Del: 8 Dicembre 2023 Di: Michele Cacciapuoti Commenti: 0
Che cosa c'è dietro il mito degli alfabeti dei ladri rom?

Nell’Europa dei diritti, il razzismo nei confronti delle comunità rom e sinti non conosce confini.
Una delle leggende più diffuse in quest’ambito riguarda i cosiddetti alfabeti segreti che si supporrebbero utilizzati da “ladri rom o sinti” per comunicare fra di loro: si tratta di simboli stilizzati che, incisi o disegnati su porte e citofoni, descriverebbero le caratteristiche dei relativi appartamenti, come la presenza di cani o i momenti migliori in cui svaligiare la casa.

Le notizie di questi alfabeti sono, al meglio delle nostre conoscenze, false.

Nonostante si tratti di una credenza piuttosto diffusa, tanto da arrivare nel 2011 al programma Le Iene, le prove al riguardo sono inconsistenti e la diceria è stata ampiamente decostruita negli ultimi vent’anni da Open o Bufale.net. Già nel 2005 era stato il giornalista Paolo Attivissimo a smentire la teoria di questi alfabeti, intervistando lo scrittore Toselli e il sociologo francese Renard, che fanno risalire l’origine di tali voci rispettivamente agli anni Sessanta o agli anni Venti-Trenta, anni in cui rom e sinti sono considerati nella Germania nazista “razza estranea”, così come nell’Italia fascista: siamo a pochi anni dal Samudaripen, il grande sterminio di rom e sinti avvenuto nei campi di concentramento nazisti.

In toni meno assertivi si poneva invece, nel 2016, il portale dell’avvocato Angelo Greco.
Dal canto nostro, quello che è stato possibile appurare è innanzitutto che i cifrari circolanti oggi sui giornali compaiono su Internet intorno al 2005 o 2009, ma se ne trovano smentite almeno dal 1977. Un elemento spesso citato è il ruolo delle forze dell’ordine nell’accreditamento di queste teorie: se Gabriele Ferraresi parla più generosamente di un «atteggiamento quantomeno ondivago» della Polizia e BUTAC menziona casi in cui le autorità hanno smentito anche duramente queste fake news, è vero anche che almeno dal 2010 sono reperibili diverse istanze in cui le stesse hanno invece suffragato la loro veridicità.

Non solo nel 2011 la testata BarlettaViva citava i Carabinieri come autori di uno dei cifrari (salvo poi derubricare la diceria a obsoleta quattro anni dopo), ma nel 2015 la vicentina TViWeb parlava di una vera e propria campagna del comando provinciale di Reggio Emilia; nel 2018 Wired portava alla luce una sorta di vademecum scaricabile da un sito regionale dell’Emilia-Romagna; per rimanere in zona, da un URL col dominio del Comune di Cervia è scaricabile un PDF con i loghi dei Carabinieri ravennati, di avvertimento contro eventuali segni che «potrebbero essere stati fatti da zingari».

Ancora, nel 2016 su DiMartedì era un rappresentante della polizia a presentare questi cifrari, mentre almeno dal 2013 la notizia appare diffusa dalla pagina Facebook “Noi Poliziotti Per Sempre” (successivamente individuata come responsabile di disinformazione anche su altri temi, per quanto non sia chiaro se sia realmente legata alle forze dell’ordine).

Un’altra questione che invece non sembra essere mai stata affrontata nemmeno dai fact-checker è che, a partire dal 2011 ma soprattutto negli ultimi quattro anni, circa il 30% delle fonti italiane a suffragio di queste notizie è costituito da siti di aziende che vendono casseforti, porte blindate, impianti di sicurezza, assicurazioni per le case, serrature, allarmi antifurto, grate o servizi di vigilanza.
Anche volendo ipotizzare una buona fede, è chiaro che queste aziende hanno interesse a sostenere la tesi di un alfabeto segreto dei ladri, dunque rappresentano un caso di “letteratura grigia” non oggettivamente attendibile. Ciò detto, quali sono gli elementi che permettono di smentire queste notizie come false? Ve ne sono innanzitutto di logici, evidenziati anche da Attivissimo: “perché i ladri dovrebbero comunicare alla “concorrenza” l’ubicazione delle prede più appetibili, a meno di ipotizzare una segreta rete di solidarietà alla Pirati dei Caraibi? Quale sarebbe l’utilità di un codice segreto ormai divulgato da decenni su qualsiasi giornale, blog o forum? Non basterebbe che uno contrassegnasse la propria abitazione come priva d’interesse (simbolo onnipresente nei cifrari), per scongiurare i furti?

Per quale motivo il simbolo che significa “evitare questo comune”, altrettanto frequente, andrebbe apposto alle singole case?

Altri simboli, per essere delle incisioni praticate fugacemente e di soppiatto, appaiono un po’ troppo poco stilizzati (come quello a forma di gatto) o di complessa lettura (come quello sul numero di componenti della famiglia).

Vi sono poi delle incongruenze fra cifrari diversi che, anche a distanza di poco tempo, pubblicano lo stesso simbolo con significati molto differenti: la serie diagonale di cerchi che passa dal significare “usare una leva” a “casa molto buona”; c’è il rettangolo aperto, che sta per “donne sole” oppure “pericolo!”; c’è il triangolo, che indica “donna sola”, “già visitata” o “pieno di vagabondi”.

