INTERVISTA SUL VIAGGIO A DANILO MANERA

“Con­ta più la stra­da del­la meta. Con­ta più il ven­to del­la vali­gia.”


Dani­lo Mane­ra inse­gna let­te­ra­tu­ra spa­gno­la nel­la nostra uni­ver­si­tà. Da sem­pre appas­sio­na­to di viag­gi, nel­la sua vita ha viag­gia­to tan­tis­si­mo, sia fisi­ca­men­te che attra­ver­so la let­te­ra­tu­ra, l’attività gior­na­li­sti­ca e di tra­dut­to­re, la pas­sio­ne per le altre lin­gue e cul­tu­re. L’abbiamo con­tat­ta­to per discu­te­re con lui del signi­fi­ca­to del Viag­gio e dei retro­sce­na dei suoi viag­gi; in par­ti­co­lar modo del­la “spe­di­zio­ne” da lui com­piu­ta nel­la zona del Vau­pes, remo­ta ed “incon­ta­mi­na­ta” regio­ne amaz­zo­ni­ca del­la Colom­bia
.


Per comin­cia­re, la doman­da di rito: come è nato in lei l’interesse per il viag­gio ed in par­ti­co­lar modo la pas­sio­ne per la Spa­gna e l’America Lati­na?

Sono nato nel­le Lan­ghe, in una cit­ta­di­na del­la pro­vin­cia pie­mon­te­se. Con­tra­ria­men­te alla fama di immo­bi­li­smo che ha, è ter­ra di emi­gran­ti e scrit­to­ri, un posto limi­ta­to da cui par­ti­re, smen­ten­do l’orizzonte di col­li­ne, anche per poi gustar­si i ritor­ni. In un pri­mo tem­po, sull’onda di Pave­se e Feno­glio, rivol­si il mio inte­res­se all’area anglo­fo­na, e con­tem­po­ra­nea­men­te alla Fran­cia, poi all’università di Pisa scel­si le lin­gue sla­ve e infi­ne m’appassionai allo spa­gno­lo. Duran­te gli stu­di appro­fit­tai di tut­te le bor­se di stu­dio che mi veni­va­no a tiro. Poi mi toc­ca­ro­no qua­si due anni di ser­vi­zio civi­le come obiet­to­re di coscien­za e nel­le lun­ghe sere di quel­la pau­sa for­za­ta, comin­ciai a sogna­re viag­gi più lun­ghi, più in pro­fon­di­tà, con un teso­ro di sto­rie e paro­le da ripor­ta­re a casa. Pre­si così, appe­na pos­si­bi­le, la rot­ta dei tra­mon­ti, pri­ma ver­so la Spa­gna, poi ver­so il Sudamerica.

Lei si è occu­pa­to mol­to — soprat­tut­to attra­ver­so la tra­du­zio­ne di testi di nar­ra­ti­va – dell’area carai­bi­ca. Un’a­rea che pur­trop­po nell’immaginario col­let­ti­vo è qua­si esclu­si­va­men­te lega­ta ad un fuor­vian­te ste­reo­ti­po vacan­zie­ro ma che, cre­do, abbia una ric­chez­za cul­tu­ra­le ben più ampia. Che cosa ci può dire a riguardo? 

I Carai­bi sono con­nes­si con l’idea di para­di­so, un luo­go mite e dol­ce, pre­ce­den­te alle mora­li e alle ideo­lo­gie, un luo­go aper­to dove infi­ni­te cose sono anco­ra possibili. 

