ANAFI, ISOLA SENZA TEMPO

Ana­fi. Poche miglia mari­ne in line d’aria da San­to­ri­ni. Nei gior­ni lim­pi­di la si rie­sce anche a scor­ge­re, nell’azzurro dell’egeo, dal­la Cal­de­ra di San­to­ri­ni. San­to­ri­ni cen­tro del turi­smo orga­niz­za­to, ful­cro del­le Cicla­di. Iso­la con­nes­sa da deci­ne e deci­ne di tra­ghet­ti che dal Pireo o dal­le altre cicla­di rigur­gi­ta­no turi­sti a get­to con­ti­nuo sul­le spiag­gie di Thira.

Ad Ana­fi inve­ce ci arri­va­no solo due tra­ghet­ti alla set­ti­ma­na. O alme­no dovreb­be­ro, dal momen­to che — dice la Lone­ly Pla­net — le navi per que­sta pic­co­la sfug­gen­te iso­la han­no ora­ri incer­ti e inaf­fi­da­bi­li. Quan­do ci andai io, un anno fa, le navi attrac­ca­va­no al suo pic­co­lo por­to di Agios Niko­laos, solo il mer­co­le­dì e il saba­to. La per­ma­nen­za mini­ma sull’isola era quin­di di quat­tro gior­ni. Ricor­do il tra­ghet­to che sob­bal­zan­do su un mare poco pia­ce­vol­men­te inquie­to, libe­ra­to­si dal­li scia­mi di ragaz­zi­ni ita­lia­ni o tede­schi diret­ti in iso­le ben più note e mon­da­ne, viag­gia­va len­to ver­so que­sto sco­glio per­du­to in mez­zo all’Egeo. A bor­do era­no rima­sti solo uno spa­ru­to grup­po di viag­gia­to­ri curio­si e i rifor­ni­men­ti per que­sta iso­la sper­du­ta.
Già la pri­ma impres­sio­ne, arri­van­do, fu quel­la di un luo­go deser­to, pia­ce­vol­men­te lon­ta­no da ogni for­ma di turi­smo orga­niz­za­to. Un pic­co­lo por­tic­cio­lo, le reti gial­le dei pesca­to­ri diste­se sul molo, un pic­co­lo spac­cio ali­men­ta­re, poche case, una cor­rie­ra che iner­pi­can­do­si per una stra­da tor­tuo­sa por­ta­va alla Hora, il capo­luo­go (o meglio l’unico cen­tro abi­ta­to di rilie­vo dell’isola).

Riman­dai al gior­no dopo la visi­ta alla cit­ta­di­na, e inve­ce, cer­can­do un luo­go per dor­mi­re, sco­prì che l’unica oppor­tu­ni­tà, oltre ad una serie di doma­tie ormai da tem­po già affit­ta­te ad altri turi­sti, era l’accampamento su Liva­di Beach, la pri­ma del­le spiag­ge dell’isola. Una pic­co­la mera­vi­glio­sa spiag­get­ta orla­ta di pal­me, a cui si giun­ge­va attra­ver­so un minu­sco­lo sen­tie­ro in costa, iner­pi­can­do­si tra pic­co­le caset­te in affit­to e taver­ne che ema­na­va­no pro­fu­mo di sou­vla­ki o pesce fre­sco.
La sera andam­mo a man­gia­re in una di que­ste taver­ne, sor­ta di loca­le ter­raz­za­to con vista sul mare. Sul tavo­lo il menù era poco più che un sopram­mo­bi­le, redat­to chis­sà quan­to tem­po pri­ma. L’unico modo per sape­re quel­lo che Ile­ni, la padro­na del loca­le, ave­va pre­pa­ra­to quel­la sera, era far­si accom­pa­gna­re per mano da lei in cuci­na, in mez­zo a pen­to­lo­ni odo­ran­ti di briam, e taglie­ri con gli avan­zi di pesce lisca­to. Un don­no­ne impo­nen­te, che par­la­va in gre­co stret­to, infi­lan­do solo qua e là i nomi in ingle­se del­le vivan­de, pro­nun­cian­do­li con un suo stra­no accen­to cicla­di­co, qua­si più inde­ci­fra­bi­le del gre­co stes­so.
Quel­la sera chiac­che­ren­do con Arte­mis, la figlia del­la pro­prie­ta­ria — l’unica che par­las­se ingle­se in tut­ta la taver­na- e con altri avven­to­ri ita­lia­ni, sco­prì mol­te cose sull’isola. Che d’inverno era abi­ta­ta da solo 250 abi­tan­ti. Che ogni esta­te — fat­ta ecce­zio­ne per i viag­gia­to­ri curio­si come me — sull’isola si vede­va­no sem­pre le stes­se fac­ce, giun­te a cono­scen­za di quell’angolo remo­to del Medi­ter­ra­neo solo attra­ver­so impro­ba­bi­li pas­sa­pa­ro­la. Mi rac­con­tò anche che i cam­peg­gia­to­ri “sel­vag­gi” di Liva­di Beach ave­va­no instau­ra­to un buon rap­por­to con la gen­te loca­le; la stes­sa gen­te che inve­ce mal sop­por­ta­va la sel­va di fric­chet­to­ni nudi­sti –in pre­va­len­za gre­ci- che sta­zio­na­va­no da ormai due mesi sul­le spiag­gia di Raku­na (una spiag­gia poco più in là sull’isola) tra bon­ghi e can­ne.
Mi dis­se inol­tre che solo la par­te dell’isola su cui ero sbar­ca­to era abi­ta­ta e “pra­ti­ca­bi­le”. Cioè che la quat­tro o cin­que spiag­gie alli­nea­te una dopo l’altra su quel lato dell’isola era­no col­le­ga­te da una stra­da (l’unica insie­me a quel­la che con­du­ce­va alla Hora) la qua­le ter­mi­na­va nei pres­si di un pic­co­lo mona­ste­ro. Li, aggiun­se, si tro­va­va­no anche i resti di un tem­pio di Apol­lo e ciò che rima­ne­va di un castro vene­zia­no in rovi­na. Sull’altra par­te dell’isola inve­ce nien­te stra­de –ci si pote­va arri­va­re solo via mare.
Arte­mis infi­ne mi rac­con­to la sto­ria del suo fra­tel­lo dician­no­ven­ne che il gior­no dopo par­ti­va per il mili­ta­re. Mi dis­se che lui come altri gio­va­ni dell’isola vive­va­no in una stra­na con­di­zio­ne d’incertezza tra l’attaccamento ance­stra­le all’isola e la fuga ver­so Ate­ne e il mon­do civi­liz­za­to. Tor­nai anche le altre sere in quel­la sim­pa­ti­ca taver­na a man­gia­re pesce e pren­de­re il fresco

