Del: 24 Ottobre 2023 Di: Daniele Di Bella Commenti: 0
Tony Colombo e Tina Rispoli. Una storia nostra

All’alba di martedì 17 ottobre, 27 persone sono state tratte in arresto a Napoli: tra loro anche Antonino “Tony” Colombo e la moglie, Immacolata “Tina” Rispoli, notissimi nel panorama neomelodico e sui social. Lui, 743.000 followers su Instagram, è un cantante, mentre lei si presenta ai suoi 330.000 seguaci come stilista.

Dal 2019 la coppia ha attirato l’attenzione delle forze dell’ordine sia a causa di alcune irregolarità riscontrate durante l’organizzazione di un eccentrico matrimonio – che ha coinvolto diversi giocolieri, una carrozza, una Limousine Hummer, 2.000 palloncini e piazza del Plebiscito – che per via dei rapporti con le note famiglie di camorra Rispoli, Marino e Di Lauro.

Tina Rispoli, come dice il cognome, è figlia del boss Nicola “‘o Boxer” Rispoli, e si è sposata in prime nozze con Gaetano “Moncherino” Marino, signore assoluto delle Case Celesti (Secondigliano), crivellato da undici colpi di arma da fuoco intorno alle 16:30 del 23 agosto 2012 sull’affollato lungomare di Terracina.

Non si tratta, però, solo di legami di sangue: secondo i pm De Marco e Giugliano, la coppia Colombo-Rispoli ha largamente partecipato agli investimenti del clan Di Lauro.

Infatti, il clan che per oltre vent’anni ha costruito un impero grazie alle piazze di spaccio di Scampia, responsabile della sanguinosissima faida che dal 2004 al 2005 ha trasformato il quartiere in una zona di guerra, negli ultimi anni aveva acquisito le sembianze di un gruppo imprenditoriale: brand di abbigliamento, energy drinks, palestre, supermercati, etc. Del resto, il mescolarsi al mondo dell’imprenditoria è un destino comune a molte realtà del crimine organizzato che, in alcuni casi, dialogano perfino con imprenditori che diventano Presidenti del Consiglio. Ma ad alcuni Italiani queste cose non disturbano.

All’apparenza pare dunque di aver incontrato una vicenda banale: una coppia di sposi invischiati col sottobosco criminale napoletano è stata raggiunta da un blitz dei Carabinieri. Semplice, breve, lontana, chiusa: così viene percepita questa storia nell’Italia settentrionale, se viene percepita. Per non parlare del resto d’Europa.

Il problema di questo tipo di percezione è che non è propria di cittadini degni di questo nome: pensare che le mafie siano qualcosa di estraneo all’uomo comune, che si esprime solo in alcuni Sud (tra cui le periferie delle grandi metropoli del Nord), significa lasciar loro uno spazio che certamente occuperanno, e che useranno per influenzare il modo di pensare, e quindi di agire, della popolazione.

Alle volte in maniera molto sottile, altre volte in maniera leggermente più evidente, come nel caso dell’intervista che Tony e Tina Colombo hanno rilasciato (o forse sarebbe meglio scrivere “hanno chiesto di rilasciare”) a Non è l’Arena, programma di La7 condotto da Massimo Giletti, il 19 gennaio 2020.

Di seguito alcuni frammenti – i dialoghi sono stati editati nella forma per renderli più adatti alla lettura, ma il contenuto rimane invariato.


Tony Colombo appare elegantissimo sul palco di Non è l’arena e, dopo essersi accomodato su uno sgabello al centro della scena, esordisce: «Sarebbe bello stare qui per cantare». A indicare il dispiacere per la circostanza che vede un uomo totalmente devoto alla musica interrogato in televisione su altri temi. Tony Colombo ci tiene a sottolineare che il tempo che sta concedendo al programma è stato sottratto, con fatica, dalla sua attività artistica.

Infatti, per chi non l’avesse capito, aggiunge: «Io sono solito fare video d’amore, dei video musicali in cui esprimo tutto il mio sentimento per mia moglie, ma ultimamente non ho visto questo. Ho visto delle brutte immagini [in televisione], e ovviamente da casa mi sono dispiaciuto di vedere queste cose, di sentire persone parlare in modo negativo».

«Per questo non rispondeva mai ai nostri inviati?» domanda il conduttore. «Non ho mai risposto perché non era il caso di rispondere a degli inviati. Non era il caso di rispondere a persone che non conoscono, realmente voglio dire, il senso di tutto questo». Qui Colombo sembra riprendere il vecchio adagio italiano che ricorda di non giudicare mai qualcosa fino a quando non la si conosce fino in fondo. Il che, semplicemente, significa che non bisogna giudicare mai. Non bisogna mai prendere posizione.