Pur­trop­po, l’idea di para­di­so che rima­ne a tan­ti è quel­la mise­ra e car­to­li­ne­sca del­le due set­ti­ma­ne in spiag­gia. Carai­bi signi­fi­ca bal­lo e metic­cia­to: una capa­ci­tà di suo­na­re e di mesco­lar­si. Lì il cro­gio­lo etni­co-cul­tu­ra­le ha crea­to rit­mi, pit­tu­re e scrit­tu­re straor­di­na­rie. Io non mi stan­co di pro­por­re anto­lo­gie di auto­ri carai­bi­ci. Da ulti­mo L’isola d’acqua, un libro dedi­ca­to ad Hai­ti, al qua­le ha col­la­bo­ra­to Mar­co Mode­ne­si del­la nostra uni­ver­si­tà e che accom­pa­gna il docu­men­ta­rio di J. Dem­me The Agro­no­mi­st, e due rac­col­te tra­dot­te da allie­vi dei miei cor­si, Onde, far­fal­le e aro­ma di caf­fè. Sto­rie di don­ne domi­ni­ca­neFan­ta­sma­rio di Mar­cio Veloz Mag­gio­lo.


Lei ha scrit­to mol­to su Cuba, col­la­bo­ran­do anche a gui­de e vari libri foto­gra­fi­ci dedi­ca­te a quell’isola. Cosa pen­sa del­le recen­ti pole­mi­che sul­la situa­zio­ne poli­ti­ca cuba­na, inne­sca­te cir­ca un anno fa dal­la con­dan­na a mor­te di alcu­ni dis­si­den­ti e riac­ce­se­si da qual­che set­ti­ma­na a segui­to dell’espulsione di alcu­ni gior­na­li­sti ita­lia­ni sbar­ca­ti sull’isola in occa­sio­ne di un con­gres­so degli oppo­si­to­ri al gover­no di Castro?


Ho scrit­to ampia­men­te sul tema, che non è rias­su­mi­bi­le. Riman­do soprat­tut­to al n.4 del 2004 del­la rivi­sta di geo­po­li­ti­ca «Limes». Ho gran­de rispet­to per le sof­fe­ren­ze del popo­lo cuba­no, vit­ti­ma dell’embargo sta­tu­ni­ten­se. E un amo­re pro­fon­do per la cul­tu­ra e i talen­ti dei cuba­ni, il loro modo incon­fon­di­bi­le e uma­nis­si­mo di sta­re al mon­do. Sono per il dia­lo­go e la soli­da­rie­tà. Ma non con­fon­do Cuba con Castro. I castri­sti sono chiu­si a ogni veri­fi­ca o diver­gen­za, demo­niz­za­no l’interlocutore con ritua­li da caser­ma, nega­no ogni cit­ta­di­nan­za alla dia­spo­ra. Inve­ce, per il movi­men­to civi­le, uto­pi­co e paci­fi­sta di cui mi sen­to par­te i dirit­ti uma­ni, la liber­tà d’espressione e asso­cia­zio­ne, la par­te­ci­pa­zio­ne plu­ra­li­sta, l’ecologia, la valo­riz­za­zio­ne del­le diver­si­tà, il rispet­to del­le mino­ran­ze sono pre­sup­po­sti irri­nun­cia­bi­li. L’odio e la repres­sio­ne non sono una rispo­sta. Nem­me­no l’inamovibilità dei capi. Cer­to, la situa­zio­ne è dif­fi­ci­le, ma spe­ro che si smuo­va e che i cuba­ni sap­pia­no svi­lup­pa­re la loro alter­na­ti­va al neo­li­be­ri­smo in modo dav­ve­ro libero.

Il viag­gio più bel­lo che lei ci ha rac­con­ta­to cre­do sia quel­lo svol­to nel­la zona del­lo Vau­pés in Colom­bia, da cui è nato il libro Yuru­pa­rí. I flau­ti del­l’a­na­con­da cele­ste. Come è nata l’idea di ripren­de­re una spe­di­zio­ne di un esplo­ra­to­re otto­cen­te­sco — Erman­no Stra­del­li — nel­l¹A­maz­zo­nia colom­bia­na e riper­cor­rer­ne il tragitto? 

