INTERVISTA A GAD LERNER

Quan­do rag­giun­gia­mo la reda­zio­ne de “L’infedele”, un mera­vi­glio­so sole splen­de su Mila­no. C’è una pia­ce­vo­lis­si­ma illu­sio­ne di pri­ma­ve­ra nell’aria. Gad Ler­ner, con un enor­me sor­ri­so, ci acco­glie nel suo stu­dio. Dopo aver­ci fat­to acco­mo­da­re attor­no alla sua scri­va­nia, si met­te a nostra com­ple­ta dispo­si­zio­ne, pron­to a rac­con­tar­si. E, come acca­de da anni nel­le sue tra­smis­sio­ni, rie­sce anche con noi a met­te­re in movi­men­to i nostri cer­vel­li e a far­ci tor­na­re a casa con nume­ro­si argo­men­ti su cui riflet­te­re e meditare.

Ci par­li degli ini­zi del­la sua car­rie­ra e in par­ti­co­la­re dell’esperienza in Lot­ta Con­ti­nua.
Vi pos­so dire innan­zi­tut­to che ho fre­quen­ta­to mol­tis­si­mo le aule di Festa del Per­do­no, ma ahi­mè non da stu­den­te. Mi sono iscrit­to a let­te­re con indi­riz­zo clas­si­co, nel ‘73 quan­do ho fini­to il liceo al Ber­chet. Poi però Adria­no Sofri mi “pre­cet­tò” chie­den­do­mi di anda­re a Roma a segui­re quel­la che si chia­ma­va “com­mis­sio­ne nazio­na­le scuo­la” e temo di aver dato in tut­to sei esa­mi! Non mi sono mai laureato,e quin­di, non segui­te il mio esem­pio! Ma cer­ta­men­te l’esperienza — pri­ma di movi­men­to poi anche di reda­zio­ne — nel quo­ti­dia­no di Lot­ta Con­ti­nua è rima­sta per me qual­che cosa che mi ha dato più di quan­to non mi abbia tol­to. Mi ha eti­chet­ta­to, per cui anco­ra ades­so a ven­go visto come “un ex di Lot­ta Con­ti­nua”. Ma gli ser­bo del­la gra­ti­tu­di­ne. Il quo­ti­dia­no di Lot­ta Con­ti­nua ha avu­to un ruo­lo fon­da­men­ta­le di inse­gna­men­to per due ragio­ni: la pri­ma è che ci impo­ne­va di con­ce­pi­re il gior­na­le come stru­men­to del­la tra­sfor­ma­zio­ne del­la real­tà, e non come mera pro­fes­sio­ne; e poi per­ché, essen­do­si l’organizzazione di Lot­ta Con­ti­nua sciol­ta mol­to pre­sto, noi che face­va­mo il gior­na­le ci sia­mo tro­va­ti libe­ri da vin­co­li di disci­pli­na di par­ti­to. Ave­va­mo rea­liz­za­to mol­te inno­va­zio­ni sia nel­la gra­fi­ca che nel­la scel­ta degli argo­men­ti, nell’introduzione in un gior­na­le poli­ti­co di tema­ti­che inve­ce più lega­te alla ses­sua­li­tà, alla cri­si esi­sten­zia­le del mon­do gio­va­ni­le. E’ sta­ta una gran­de lezio­ne pro­fes­sio­na­le. Se io sono diven­ta­to un gior­na­li­sta for­tu­na­to lo devo anche a quel­le inno­va­zio­ni di lin­guag­gio che ho appre­so in quel­la scuo­la.
Ma voglio fare un altro cen­no alla Sta­ta­le. Mi infa­sti­di­va già a quei tem­pi den­tro all’università il pre­va­le­re di un’impostazione dog­ma­ti­co ideo­lo­gi­ca nei grup­pi diri­gen­ti di quel movi­men­to stu­den­te­sco, che era­no ine­vi­ta­bil­men­te i figli dell’alta bor­ghe­sia mila­ne­se. Il movi­men­to si dichia­ra­va Mar­xi­sta – leni­ni­sta ed esal­ta­va per­so­na­li­tà come Lenin, Sta­lin, Mao Tse Tung che dav­ve­ro stri­de­va­no con la real­tà ita­lia­na. Quan­do anda­vi a cer­ca­re un rap­por­to con gli oppres­si, gli sfrut­ta­ti, i sen­za casa, quell’ideologia risul­ta­va già un fer­ro vec­chio. Man­ca­va negli stu­den­ti uno spi­ri­to cri­ti­co. In real­tà sem­bra­va vera­men­te che si scim­miot­tas­se­ro le guar­die ros­se cine­si, sal­vo poi la sera tor­na­re in bel­le case confortevoli.