«Allora perché lei, oggi, ha deciso di affrontare, con coraggio, un confronto con me [Giletti N.d.R.] e il direttore di Fanpage.it?».

«Ho deciso perché da casa (tralasciando il fatto che ti hanno seguito i nostri figli [suoi e di Tina Rispoli N.d.R.], mio papà, mia mamma) ti hanno seguito persone che in noi credono. Che si sono sacrificate, in un certo modo, per far sì che tutto questo accadesse. Parlo del mio personaggio, della mia arte: la musica. […] E quindi è giusto che loro sappiano, principalmente loro, e poi tutti quelli che ovviamente credono a tutto quello che in televisione si dice, con giusta ragione. La televisione dovrebbe dire sempre e solo la verità. Solo le cose che realmente accadono». E, dopo una breve pausa retorica, Colombo aggiunge: «Delle volte non è così».

Tralasciando l’attacco alla categoria, Giletti riporta il discorso sui binari: «Questa sera cerchiamo dunque di rispondere a una serie di domande», ma Colombo non è d’accordo: «Io non sono qui per rispondere, io sono qui per mettere dei punti, per chiarire. Perché una cosa è dare una risposta, e un’altra cosa è dire la verità. Io stasera dirò la verità su molte cose, forse tutto quello di cui siamo accusati [io e mia moglie], dalla A alla Z».

Questa frase riassume lo spirito del nostro tempo: nel mondo in cui ogni dibattito è super polarizzato, non conta niente rispondere, che significa lasciare spazio ai ragionamenti e approfondire la verità dei fatti.

Conta dire qualcosa intorno a cui la gente possa dividersi in “gruppo dei sostenitori” e “gruppo degli oppositori”. Senza pensare, senza scegliere: semplicemente si scivola in uno dei due gruppi nello stesso modo in cui si scivola nel gruppo dei tifosi di una squadra di calcio. Nessun tifoso sa il motivo per cui sostiene la sua squadra anziché un’altra, semplicemente il contesto sociale in cui è cresciuto lo ha fatto scivolare in una direzione. E Colombo vuole favorire questo; infatti, con questo breve intervento è come se avesse detto: «Io non sono qui per lasciare spazio ai fatti e alle riflessioni. Io sono qui per dire delle cose. Poi la gente, gli spettatori, si dividerà in chi mi crede e chi no».

Un “ingrediente” fondamentale per ottenere una buona polarizzazione del pubblico è favorirne i pensieri veloci, in altri termini, non lasciar tempo per la complessità. E una strategia che funziona sempre, in questo senso, è lasciare che il pubblico si possa rifare solo ad un’apparente serietà, anziché a dei fatti: numerosi fogli (basta agitarli, non serve che si riescano a leggere), numerose cifre (basta spararne alcune, non serve che si capiscano), e un’ostinata insistenza su alcune parole.

Un ottimo esempio di tutto ciò è il momento in cui Tony Colombo viene interrogato riguardo all’estroso matrimonio del 2019: «La doveva sposare de Magistris [sindaco di Napoli ai tempi dell’evento, N.d.R.] – inizia Giletti – e anche su quello lei ha tirato fuori un documento. Lei sostiene che de Magistris doveva sposarla». «Non sostengo io, Giletti, lo sostiene il Comune di Napoli – risponde Colombo esibendo un foglio a favore del conduttore – Perché qui c’è scritto “celebrante: Luigi de Magistris”. Firmato da tutti».

Non si riesce bene a distinguere che documento stia sventolando Tony Colombo, e non si riesce nemmeno a capire chi siano questi “tutti” che lo hanno firmato. E infatti Giletti cerca di dare un po’ di contesto agli spettatori: «Però lei sa bene che uno auspica questa cosa [l’identità del celebrante del proprio matrimonio, N.d.R.]. [Su questo documento], avrebbe potuto scrivere anche che le sarebbe piaciuto essere sposato da un altro personaggio, un nome noto, un attore, un ministro, un onorevole. Si può mettere qualsiasi cosa. Cioè, questa non è la firma di de Magistris».