Le spin­te sono sta­te tan­te. Ne cite­rò due. La ver­sio­ne più ela­bo­ra­ta del­la leg­gen­da di fon­da­zio­ne dei popo­li del nor­do­ve­st amaz­zo­ni­co si con­ser­va in ita­lia­no gra­zie alla sen­si­bi­li­tà di Stra­del­li, che era anche un lin­gui­sta d’eccezione: a lui si devo­no gram­ma­ti­ca e dizio­na­rio del­la lin­gua fran­ca di quei ter­ri­to­ri. Stra­del­li era affa­sci­na­to dal diver­so e dispo­sto a capir­lo. Inol­tre, nei gio­chi di bam­bi­ni, io e mio fra­tel­lo sta­va­mo sem­pre dal­la par­te degli india­ni con­tro i cow­boys. Una vol­ta nel­la vita, ci tene­va­mo a vive­re un po’ con una tri­bù indi­ge­na. È sta­to emo­zio­nan­te e com­ples­so, ma ha richie­sto una lun­ghis­si­ma preparazione.

Cosa le ha lascia­to quell’esperienza a con­tat­to con le usan­ze, le leg­gen­de, i miti di popo­la­zio­ni lon­ta­nis­si­me dal­lo sti­le di vita occidentale? 

Tan­tis­si­me cose. Rela­ti­vi­smo di fron­te al “pro­gres­so” e alle “veri­tà”, pena per quel che per­dia­mo e toglia­mo alle gene­ra­zio­ni futu­re con l’attuale omo­lo­ga­zio­ne al ribas­so, spia­na­ta oltre­tut­to sui model­li più scioc­chi. Gra­ti­tu­di­ne per la dispo­ni­bi­li­tà degli indi­ge­ni tuca­no e dei colom­bia­ni. Un’amaca appe­sa in una stan­za del­la mia casa mila­ne­se. Quell’aculeo di cer­bot­ta­na del­la nostal­gia che si sen­te per ogni cosa lon­ta­na che un gior­no è sta­ta tua. Qui più for­te per­ché dal Vau­pés è meglio che tut­ti i bian­chi stia­no lon­ta­ni, anch’io. E l’impegno a far sì che la scrit­tu­ra sia una canoa che sci­vo­la su un fiu­me, che a sua vol­ta è l’anima disciol­ta di una canoa. Gli scia­ma­ni tuca­no dico­no che l’anaconda ance­stra­le tra­spor­tò le gen­ti nel suo ven­tre in for­ma di pesci e anco­ra ades­so gli uomi­ni nasco­no dall’acqua pro­fon­da del­le don­ne in cui c’è la stes­sa geo­gra­fia di fiu­mi e cie­li e sogni che poi tro­ve­ran­no fuo­ri, dove splen­de l’anaconda cele­ste come un lat­teo sen­tie­ro luminoso.

Qua­le lega­me pen­sa ci sia tra let­te­ra­tu­ra e viag­gio? Cre­de sia pos­si­bi­le in qual­che modo viag­gia­re attra­ver­so la let­te­ra­tu­ra?

Caspi­ta! I libri sono il miglior mez­zo di tra­spor­to che c’è. Ho sem­pre pen­sa­to alla biblio­te­che come por­ti da cui sal­pa­re. Ho sem­pre viag­gia­to sul­la scor­ta di let­tu­re e i viag­gi han­no a loro vol­ta pro­dot­to scrit­ti. Sen­za con­ta­re che ci sono ter­re che esi­sto­no solo nel­la memo­ria e nel­la fan­ta­sia, a cui si va sol­tan­to gra­zie alla let­te­ra­tu­ra. L’osmosi è anti­chis­si­ma, per­ché la let­te­ra­tu­ra ha biso­gno di spae­sa­men­to e di moto: da Ulis­se a Don Chi­sciot­te, da Dan­te a Ibn Batu­ta, da Mar­co Polo ai can­ta­sto­rie, dagli scien­zia­ti illu­mi­ni­sti ai vaga­bon­di on the road.