Com’è pro­se­gui­ta poi la sua car­rie­ra ter­mi­na­ta l’esperienza di Lot­ta Con­ti­nua?
Il mio ingres­so nel gior­na­li­smo “non mili­tan­te” fu sof­fer­to. Noi ave­va­mo con­dot­to negli ulti­mi anni (’77-’79) una bat­ta­glia stre­nua den­tro al movi­men­to con­tro la dege­ne­ra­zio­ne vio­len­ta e ter­ro­ri­sti­ca degli auto­no­mi e del par­ti­to arma­to del ter­ro­ri­smo di sini­stra, del­le Bri­ga­te Ros­se e di Pri­ma Linea. Quei meto­di arma­ti per i qua­li le per­so­ne veni­va­no tra­sfor­ma­te in sim­bo­li e la vita uma­na veni­va con­si­de­ra­ta un valo­re irri­le­van­te e pote­va esse­re can­cel­la­ta o feri­ta, era­no qual­co­sa che ci sem­bra­va tra­di­re pro­fon­da­men­te le ragio­ni per le qua­li c’eravamo impe­gna­ti. Ero stan­co di quel­la bat­ta­glia den­tro al gior­na­le, con il gior­na­le. Quin­di nel ’79 “die­di le dimis­sio­ni”, per così dire, e feci una cer­ta fati­ca a pas­sa­re al cosid­det­to “gior­na­li­smo bor­ghe­se”. Mi sem­brò qua­si un tra­di­men­to l’idea che il gior­na­li­smo potes­se esse­re tra­sfor­ma­to in un mestie­re. Andai pri­ma in un gior­na­le di Geno­va che si chia­ma­va Il Lavo­ro. Poi ho fat­to Radio Popo­la­re, ho scrit­to anche un po’ sul Mani­fe­sto, Dopo sono sta­to all’Espresso per parec­chi anni. Intra­pre­si que­sto mestie­re sen­za mai dimen­ti­ca­re da dove ave­vo comin­cia­to, man­te­nen­do lo stes­so atteg­gia­men­to cri­ti­co. L’etichetta del “ragaz­zo di Lot­ta Con­ti­nua” e del gior­na­li­sta non del tut­to affi­da­bi­le per l’establishment mi è rima­sta appic­ci­ca­ta con anche degli evi­den­ti svan­tag­gi. Ho pure cono­sciu­to e fre­quen­ta­to il pote­re. Non fac­cio il fur­bo che fin­ge di esse­re rima­sto fuo­ri dai suoi mec­ca­ni­smi. E lo fre­quen­to tutt’ora, ma con un pie­de den­tro e uno fuori.

Come si fa a entra­re nel­la pro­fes­sio­ne gior­na­li­sti­ca rima­nen­do sem­pre coe­ren­ti con se stes­si, e sen­za dover per for­za scri­ve­re ciò che vuo­le il padro­ne?
Cre­do che il rima­ne­re coe­ren­ti sia un van­tag­gio, e solo in appa­ren­za ti fa paga­re dei prez­zi. Vale per tut­ti i mestie­ri. Ser­ve una for­te pas­sio­ne, una voca­zio­ne, alcu­ni temi che ti appas­sio­na­no a pre­scin­de­re dal­la busta paga e del per­cor­so pro­fes­sio­na­le, cose su cui pen­si val­ga la pena spen­de­re una vita inte­ra: ecco, se tu entri nel mestie­re del gior­na­li­sta con una voca­zio­ne di que­sto tipo hai una mar­cia in più. Non c’è nien­te di peg­gio che resta­re indif­fe­ren­ti e pie­gar­si alla volon­tà del diret­to­re. Diven­ti sem­pli­ce­men­te uno che si fer­me­rà ai gra­di­ni bas­si del­la car­rie­ra, un esecutore.