«Certo, ci mancherebbe – dice Colombo, e poi continua – Però il documento è stato rilasciato dal Comune di Napoli». «Quindi non è lei che ha detto che a sposarla sarebbe stato de Magistris. È un funzionario comunale che di suo dice: “La sposa de Magistris”?» prova ad indagare Giletti. «Non di suo. Sicuramente avrà ricevuto una comunicazione, perché io con il sindaco, con Claudio de Magistris [il fratello di Luigi de Magistris, N.d.R.], in confidenza, ho detto: “Avrei piacere, dato che sono uno che porta Napoli nel mondo con la musica, che mi sposi Luigi. Sarebbe un mio desiderio, dato che è il sindaco”».

Si noti che in queste frasi Tony Colombo si riferisce all’ex sindaco di Napoli chiamandolo per nome, e utilizza la parola “confidenza”, a sottolineare un rapporto di stretta intimità con i vertici della città. 

«Però ha visto che il sindaco, per quelli che ha definito “motivi personali”, non l’ha sposata». «Il sindaco non mi ha sposato quel giorno perché aveva la manifestazione anticamorra. Quindi aveva un impegno molto più importante del mio. Per questo non mi ha sposato» risponde Colombo, facendo riferimento alla manifestazione 100 passi per il 21 marzo, dedicata alle vittime innocenti della camorra, che si sarebbe dovuta tenere al Maschio Angioino il 28 marzo 2019; è stata spostata in un’altra sede poiché il monumento è stato richiesto per condurre il matrimonio.

Sentendo questa frase, l’ex direttore di Fanpage.it, Francesco Piccinini, si lancia in una domanda: «Quindi lei mi sta dicendo che, se non ci fosse stata la manifestazione, lei aveva un accordo con Luigi de Magistris per sposarla quel giorno?». «Io non avevo nessun accordo, io ho una parola detta in amicizia e un foglio firmato dal comune di Napoli. […] Io con Claudio, in confidenza, ci siamo detti: “Tony, se lui non ha impegni più importanti, ti sposerà.” Non mi ha sposato non perché io sono un camorrista o perché mia moglie è una camorrista. Questo è un punto importante. Voi avete insinuato, Fanpage.it in primis, che il sindaco di Napoli non mi ha sposato perché io sono camorrista».

«Noi questa cosa non l’abbiamo detta» si affretta ad affermare Massimo Giletti, scagionando La7 dalle accuse, e quindi Colombo inveisce: «L’ha detta Fanpage.it, però!». Piccinini nega, ma ormai il danno è fatto. Non importa se una cosa sia effettivamente stata scritta o meno: gli spettatori ora hanno due versioni contrarie dello stesso fatto, e non gli resta che lasciarsi sedurre da quella che preferiscono.

Colombo non ha asserito “Fanpage.it mi ha accusato di essere un camorrista in quest’articolo”, a questo sarebbe semplice controbattere; basterebbe mostrare l’articolo e verificare. Dicendo invece “Fanpage.it mi accusa di essere un camorrista”, la possibilità di contraddizione rimane apparente, ma in realtà diventa impossibile. Piccinini non avrebbe potuto fermare la trasmissione e vagliare tutti gli articoli pubblicati da Fanpage.it su Tony Colombo per dimostrare la sua tesi.

Ciò che rimane agli spettatori sono quindi solo due opinioni riguardo allo stesso fatto, dunque qui cadrà inevitabilmente l’attenzione del pubblico. Non sul fatto.

Dunque, più cose si lasciano indimostrabili, meglio è, ai fini di chi vuol polarizzare l’opinione pubblica, spesso in malafede. E Tony Colombo, nell’arte del lasciare le cose indimostrabili è un maestro. Infatti, quando Piccinini chiede: «La gente per entrare nelle Case Celesti deve attendere che finisca il turno di spaccio. Come mai lei entrava normalmente?», Colombo ribatte: «Facciamo una cosa: lei viene con me. Il giorno lo decide lei, quando vuole lei e l’orario che dice lei. Io la metto nella macchina con me, e andiamo a cantare alle Case Celesti. Pure alle cinque del mattino. Però se ci bloccano, Piccinini, io mi faccio auto-arrestare. Lo dico pubblicamente, qui davanti a tutta l’Italia: se non ci fanno entrare io mi faccio arrestare. Se non ci blocca nessuno, però, lei deve prendere il tesserino da giornalista e lo deve bruciare».

E prima che qualcuno lo possa interrompere, rincara la dose: «Perché lei vive nel mondo delle favole. A lei piace Gomorra. Lei si vede troppe fiction su Netflix. A lei Narcos gli ha dato alla testa, signor Piccinini. Lei impazzisce per Gomorra, è proprio un fan sfegatato. Lei e Saviano».