La mat­ti­na dopo inve­ce andai su alla Hora. La cor­rie­ra s’inerpicava len­ta sui nume­ro­si tor­nan­ti, in mez­zo al tipi­co pae­sag­gio cicla­di­co, aspro e brul­lo, a trat­ti qua­si luna­re. Ricor­do appe­na sce­so dal­la cor­rie­ra il ven­to for­tis­si­mo — che sco­prì dopo non esse­re affat­to un’eccezione las­sù, ai 200 metri del vil­lag­gio — che spaz­za­va l’ammasso di case bian­che dell’abitato. La Hora. Un labi­rin­ti­co intri­co di vico­let­ti tor­tuo­si, nei qua­li per­der­si in mez­zo a fili di bian­che­ria ste­sa al sole cocen­te, azzur­ri vasi ricol­mi di gera­ni ros­si come melo­gra­ni, vec­chi che ripo­sa­no all’ombra di un muro cre­pa­to, casu­po­le di cal­ce bian­ca dal­le impo­ste dipin­te di blu scu­ris­si­mo. Una sel­va di car­rug­gi, pas­sag­gi, sca­li­na­te per cui s’arrampicano don­ni­ne rugo­se, avvol­te nel­le loro tipi­che lun­ghe vesti nere, por­tan­do pesan­tis­si­mi sac­chi del­la spe­sa.
Ana­fi è que­sto e qua­si nient’altro. Un vil­lag­gio di pesca­to­ri sper­du­to nel mare, un’oasi di gre­cia auten­ti­ca in mez­zo (o meglio ai mar­gi­ni) di un arci­pe­la­go che (fat­ta ecce­zio­ne per poche iso­le, for­se le sole Fole­gan­dros e pic­co­le Cicla­di) vie­ne sem­pre più fago­ci­ta­to dal turi­smo di mas­sa. Una pic­co­la comu­ni­tà di pesca­to­ri che cer­ca tan­to dispe­ra­ta­men­te quan­to tran­quil­la­men­te, con sor­nio­na indif­fe­ren­za, di rima­ne­re attac­ca­ta al suo “ver­ghia­no” sco­glio. La fac­cia di un Euro­pa lon­ta­na, diver­sa, recal­ci­tran­te alla mas­si­fi­ca­zio­ne, all’ avvi­len­te appiat­ti­men­to cul­tu­ra­le del­la socie­tà occi­den­ta­le globalizzata.Un’isola anco­ra incom­ta­mi­na­ta, ai mar­gi­ni di tut­to, fuo­ri da ogni rot­ta, sospe­sa nel suo incan­to sen­za tempo.

Fran­ce­sco Zurlo

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