Sem­pre a pro­po­si­to del­la pro­fes­sio­ne. Lei pen­sa che la mag­gior spe­cia­liz­za­zio­ne dei gior­na­li­sti sia posi­ti­vo?
E’ una rispo­sta com­ples­sa. Da un lato c’è il siste­ma ita­lia­no, in par­ti­co­la­re il siste­ma del­le pro­fes­sio­ni in Ita­lia che è scan­da­lo­so. Ci sono cor­po­ra­zio­ni chiu­se, com­pre­sa quel­la gior­na­li­sti­ca che ha un albo che secon­do me andreb­be abo­li­to, per­ché ser­ve solo a difen­de­re chi c’è già den­tro da chi vor­reb­be entrar­ci, (ma lo scan­da­lo è anco­ra più gran­de tra i notai, tra gli archi­tet­ti, gli inge­gne­ri, gli avvo­ca­ti). C’è pro­prio un siste­ma illi­be­ra­le che peg­gio­ra la qua­li­tà di tut­ti que­sti ser­vi­zi, li invec­chia, toglie spi­ri­to di con­cor­ren­za e quin­di di inno­va­zio­ne. Ed è un osta­co­lo anche alla com­pe­ti­zio­ne inter­na­zio­na­le. Per quan­to riguar­da in par­ti­co­la­re i gior­na­li­sti, non c’è dub­bio che per crear­si dell’offerta ci voglia spe­cia­liz­za­zio­ne. Che ad esem­pio per fare bene il gior­na­li­sta eco­no­mi­co biso­gna saper leg­ge­re i bilan­ci Ma non basta. Ser­ve anche che quel gior­na­li­sta pos­sa sen­tir­si libe­ro di denun­cia­re i vizi del capi­ta­li­smo ita­lia­no sen­za che que­sto gli appa­ia impos­si­bi­le, per­ché le pro­prie­tà dei gior­na­li sono di quel­le stes­se per­so­ne di cui lui deve denun­cia­re i vizi. Noi vivia­mo un con­ti­nuo con­flit­to d’interessi. Secon­do me la pas­sio­ne vie­ne pri­ma del­la spe­cia­liz­za­zio­ne. Quin­di non pre­ten­do affat­to di indi­ca­re il mio per­cor­so come esem­pla­re, l’ho defi­ni­to io stes­so come mol­to for­tu­na­to. Però cre­do che quel rischio sia qual­co­sa per cui val­ga la pena di vive­re. E’ l’impostazione cri­ti­ca che biso­gna con­ser­va­re, il gran­de stru­men­to che abbiamo.

Cre­de anco­ra nel­la poli­ti­ca?
Sì. Voi ave­te la sfor­tu­na di affac­ciar­vi in un tem­po di guer­ra. Que­sta è una cir­co­stan­za che richie­de sag­gez­za. Ci si deve doman­da­re: come si sta in un tem­po di guer­ra? come ci si com­por­ta in que­stio­ni fon­da­men­ta­li come il rego­la­re i flus­si migra­to­ri, la dife­sa, la pre­ven­zio­ne del­la minac­cia ter­ro­ri­sti­ca? come fac­cia­mo ad impe­di­re che que­sto tem­po di guer­ra si tra­du­ca anche in un tem­po di pover­tà e di pre­ca­rie­tà? Tut­to que­sto impo­ne nuo­va poli­ti­ca. E la neces­si­tà di ripen­sa­re com­ple­ta­men­te le nostre cate­go­rie di inter­pre­ta­zio­ne del­la real­tà. Quel­le che ado­pe­ra­va­mo noi sono fer­ri vec­chi. O si fa que­sto pas­so di fan­ta­sia, oppu­re l’illusione di resi­ste­re facen­do­ci gli affa­ri nostri e chiu­den­do­ci sem­pli­ce­men­te nel­la dife­sa del­la nostra quo­ti­dia­ni­tà, ver­rà spaz­za­ta via.