Ancora una volta, Tony Colombo non ha chiesto su quali basi probatorie poggiava la domanda dell’ex direttore di Fanpage.it. Non ha voluto smentire dei fatti con altri fatti. Al contrario, ha voluto lasciar intendere che alcune persone ritengono che non si possa girare liberamente per le Case Celesti, mentre altre sono convinte del contrario. C’è solo da scegliere con chi si vuole stare.

Ma c’è di più: stavolta prova attivamente a portare il pubblico dalla sua. A trasmissione terminata Tony Colombo inviterà Francesco Piccinini nella sua auto e insieme andranno alle Case Celesti per tenere fede a quanto detto? No, chiaramente. Piccinini può interrompere la trasmissione per mostrare tutte le prove che dimostrano che Tony Colombo entra ed esce dalle Case Celesti come e quando vuole? No, chiaramente. Cosa percepisce il pubblico? Solo una proposta non accolta. E dunque chi ha ragione? Chi propone qualcosa con aria sicura di sé, o chi di fronte a quella proposta tace? 

A Piccinini non resta altro spazio se non quello per fare una precisazione doverosa: «Roberto Saviano è una persona che vive sotto scorta dal 2007. Abbia un po’ di rispetto». Ma la risposta di Colombo è agghiacciante: «Ha fatto delle scelte, ed ora è sotto scorta. Ha fatto il libro, ha guadagnato i miliardi, ha fatto il film…». Lo dice come se vivere sotto scorta fosse una normale estensione del mestiere del giornalista: come se fosse chiaro che fino a quando si scrive di sport, tutto ok, ma se si scrive di mafia, ce la si deve aspettare una vita in cui non si sceglie più quando vedere i propri cari, una vita in cui non si sceglie più dove e come vivere.

Ma la frase di Colombo non sottende solo questo. Lascia trapelare una convinzione propria di molti italiani: tutti sono moralmente corrotti e desiderano il potere. E il potere si paga.

Saviano ha voluto i soldi, la fama, le attenzioni internazionali? Chiaramente le ha volute, perché tutti vogliamo il potere. Lui lo ha ottenuto in questo modo, certe persone invece sfruttano altre strategie, disoneste. Per lui il prezzo del potere è una vita sotto scorta, per altri un proiettile o la galera. Ma non c’è differenza fra chi arriva al potere scrivendo e chi ci arriva sparando, perché il potere è potere, e gli uomini sono tutti uguali. Tutti chiavici.

Ebbene, fino a quando noi italiani saremo nel profondo convinti di ciò in cui crede Tony Colombo, abiteremo un Paese a vocazione mafiosa. C’è bisogno di dire che il potere, quando ottenuto in maniera onesta, non è uguale al potere ottenuto in maniera disonesta. Che l’abbandonarsi alla disonestà, alla disumanità, non è uguale al vivere delle contraddizioni. 

Un’altra visione del mondo di cui le realtà criminali si nutrono è evidente nel passaggio della puntata in cui Giletti riprende un’intervista fatta dagli inviati di Non è l’Arena al padre di Tony Colombo. Quando al signor Colombo viene chiesto di dare spiegazioni riguardo alle numerose offerte di lavoro che il figlio ha ricevuto da parte di diverse famiglie di mafia, egli risponde così: «Il padre di Tina [Nicola ‘o Boxer, N.d.R] chiamava sempre a Merola… era innamorato di Merola [il padre artistico di Tony Colombo N.d.R.]. Capito? Non è che puoi dire: “Da voi non vengo”. “E perché da noi non vuoi venire e dagli altri ci vai?” Allora ci sono i problemi perché non vai. Capito come funziona? C’è stata sempre questa cosa, sempre. È una vita che i cantanti napoletani cantano per questa gente».

Quest’intervento è molto interessante, poiché lascia intravedere come da un lato si sappia come dovrebbero andare le cose, “da voi non vengo”, dall’altro si evidenzia come funzionano realmente, “allora ci sono i problemi perché non vai”. E questi due piani rimangono paralleli, senza possibilità di incontro. Nella percezione di molti cittadini il mondo si svolge e si svolgerà sempre su due livelli: il livello del “dovrebbe essere”, ed il livello del “purtroppo è”.