In alcuni casi, è abbastanza chiaro che le tabelle siano una la copia dell’altra e che i mutamenti semantici non siano altro che l’effetto del passaparola, quando non un vero e proprio lost in translation fra lingue diverse: così le frecce nel cerchio passano dal significare “scappa!” nel 2011 all’invitare a un rapido furto; i rettangoli sovrapposti invece, che nel 2006 indicavano “persone timorose”, nel 2018 sono diventate “persone nervose” per approdare nel 2020 in Italia come “qui niente”; la croce nel cerchio invece, originariamente indicante disponibilità a sfamare chi parla di Dio, è divenuta nel 2014 in Francia soltanto un “si dà da mangiare”.

A volte i significati divengono proprio opposti: lo zig-zag, che all’estero significa “cane aggressivo”, in Italia è divenuto “cane mansueto” (con buona pace del ladro che si è fidato del secondo cifrario); il rombo è passato da “casa disabitata” nel 2009 a “casa abitata” nel 2020; la Y nel rettangolo è passata da “bel lavoro da fare” a “qui si offre lavoro”; le chiavi di violino, che in Portogallo nel 2010 significavano “bruttissimo”, in Italia sono diventate “buon obiettivo”.

È insomma evidente che non solo non abbia senso un codice segreto vecchio nel tempo, ma che non possa passare intatto da una parte del mondo all’altra: ci sono siti inglesi o cinesi che ammettono di avere fonti olandesi, mentre alcuni siti italiani sembrano aver copiato i cifrari da fonti tedesche del 2016. Peraltro sia queste ultime sia altre (francesi, spagnole o britanniche) sono siti di aziende che vendono allarmi.

Una chiara conseguenza di tali traduzioni male eseguite sono i simboli che indicherebbero i momenti ottimali per il furto: in alcuni casi non hanno senso nemmeno in italiano (come la T per “giorno”, presa infatti di peso dalle fonti tedesche), ma soprattutto la M per “mattino”, D per “domenica” e N per “notte” non sono le iniziali delle rispettive parole nei dialetti rom e sinti parlati sul territorio italiano, come sottolinea Attivissimo. Sono le stesse fonti tedesche a chiarire l’equivoco: quei simboli vengono dai cifrari francesi (matin, dimanche e nuit, peraltro con qualche confusione su AM come après-midi o avant-midi, di significato opposto). Molti siti italiani, d’altronde, dichiarano come origine di questi alfabeti proprio i simboli degli hobo francesi. Le incongruenze proseguono anche all’interno dei singoli cifrari, che (a prescindere dal loro uso criminale) non funzionerebbero bene in generale come alfabeti, perché contengono simboli molto simili ma di significato diverso: due varianti di X che significano “buon obiettivo” e “nulla di interessante”, due varianti di croce che significano “nessuno in casa” e “soldi”, ma anche due simboli diversi per indicare il cane…

Fra l’altro anche all’estero sono talvolta le forze dell’ordine a diffondere queste notizie: è il caso della Gendarmerie francese nel 2014 e della Polizia olandese nel 2016; nel 2011 invece un volantino francese era controfirmato da una sedicente associazione di veterani e servizi di sicurezza.

Risulta interessante notare come nelle fonti estere non si parli in realtà mai di comunità rom e sinti, quanto piuttosto di generici ladri (ad eccezione di tre siti francesi, che rappresentano il 13% circa delle fonti straniere).

In quelle italiane la situazione è ribaltata: nel 70% dei casi si parla di comunità rom, peraltro usando quasi sempre il termine offensivo “zingari”. Non si dubita necessariamente della buona fede di chi forse vuole proteggere la cittadinanza dai furti, ma stampa e forze dell’ordine sono forse tra i soggetti che meno possono permettersi eccessi di zelo, specie quando questo colpisce in senso razzista un’intera comunità etnica.

Non limitandoci però al cosiddetto debunking, che in sé è sterile, sarebbe opportuno ragionare sul perché la notizia circoli e attecchisca così facilmente: c’entra solo la volontà di premunirsi dai furti, o anche la tinta di esoterismo di «misteriosi segni» che compaiono nella notte, di un «alfabeto criptico» e dell’«alfabeto rom della paura»? Non è lo stesso sapore mistico della stereotipica cartomante e delle dicerie su rom e sinti che non ruberebbero argento o perle in quanto per loro porterebbero sfortuna? Il meccanismo dell’ammonimento ai bambini contro gli “zingari” che vogliono rapirli non è analogo a quello dei cosiddetti boogeymen, dal Babau all’Uomo Nero (come testimoniato ad esempio da Yegorov nel caso sovietico)?

Come scrive Santino Spinelli (rom d’Abruzzo, musicista, attivista e professore universitario):

questo circolo di disinformazione si basa sull’immagine di una cultura “misteriosa”, in realtà sconosciuta e di una lingua considerata uno slang furbesco, un linguaggio da criminali.

Ancora una volta, passa in secondo piano il valore del patrimonio linguistico e culturale di rom e sinti.

La giovanissima Rebecca Covaciu, venuta alle cronache a Milano nel 2012 per le doti da pittrice

Articolo revisionato da Laura Colombi

Michele Cacciapuoti
Laureato in Lettere, sono passato a Storia. Quando non sto guardando film e serie od osservando eventi politici, scrivo di film, serie ed eventi politici.

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