Secon­do lei la demo­cra­zia è espor­ta­bi­le, come vor­reb­be­ro gli USA? Non cor­re il rischio, que­sta paro­la, di ridur­si a una sca­to­la vuo­ta?
Cer­ta­men­te, come tut­te le paro­le, anche il ter­mi­ne “demo­cra­zia” cor­re que­sto rischio. Però noi euro­pei abbia­mo una sto­ria che fa sì che noi pos­sia­mo riem­pi­re di signi­fi­ca­to sia la paro­la pace, che la paro­la demo­cra­zia. In manie­ra diver­sa dagli ame­ri­ca­ni. Lo dico con gran­de rispet­to per l’America, che è un pae­se demo­cra­ti­co, ma che è un pae­se che con la guer­ra ha avu­to un rap­por­to mol­to diver­so da quel­lo che ha avu­to l’Europa. Non ha cono­sciu­to la guer­ra “in casa”, non ha cono­sciu­to le mace­rie. L’Europa sì. Que­sto indu­ce tal­vol­ta gli ame­ri­ca­ni a guar­dar­ci con disprez­zo, dicen­do che l’Europa è invec­chia­ta e non ha più il corag­gio di com­bat­te­re per difen­de­re i valo­ri fon­da­men­ta­li del­la demo­cra­zia. Inve­ce io cre­do che sia sag­gez­za e non vil­tà trar­re inse­gna­men­to dal­la memo­ria del­la cata­stro­fe che ci acca­du­ta. Sape­re che la guer­ra ci può sfug­gi­re di mano. Che non è vero che la si pos­sa lan­cia­re e poi gover­na­re pen­san­do di poter­ne poi con­trol­la­re gli esi­ti. E lo stes­so discor­so vale per la demo­cra­zia. Cre­do che ci sia una bel­la dif­fe­ren­za rispet­to al sano con­ta­gio demo­cra­ti­co che si è veri­fi­ca­to sul ter­ri­to­rio euro­peo e cul­mi­na­to con l’allargamento ad est dell’Unione, per cui pae­si che non era­no demo­cra­ti­ci oggi lo sono diven­ta­ti paci­fi­ca­men­te. Ma anche la Pale­sti­na: io cre­do che la vici­nan­za di uno sta­to demo­cra­ti­co come Israe­le, con le cui poli­ti­che si può for­te­men­te dis­sen­ti­re — ma che resta uno sta­to demo­cra­ti­co — abbia eser­ci­ta­to un influs­so posi­ti­vo sul­la Pale­sti­na. E le ele­zio­ni che si sono appe­na svol­te lo dimo­stra­no. Dubi­to inve­ce for­te­men­te che la demo­cra­zia si pos­sa espor­ta­re con le armi.

