie ad una decisa attività di lobbying. 

Nel 1944 le organizzazioni paramilitari ebraiche attive in Palestina – Haganah, Irgun e Lehi – compirono numerosi attentati terroristici contro obiettivi britannici sia militari sia civili, il più grave dei quali a danno del King David Hotel. 

1947, il piano ONU

Finita la Seconda Guerra Mondiale, i grandi imperi del passato stavano ormai tramontando: si profilavano gli anni della decolonizzazione e la Gran Bretagna non aveva forze sufficienti per gestire la situazione critica in Palestina. Dopo il dramma della Shoah non sembrava d’altro canto più accettabile impedire al popolo ebraico la realizzazione di uno Stato nazionale proprio in terra palestinese.

Il 14 febbraio 1947 l’Inghilterra rimise la questione all’ONU: fu elaborato un piano per la spartizione della Palestina tra i popoli palestinese ed ebraico che, rimanendo fedele agli insediamenti etnici, non garantiva continuità territoriale a nessuno dei due futuri Stati. Gerusalemme, città santa e contesa per eccellenza, sarebbe rimasta sotto il controllo internazionale e dunque non sarebbe stata la capitale di nessuno dei due Stati. Tuttora la sua occupazione da parte di Israele è illegittima e, nonostante i media parlino spesso di «Governo di Gerusalemme», la capitale israeliana rimane ufficialmente Tel Aviv. 

1948, la prima guerra israelo-palestinese

Il piano, approvato dall’Assemblea Generale dell’ONU, fu tuttavia respinto dai palestinesi e il 14 maggio 1948 il popolo ebraico proclamò unilateralmente la fondazione dello Stato di Israele. I palestinesi, sostenuti dalla Lega araba formata da Transgiordania, Siria, Libano ed Egitto, diedero avvio alla guerra contro Israele, il quale ottenne la vittoria con l’armistizio del gennaio 1949.

Israele occupò così gran parte del territorio assegnato ai palestinesi dal piano ONU: solo la Striscia di Gaza e la Cisgiordania non furono occupate, passando rispettivamente al controllo dell’Egitto e della Transgiordania. 

Più di 700.000 palestinesi furono costretti ad abbandonare le proprie case. 

1967, la Guerra dei sei giorni

Nel 1959 Yasser Arafat, insieme ad altri giovani palestinesi, fondò l’organizzazione Al Fatah (lett. «La conquista») favorevole alla guerra contro Israele; pochi anni più tardi, nel 1964, il Presidente egiziano Nasser promosse la costituzione dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), più restia ad affrontare uno scontro aperto. 

Quando nel 1967 Nasser decise di chiudere lo stretto di Tiran, unica via d’accesso al mar Rosso per Israele, quest’ultimo dichiarò guerra contro Egitto, Siria e Giordania: la cosiddetta Guerra dei sei giorni fu breve e vittoriosa per lo Stato ebraico, che strappò la penisola del Sinai all’Egitto, le alture del Golan alla Siria e la Cisgiordania alla Giordania. 

I popoli arabi rifiutarono successive negoziazioni e il crescente insediamento dei coloni israeliani in territorio arabo alimentò la resistenza dell’OLP, unitasi ad Al Fatah

1973, la Guerra dello Yom Kippur

Nel 1972 il nuovo Presidente egiziano al Sadat, riavvicinatosi agli USA, tentò di trattare con Israele per la restituzione dei territori perduti: l’allora Prima ministra Golda Meir rifiutò e Sadat iniziò a predisporre una nuova guerra. 

Il 6 ottobre 1973 Egitto e Siria attaccarono a sorpresa Israele, impegnato nei festeggiamenti religiosi dello Yom Kippur (da cui la definizione di Guerra dello Yom Kippur). Per la prima volta Israele subì alcune dure sconfitte, pur riprendendosi rapidamente grazie all’appoggio statunitense. 

Il 27 ottobre fu stipulata una tregua e un anno più tardi, nel settembre 1978, il Presidente statunitense Carter mediò un accordo tra Sadat e il Primo ministro israeliano Begin che includeva la restituzione all’Egitto della penisola del Sinai. 

La prima intifada e gli accordi di Oslo

Alla metà degli anni ‘80, l’OLP di Arafat e gli Stati di Giordania e Arabia Saudita comunicarono la propria disponibilità a trattare con Israele, promettendo di riconoscerne la legittimità in cambio del ritiro dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza. 