Spesso, nei Settentrioni, si razzializza questa visione delle cose: “Là da loro, al Sud, si pensa così perché non riescono a far funzionare niente”, ma è solo un tentativo di mostrarsi estranei ad alcuni schemi comportamentali comuni a tutte le latitudini, spesso adottato da persone che questi schemi li attuano. Dividere la realtà in due livelli è comodo, perché in molti casi consente di ottenere dei vantaggi immediati senza farsi troppi scrupoli morali.

Giusto per fare due esempi: “Dovrei dichiarare correttamente l’ISEE della mia famiglia, io, cittadino lombardo in procinto di iscrivere il figlio in università. Ma…”; “Dovrei gestire con onestà e cura per la collettività lo smaltimento rifiuti della mia azienda, io, amministratore delegato lombardo. Ma…”

Incalzato da Giletti a commentare le parole del padre, Colombo iunior sceglie di affidarsi al classico “lo fanno tutti” accompagnato da un sempreverde “io mi faccio gli affari miei”: «I cantanti cantano dappertutto, non solo i cantanti napoletani. Tutti i più grandi artisti hanno cantato ai matrimoni come me». «Erano matrimoni di persone legate alla camorra?» chiede il conduttore. «Hanno cantato per tutti. [Sul] legati alla camorra mi voglio permettere di insegnarti una cosa: non si sa mai se uno è malavitoso. Noi [cantanti], se uno che conosciamo è malavitoso, lo scopriamo quando lo vediamo sul giornale. Perché questo mondo naviga sott’acqua, non ti fa sapere mai chi comanda o chi è un malavitoso». «Però si sa chi è boss di una certa zona». «Per chi è interessato, Massimo. Io faccio il cantante, non mi soffermo a sindacare… […] Io non parlo proprio con le persone che mi pagano. Io ho un manager che mi gestisce [e che organizza i miei ingaggi]». E poi aggiunge: «Il direttore di Fanpage.it ha fatto una bellissima fiction [sulla mia vita], peccato che all’interno non c’è una verità. Ha montato una bella storia di camorra, ma all’interno, di tutti i punti che lui ha toccato, non ce n’è uno che sia reale».

Nega, Tony Colombo, nega tutto. Perfino quando gli vengono mostrate delle immagini che testimoniano la presenza di membri di spicco della criminalità napoletana al suo matrimonio con Tina Rispoli, lui afferma:

«Il mio matrimonio era un matrimonio a porte aperte, e durante quel giorno sono passate almeno 2.000 persone a farmi gli auguri. Quel signore che avete visto là [Genny Carra, boss del rione Traiano, N.d.R.] è un signore di un’altra famiglia che mi ha sempre chiamato a cantare, […] e che dopo il matrimonio si è scoperto essere un personaggio losco, anche se non so che cosa abbia fatto. Quindi il mio matrimonio era un matrimonio a porte aperte. Per quanto riguarda il tavolo della famiglia Di Lauro, non c’era. Non c’era nessun tavolo Di Lauro al mio matrimonio. E non vi permettete nemmeno di dirlo».

Di fronte a questi dinieghi, il direttore di Fanpage.it comunica che l’esistenza di quel tavolo è testimoniata da una lista degli invitati che i giornalisti hanno ottenuto dai responsabili della security del matrimonio, ma viene prontamente interrotto da un Colombo inquisitorio: «Perché non avete pubblicato [un articolo], se c’era qualcuno dei Di Lauro?». «Perché non sono venuti» risponde il direttore, con lo sguardo rivolto verso il pavimento. «Ah, non sono venuti? E com’è possibile, Piccinini, che di otto persone [segnate sulla lista degli invitati che avete voi] non viene nessuno?». «Hanno scelto di non venire». «Non hanno scelto di non venire. La verità è che quella lista l’avete fatta voi, per fare numeri coi vostri articoli!».


Il potere che fa paura, come ricorda Saviano, è quello che non commenta mai i fatti, e quando i fatti diventano evidenti li nega, rimanendo impunito.

È quel potere che, quando interrogato circa alcune scelte, ricorda che tutti gli uomini sono uguali nella disonestà. L’unico modo per combattere questo potere è far nostre le storie che lo riguardano, riservare del tempo per ragionarci su, per prendere posizione. Perché questo potere, come tutti i poteri, anche se scegliamo di non occuparcene, si occuperà di noi. E dunque che se ne parli in casa di queste storie, poiché non si tratta di storie loro, ma di storie nostre.

Daniele Di Bella
Sono Daniele, da grande voglio fare il biofisico, esplorare l'Artide e lavorare in Antartide. Al momento studio Quantitative Biology, leggo, mi interesso di ambiente e scrivo per Vulcano.

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