A pro­po­si­to di Israe­le. Nota, da par­te di cer­ta sini­stra estre­ma, un cer­to anti­e­brai­smo?
Sicu­ra­men­te c’è una cri­si di rap­por­ti tra il mon­do ebrai­co e la sini­stra che è par­ti­co­lar­men­te dolo­ro­sa. Den­tro alle tra­ge­die del 900 la sini­stra si è bat­tu­ta con­tro l’antisemitismo e ha affer­ma­to sem­pre una con­ce­zio­ne lai­ca del­lo sta­to, in cui gli ebrei potes­se­ro sen­tir­si a casa loro con i cit­ta­di­ni non ebrei. Oggi inve­ce c’è qual­co­sa di più che non la cri­ti­ca dif­fu­sa alle poli­ti­che dei gover­ni israe­lia­ni. Si fa fati­ca a com­pren­de­re il per­ché deb­ba esi­ste­re uno Sta­to ebrai­co. Si fa fati­ca a defi­ni­re che cosa sia l’ebraismo. Come fat­to cul­tu­ra­le c’è il miste­ro del­le iden­ti­tà: sen­tir­si cit­ta­di­ni di un luo­go ma con­tem­po­ra­nea­men­te con un for­te lega­me con un altro luo­go. Pen­sa­te alla mia espe­rien­za per­so­na­le: io sono nato a Bei­rut da geni­to­ri che era­no nati in Pale­sti­na pri­ma che si chia­mas­se Israe­le e ho gran par­te del­la fami­glia che vive in Israe­le. In un cer­to sen­so potrei dire che sono cit­ta­di­no del­la spon­da nord e del­la spon­da sud del Medi­ter­ra­neo allo stes­so tem­po. Que­sto io lo vivo come una ric­chez­za, ma per altri può esse­re un’ambiguità. Ma sic­co­me que­ste ambi­gui­tà è den­tro a cia­scu­no di noi, sareb­be bene impa­ra­re tut­ti a viver­le come una ric­chez­za e non pre­ten­de­re dagli altri una sor­ta di disci­pli­na, per cui se tu sei di sini­stra non devi voler bene a Israe­le, e se tu sei di sini­stra e ebreo sei sospet­to, per­ché c’è il sospet­to che in cuor tuo tu voglia bene più a Israe­le che alla sinistra.

a cura di Chia­ra Asta e Benia­mi­no Musto 

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1 Commento su INTERVISTA A GAD LERNER

  1. INTERVISTA CON GAD LERNER

    di LAURA TUSSI

    Come col­lo­ca la Sua sto­ria di for­ma­zio­ne rispet­to al per­so­na­le impe­gno poli­ti­co e culturale?

    La mia sto­ria per­so­na­le ha una par­ti­co­la­ri­tà bio­gra­fi­ca e geo­gra­fi­ca nel sen­so che sono con­tem­po­ra­nea­men­te cit­ta­di­no del­le due spon­de del medi­ter­ra­neo, per­ché sono nato a Bei­rut, quin­di sul­la spon­da sud di que­sto mare, con i miei geni­to­ri e non­ni di par­te mater­na nati in Pale­sti­na, pri­ma del­la nasci­ta del­lo Sta­to di Israe­le e ho nel­lo Sta­to di Israe­le buo­na par­te del­la mia fami­glia e quin­di ho espe­rien­ze e sen­si­bi­li­tà lega­te alla vicen­da dei con­flit­ti del mar medi­ter­ra­neo e con­tem­po­ra­nea­men­te una feli­ce inte­gra­zio­ne in Ita­lia, con tut­ti i miei stu­di e tut­te le mie atti­vi­tà pub­bli­che che si sono svol­te nel cor­so del­la mia vita. Cer­co sem­pre di tener pre­sen­te le due spon­de del medi­ter­ra­neo e la neces­si­tà di far­le con­vi­ve­re come ele­men­to essen­zia­le anche del­la mia atti­vi­tà. L’approdo al mestie­re del gior­na­li­sta è sta­to di tipo par­ti­co­la­re per­ché è avve­nu­to innan­zi­tut­to per una scel­ta di mili­tan­za. Quin­di sono attual­men­te assai gra­to al quo­ti­dia­no di Lot­ta Con­ti­nua per­ché mi ha con­sen­ti­to un’idea del­la pro­fes­sio­ne gior­na­li­sti­ca non inte­sa sem­pli­ce­men­te come una car­rie­ra, ma come uno stru­men­to di tra­sfor­ma­zio­ne del­la real­tà con fina­li­tà eti­ca. Inol­tre per le par­ti­co­la­ri cir­co­stan­ze per cui ho lavo­ra­to nel quo­ti­dia­no di Lot­ta Con­ti­nua dopo che si era sciol­ta l’organizzazione, ossia il movi­men­to, non aven­do quin­di dovu­to subi­re disci­pli­ne di par­ti­to, in quan­to non era­va­mo l’organo di una for­za poli­ti­ca, que­sto ci ha con­sen­ti­to note­vo­le liber­tà di ricer­ca, per­met­ten­do­ci di svi­lup­pa­re un atteg­gia­men­to anti­dog­ma­ti­co e crea­ti­vo anche nell’innovazione dei lin­guag­gi e del­le for­me gior­na­li­sti­che. In segui­to, mi è capi­ta­ta la for­tu­na di attra­ver­sa­re diver­si media dai quo­ti­dia­ni, ai set­ti­ma­na­li, dal­la radio, alla tele­vi­sio­ne, dal­le tra­smis­sio­ni di appro­fon­di­men­to gior­na­li­sti­co, al tele­gior­na­le, e que­sto è sta­to evi­den­te­men­te un arric­chi­men­to del­le mie espe­rien­ze, in cui però ho sem­pre cer­ca­to di man­te­ne­re quel­le impo­sta­zio­ni e quel­le sen­si­bi­li­tà pro­ve­nien­ti dal­la mia storia. 