Il rifiuto di Israele – che nel 1982 era intervenuto militarmente in Libano per colpire le basi dell’OLP, destabilizzando ulteriormente un Paese già preda della guerra civile – determinò nel 1987 l’insorgenza, nei territori occupati, della protesta popolare della prima intifada («risveglio»).

Il 13 settembre 1993 furono ufficializzati a Washington, con la mediazione del Presidente statunitense Clinton, gli accordi di Oslo tra Arafat e il Primo ministro israeliano Rabin: essi prevedevano il riconoscimento reciproco e l’avvio progressivo dell’autogoverno palestinese nei territori ancora occupati da Israele. 

Proseguirono tuttavia le violenze compiute dalle frange radicali e terroristiche sia arabe che israeliane; nel 1995 lo stesso Rabin fu assassinato da un estremista israeliano.

2006, l’ascesa di Hamas

Il fallimento di nuovi colloqui di pace convocati da Clinton a Camp David nel 2000, arenatisi soprattutto per via della contesa su Gerusalemme, e la visita compiuta dal leader di destra israeliano Ariel Sharon alla spianata delle Moschee, scatenò la seconda intifada. 

Nel 2005 lo stesso Sharon, divenuto Primo ministro, promosse lo smantellamento delle colonie israeliane nella Striscia di Gaza, avversato dal suo stesso partito (il Likud). 

Nel 2006, la vittoria elettorale ottenuta nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania dagli estremisti islamici di Hamas alimentò le tensioni e gli attacchi missilistici rivolti dalla stessa Hamas, insediata nella Striscia, contro Israele. 

2008, l’Operazione Piombo Fuso

Nel 2008 Israele attaccò la Striscia via terra e tramite bombardamenti aerei: la cosiddetta operazione Piombo fuso durò dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009 e causò l’uccisione di circa 1400 palestinesi e di 13 israeliani, oltre che il ferimento di almeno 5300 palestinesi.

I violenti bombardamenti compiuti da Israele, a danno dei civili, sono stati raccontati dal giornalista Vittorio Arrigoni, testimone oculare dei fatti; le sue pubblicazioni sono confluite nella raccolta Gaza. Restiamo umani (2009)

L’esercito israeliano è stato accusato di gravi violazioni dei diritti umani e le autorità israeliane hanno ammesso di aver fatto uso di bombe al fosforo bianco, di provenienza statunitense.

Gaza, una prigione a cielo aperto

Dal 2007 la Striscia di Gaza subisce un blocco aereo, per mare e per terra da parte israeliana, tanto da essere considerata una «prigione a cielo aperto»: Israele controlla l’erogazione di energia elettrica, gli afflussi di beni di prima necessità e gli spostamenti degli abitanti della Striscia, che non possono abbandonarla senza permesso neppure se necessitano di cure mediche. 

Hamas ha continuato negli anni a dirigere i propri razzi contro Israele, perlopiù intercettati: l’asimmetria di forze tra le due parti è sempre stata evidente ma non ha impedito ad Israele di bombardare ripetutamente la Striscia, continuando ad aumentare il numero di vittime civili (tra cui moltissime donne e bambini). 

L’assedio israeliano prosegue di fatto da 16 anni e gli attacchi e i bombardamenti aerei contro gli «obiettivi di Hamas» nella Striscia si sono ripetuti nel 2011-2012, 2014, 2018-2019, 2021, 2022 e 2023: tutti sanno che non è possibile colpire singoli obiettivi militari in un territorio così piccolo e densamente popolato. 

Anche nella Cisgiordania occupata Israele mantiene ad oggi un grave regime di apartheid a danno della popolazione palestinese: un contesto di odio, discriminazione e violenza che alimenta l’instabilità dell’area e rappresenta di fatto una bomba a orologeria. 

BIBLIOGRAFIA:

A. Canavero, Storia contemporanea, Pearson, 2019. 

A. Giardina, G. Sabbatucci, V. Vidotto, Nuovi profili storici. Dal 1900 a oggi, Laterza, 2018.

V. Arrigoni, Gaza. Restiamo umani, Manifestolibri.

Giulia Riva
Laureata in Storia contemporanea, sto proseguendo i miei studi in Scienze Politiche, perché amo trovare nel passato le radici di oggi. Mi appassionano la politica e l’attualità, la buona letteratura, le menti creative e ogni storia che valga la pena di essere raccontata. Scrivere per professione è il mio sogno nel cassetto.

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