Cen­tra­le in tut­ta la sua pro­du­zio­ne gior­na­li­sti­ca e let­te­ra­ria sul viag­gio, mi sem­bra, per­so­nal­men­te, il con­cet­to di “rispet­to” . Rispet­to per i luo­ghi visi­ta­ti e le gen­ti incon­tra­te. Pino Cacuc­ci, un altro gran­de esplo­ra­to­re dei pae­si lati­noa­me­ri­ca­ni, ha scrit­to che «il con­tat­to con l’altro a qual­sia­si lati­tu­di­ne [deve ini­zia­re] con un gesto di resa incon­di­zio­na­ta, la rinun­cia ai pro­pri sche­mi e abi­tu­di­ni». Qual è la sua opi­nio­ne a proposito? 

Sono d’accordo con Cacuc­ci. L’incontro con l’alterità è un’occasione uni­ca. Guai a per­der­la per­ché si ha in tasca un copio­ne e foschia negli occhi. Si viag­gia per cam­biar­si, non per con­fer­mar­si. Già il viag­gia­to­re Mon­tai­gne dice­va che sape­va da cosa fug­gi­va, ma non cosa cer­ca­va. E che l’incessante diver­si­tà di vite incon­tra­te sul cam­mi­no era la miglior for­ma­zio­ne per l’anima. Poi ci vuo­le anche mol­ta, spre­giu­di­ca­ta curiosità.

Sin­te­tiz­zan­do, qual è il con­si­glio prin­ci­pa­le che dareb­be a chiun­que sia appre­sti ad un viag­gio che non voglia solo esse­re un’evasione o una vacan­za, ma piut­to­sto un’esperienza cono­sci­ti­va con­sa­pe­vo­le e intel­li­gen­te?


Con­ta più la stra­da del­la meta. Con­ta più il ven­to del­la vali­gia. Con­ta­no più i pas­si o i com­pa­gni di viag­gio degli ora­ri o degli acqui­sti. Non c’è un manua­le, ma una dispo­si­zio­ne a tro­va­re il pro­prio modo di cam­mi­na­re. Un gior­no lo si rico­no­sce in un ciot­to­lo, un rifles­so di luce, un sor­ri­so, una nenia, una foglia, un silen­zio, una vicen­da let­ta o rac­con­ta­ta in for­ma inat­te­sa. Allo­ra tem­po e spa­zio coin­ci­do­no e si sen­te che la vita è, macha­dia­na­men­te, trac­cia­re scie sul mare. 


A cura di Fran­ce­sco Zurlo



Chi è Dani­lo Manera?

Dani­lo Mane­ra (Alba 1957) inse­gna Let­te­ra­tu­ra spa­gno­la con­tem­po­ra­nea all’U­ni­ver­si­tà degli Stu­di di Mila­no. Nar­ra­to­re, tra­dut­to­re, cri­ti­co let­te­ra­rio e gior­na­li­sta di viag­gio, ha col­la­bo­ra­to ai quo­ti­dia­ni «L’Unità» e «Il Mani­fe­sto» e alle le rivi­ste «Micro­Me­ga» «Avve­ni­men­ti» e «Limes». Attual­men­te diri­ge la rivi­sta «Cro­ce­via». Ha cura­to la tra­du­zio­ne ita­lia­na di parec­chi impor­tan­ti scrit­to­ri spa­gno­li non­ché anto­lo­gie di auto­ri baschi, del­la Gali­zia e del­le Cana­rie. Si è occu­pa­to mol­to anche di let­te­ra­tu­re sla­ve. Ulti­ma­men­te si è dedi­ca­to soprat­tut­to dell’area carai­bi­ca, curan­do diver­se anto­lo­gie di scrit­to­ri cuba­ni (ricor­dia­mo per­lo­me­no A lab­bra nude. Rac­con­ti dall’ultima Cuba, Vedi Cuba e poi muo­ri,) e dome­ni­ca­ni (I cac­tus non temo­no il ven­to). Per quan­to riguar­da il tema del viag­gio ricor­dia­mo, oltre a Yuru­pa­rí. I flau­ti dell’anaconda cele­ste, la par­te­ci­pa­zio­ne a diver­si spe­cia­li di «Tut­to­tu­ri­smo» e di «Meri­dia­ni» sui pae­si cara­bi­ci e ad alcu­ne gui­de turi­sti­che su Cuba.



Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.