    Come può il cen­tro sini­stra far fron­te alle nuo­ve ed incom­ben­ti sfi­de det­ta­te da una socie­tà e da un mon­do sem­pre più glo­ba­liz­zan­ti, segna­ti da diver­si­tà mul­ti­cul­tu­ra­li e dal­la coe­si­sten­za di varie­ga­te cul­tu­re e dif­fe­ren­ti modi di esse­re e di pensare?

    Il nodo più dif­fi­ci­le da scio­glie­re per­ché rischia di esse­re impo­po­la­re in un Pae­se bene­stan­te qua­le con­ti­nua ad esse­re l’Italia, nono­stan­te il suo decli­no e le evi­den­ti debo­lez­ze di com­pe­ti­ti­vi­tà, è il fat­to di esse­re una nazio­ne che ha anco­ra una base di ric­chez­za dif­fu­sa impor­tan­te che maga­ri si con­su­ma len­ta­men­te, ma con­sen­te livel­li e sti­li di vita che natu­ral­men­te la gen­te con ragio­ne vuo­le difen­de­re e nono­stan­te que­sta situa­zio­ne noi sap­pia­mo che il pro­ble­ma del­la sta­bi­li­tà, del­la pace e del­la giu­sti­zia socia­le nel mon­do, pas­sa attra­ver­so un rie­qui­li­brio del­le risor­se. E’ mol­to dif­fi­ci­le pro­por­lo come asse cen­tra­le del­la pro­pria azio­ne, per­ché sem­bre­reb­be impor­re del­le rinun­ce a van­tag­gio dei più debo­li e dei più pove­ri. Non si può fare poli­ti­ca chie­den­do sem­pli­ce­men­te alla gen­te di rinun­cia­re a ciò che ha; e dun­que si trat­ta inve­ce di tra­sfor­ma­re la situa­zio­ne e affer­ma­re una cen­tra­li­tà di que­sti valo­ri di giu­sti­zia, di coe­si­sten­za e di soli­da­rie­tà, come anche gli uni­ci van­tag­gio­si dav­ve­ro, in quan­to sono gli uni­ci che pos­so­no garan­ti­re a noi stes­si e soprat­tut­to ai nostri figli un futu­ro di pace, per­ché oggi la nuo­va dimen­sio­ne in cui sia­mo costret­ti pur­trop­po ad agi­re è quel­la di un tem­po di guer­ra pro­lun­ga­to. La per­ce­zio­ne dif­fu­sa innan­zi­tut­to tra gli Ame­ri­ca­ni, ma sem­pre più tra gli Euro­pei, è che l’illusione che abbia­mo vis­su­to nel mon­do ric­co di un lun­ghis­si­mo perio­do di pace e di cre­sci­ta è un sogno che si è infran­to. Quin­di noi dob­bia­mo con­tem­po­ra­nea­men­te fare teso­ro del­la memo­ria del­le tra­ge­die vis­su­te e in par­ti­co­la­re in Euro­pa e il fat­to di esser­ne gli ere­di e i testi­mo­ni. Quin­di occor­re la cen­tra­li­tà di que­sta memo­ria e dei valo­ri, imma­gi­nan­do una tra­sfor­ma­zio­ne del­la vita quo­ti­dia­na che dia spe­ran­za e che ali­men­ti l’ottimismo, il sen­so di comu­ni­tà, dan­do una rispo­sta ad un biso­gno di com­pa­gnia con­tro la soli­tu­di­ne che con­trad­di­stin­gue sem­pre più la dimen­sio­ne metro­po­li­ta­na. Ci sia­mo a lun­go illu­si di poter igno­ra­re le guer­re peri­fe­ri­che, cosid­det­te lon­ta­ne, ma ormai è evi­den­te a tut­ti che l’instabilità, la mise­ria e la guer­ra del­le zone appa­ren­te­men­te “lon­ta­ne” ha con­se­guen­ze diret­te anche sul­la nostra vita e minac­cia i nostri siste­mi. Quin­di non esi­ste una guer­ra che si pos­sa tene­re “lon­ta­na” o un con­flit­to che si pos­sa igno­ra­re come se non ci riguardasse. 

    Le ulti­me guer­re in medio orien­te fan­no intra­ve­de­re diver­se tipo­lo­gie di dit­ta­tu­ra capi­ta­li­sta. Qua­li ne sono le carat­te­ri­sti­che e le nega­ti­vi­tà più salienti?

    L’America non è una dit­ta­tu­ra, ma una gran­de demo­cra­zia e che tale resti e che sen­za la for­za dell’America e sen­za un rap­por­to posi­ti­vo che non si con­si­de­ri indi­pen­den­te dai pro­ble­mi di un gover­no mon­dia­le, andia­mo tut­ti incon­tro al disa­stro. Imma­gi­na­re il futu­ro sem­pli­ce­men­te come una rot­tu­ra con gli Sta­ti Uni­ti signi­fi­ca imma­gi­na­re guer­ra e pover­tà per tut­ti noi. Al con­tra­rio non abbia­mo altra scel­ta che pun­ta­re sul­la cre­sci­ta del­le socie­tà civi­li anche in quei pae­si che non han­no avu­to fino ad oggi un’esperienza demo­cra­ti­ca, ma che han­no den­tro alle loro socie­tà del­le for­me di vita­li­tà che fac­cia­mo fati­ca a rico­no­sce­re. Quin­di a par­ti­re da Pae­si con i qua­li abbia­mo avu­to un incon­tro, una con­ta­mi­na­zio­ne nata dall’esperienza ambi­gua del colo­nia­li­smo, si può pun­ta­re sul­la ricer­ca di inter­lo­cu­to­ri nel­le don­ne, nei ceti intel­let­tua­li e pun­ta­re su que­sti pro­ta­go­ni­sti come nostri allea­ti, sia in una pro­spet­ti­va di cre­sci­ta eco­no­mi­ca sen­za cui non è pen­sa­bi­le nem­me­no che si affer­mi­no dei model­li demo­cra­ti­ci, sia appun­to una poli­ti­ca intran­si­gen­te nel­la dife­sa dei dirit­ti civi­li e nel­la lot­ta con­tro gli integralismi. 

    La Shoah ha pre­ci­pi­ta­to l’umanità ver­so un abiet­to decli­no. Cosa occor­re attual­men­te per esor­ciz­za­re ogni spet­tro di geno­ci­dio, stil­li­ci­dio, di con­flit­to arma­to e di nega­zio­ne di ogni tipo­lo­gia di diver­si­tà all’interno del tes­su­to socia­le? Esi­sto­no stra­te­gie poli­ti­che cer­te e deter­mi­na­te da par­te dei par­ti­ti pro­gres­si­sti per far fron­te a que­ste ter­ri­bi­li evenienze?

    Nel­la nostra capa­ci­tà di resta­re sen­si­bi­li al rischio del peri­co­lo del ripe­ter­si di geno­ci­di e di guer­re etni­che con­ta in manie­ra deci­si­va la tra­smis­sio­ne di memo­ria e anche il sen­so di col­pa che si è evi­den­zia­to in Euro­pa all’indomani del­lo ster­mi­nio degli Ebrei che non è sta­to l’unico geno­ci­dio del 1900. Occor­re ricor­da­re come già quel sen­so di col­pa nell’immediato dopo­guer­ra abbia sol­le­ci­ta­to i super­sti­ti e le nuo­ve clas­si diri­gen­ti a cor­re­re ai ripa­ri, attra­ver­so lo stru­men­to del dirit­to inter­na­zio­na­le fon­da­men­tal­men­te, quin­di costruen­do all’interno del vec­chio con­ti­nen­te nuo­ve isti­tu­zio­ni di coe­si­sten­za e di inte­gra­zio­ne sia eco­no­mi­ca che poli­ti­ca, fino a que­sto model­lo del tut­to ine­di­to e pre­zio­so dell’Unione Euro­pea che oggi si è allar­ga­ta anche a Est dopo la fine del­la guer­ra fred­da, rea­liz­zan­do il pri­mo espe­ri­men­to riu­sci­to di espor­ta­zio­ne paci­fi­ca del­la demo­cra­zia e sia anche sul livel­lo del gover­no glo­ba­le. Non è un caso che dal­la cul­tu­ra euro­pea dopo la secon­da guer­ra mon­dia­le sia nata la pro­po­sta che poi ha tro­va­to le sue tesi fon­da­men­ta­li nell’appropriazione del­la car­ta dei Dirit­ti Uni­ver­sa­li dell’Uomo e che lì si sia asse­gna­to un ruo­lo di gover­nan­ce mon­dia­le per quan­to imper­fet­to e pre­ca­rio alle Nazio­ni Uni­te e al loro Con­si­glio di Sicu­rez­za. Sono con­vin­to che sen­za una dimen­sio­ne di dirit­to inter­na­zio­na­le di que­sta natu­ra il mon­do pre­ci­pi­ta di nuo­vo nel­lo squi­li­brio, nel disor­di­ne mon­dia­le e che que­sta insta­bi­li­tà deve esse­re risol­ta. Quan­do si par­la di equi­li­brio mul­ti­po­la­re e dicia­mo all’attuale gover­no degli Sta­ti Uni­ti che non può pen­sa­re di affron­ta­re uni­la­te­ral­men­te un pro­get­to di gover­no e supre­ma­zia del mon­do, inten­dia­mo pro­prio que­sto, che per quan­to sgan­ghe­ra­ta sia l’Istituzione del­le Nazio­ni Uni­te, per quan­to sia per­cos­sa da scan­da­li, per quan­to pesi­no al suo inter­no le dit­ta­tu­re, i regi­mi tota­li­ta­ri, non si può fare nes­sun pas­so sen­za le Nazio­ni Unite.

    Quan­to la Shoah è figlia del Cristianesimo?

    Que­sto tema è sta­to affron­ta­to corag­gio­sa­men­te, con reti­cen­za, ma anche con aper­tu­re corag­gio­se dal­le stes­se con­fe­ren­ze epi­sco­pa­li dei diver­si pae­si euro­pei che han­no dovu­to rin­trac­cia­re un filo di con­ti­nui­tà fra seco­li e seco­li di discri­mi­na­zio­ni e disprez­zo nei con­fron­ti degli Ebrei e di affer­ma­zio­ne di dot­tri­ne anti­giu­dai­che che nasce­va­no dal­la fati­ca a rico­no­sce­re il per­ché del­la per­si­sten­za di una pre­sen­za ebrai­ca dopo l’avvento di Gesù. Tut­to que­sto ha crea­to il ter­re­no dell’ostilità e del pre­giu­di­zio su cui poi ha potu­to inne­star­si così effi­ca­ce­men­te un’ideologia che indub­bia­men­te è anti­cri­stia­na e paga­na come quel­la del nazio­nal­so­cia­li­smo. L’idea del­la solu­zio­ne fina­le e la pra­ti­ca del­lo ster­mi­nio sono indub­bia­men­te anti­cri­stia­ne e paga­ne, ma si sono ali­men­ta­te anche di que­ste cul­tu­re seco­la­ri.
    Lau­ra Tussi

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