MILANO: PROPRIETA’ PRIVATA

Ester­na­liz­za­re. Pri­va­tiz­za­re. Ven­de­re. Sono tre paro­le che negli ulti­mi anni si sen­to­no pro­nun­cia­re spes­so a Mila­no. Tre paro­le che però han­no risul­ta­ti affi­ni: il pub­bli­co che arre­tra e il pri­va­to che avan­za. Sono soprat­tut­to le esi­gen­ze di far cas­sa in tem­pi di vac­che magris­si­me, a sol­le­ci­ta­re la sven­di­ta del pro­prio patri­mo­nio e al taglio dei ser­vi­zi. Come non ren­der­ce­ne con­to in un perio­do come que­sto, dove tut­ti fan­no pro­mes­se che neces­si­ta­no di mol­to dena­ro, ma nes­su­no se la sen­te di aumen­ta­re le tas­se? I sol­di da qual­che par­te devo­no pure usci­re. Quin­di si fan­no tagli alla spe­sa, qua­si come un pro­cla­ma ideo­lo­gi­co. “Ridu­zio­ne degli spre­chi”, li chia­ma qual­cu­no, “tagli ai ser­vi­zi e nuo­ve for­me di sfrut­ta­men­to del lavo­ro” altri. E se i tagli non basta­no, ecco met­te­re sul mer­ca­to i pro­pri immo­bi­li. Quan­do poi i palaz­zi da ven­de­re saran­no fini­ti e ci tro­ve­re­mo nuo­va­men­te sen­za dana­ro, chis­sà cosa si pre­ve­de di ven­de­re (con­si­de­ran­do anche che Mila­no non ha mol­te spiag­ge da met­te­re sul mer­ca­to e che l’idroscalo non sem­bra mol­to appe­ti­bi­le). Ma tor­nia­mo alle tre paro­le da cui sia­mo par­ti­ti. Pun­to pri­mo: ester­na­liz­za­re. Signi­fi­ca che si affi­da par­te di un ser­vi­zio pub­bli­co a dei pri­va­ti, al fine di ridur­re i costi e miglio­re l’efficienza del ser­vi­zio stes­so. E’ quel­lo che è acca­du­to ad esem­pio per mol­ti aspet­ti del lavo­ro biblio­te­ca­rio, come andre­mo veden­do in segui­to. Pun­to secon­do: pri­va­tiz­za­re. Cioè tra­sfor­ma­re un inte­ro set­to­re pub­bli­co in un’azienda pri­va­ta. Que­sto non signi­fi­ca neces­sa­ria­men­te che si ven­da l’azienda a ter­zi. In mol­tis­si­mi casi il nuo­vo sog­get­to che nasce dal­le cene­ri di quel­lo pub­bli­co è anco­ra sal­da­men­te nel­le mani comu­na­li. E’ il caso, come vedre­mo, del­la Mila­no Risto­ra­zio­ne, che gesti­sce le men­se del­le scuo­le cit­ta­di­ne. Altra ten­den­za, di cui però non ci occu­pe­re­mo in que­ste righe, è quel­la che riguar­da l’ambito cul­tu­ra­le, dove si pri­va­tiz­za ricor­ren­do alla tra­sfor­ma­zio­ne in fon­da­zio­ni. Come è acca­du­to con il Tea­tro Alla Sca­la, con un pez­zo del­le scuo­le civi­che, e come si sareb­be volu­to fare con i musei cittadini.

E venia­mo al pun­to ter­zo: ven­de­re. La paro­la par­la da sé. Al cen­tro di que­sta sven­di­ta c’è sta­to fino a non mol­to tem­po fa l’intero patri­mo­nio immo­bi­lia­re comu­na­le, pron­to ad esse­re mes­so sul mer­ca­to che sareb­be dovu­ta avve­ni­re attra­ver­so una car­to­la­riz­za­zio­ne. Un’ipotesi che ora si è are­na­ta. Nell’intervista fat­ta a un impie­ga­to comu­na­le del dema­nio capi­re­te meglio i ter­mi­ni di que­sta vicenda

Ma che cosa cam­bia in un ser­vi­zio che non è più sola­men­te pub­bli­co? E per­ché il Comu­ne sce­glie di pri­va­tiz­za­re se poi è sem­pre lui a con­trol­la­re l’azienda? Che con­cor­ren­za è far pas­sa­re un ser­vi­zio da un mono­po­lio a un altro? In que­sto nostro dos­sier non pre­ten­dia­mo di tro­va­re rispo­ste defi­ni­ti­ve, ma voglia­mo sem­pli­ce­men­te cer­ca­re di rac­con­ta­re lo sta­to di alcu­ni ser­vi­zi pub­bli­ci. Lo abbia­mo fat­to rac­con­tan­do tre real­tà para­dig­ma­ti­che — le biblio­te­che, la refe­zio­ne sco­la­sti­ca (e gli asi­li nido), e il dema­nio pub­bli­co – attra­ver­so il rac­con­to di alcu­ne per­so­ne iscrit­te alla Cgil, che lavo­ra­no come impie­ga­ti in que­sti settori.

BIBLIOTECHE

 

 

Gian­ni Piz­zi lavo­ra pres­so la biblio­te­ca di Palaz­zo Sormani.

 

Qua­li sono i ser­vi­zi che negli anni sono pas­sa­ti dal­la gestio­ne pub­bli­ca a quel­la privata?

Sono attual­men­te in mano a pri­va­ti diver­si par­ti del lavo­ro biblio­te­ca­rio. Uno dei ser­vi­zi più impor­tan­ti ad esse­re sta­to ester­na­liz­za­to è sta­to il recu­pe­ro on-line dei cata­lo­ghi car­ta­cei (dal ’90 si è deci­so di sdop­pia­re il siste­ma di cata­lo­ga­zio­ne in car­ta­ceo e tele­ma­ti­co, ISBN). Altri ser­vi­zi svol­ti da ester­ni sono, nel caso del­la Sor­ma­ni, quel­lo del­la cata­lo­ga­zio­ne dei fon­di spe­cia­li, del­la rile­ga­tu­ra dei perio­di­ci e del­la loro micro­fil­ma­tu­ra, il restau­ro dei libri, e per quan­to riguar­da le biblio­te­che rio­na­li, il ser­vi­zio di custo­dia del­le sale let­tu­ra aper­te nel­le ore serali. 

Ci sono aspet­ti del lavo­ro biblio­te­ca­rio che fun­zio­na­no meglio affi­da­ti a privati?

Dal mio pun­to di vista il ser­vi­zio nel­la sua glo­ba­li­tà deve rima­ne­re sem­pre in mano pub­bli­ca. Cer­to, esi­sto­no poi ambi­ti così spe­ci­fi­ci che ren­do­no pra­ti­ca­men­te neces­sa­rio l’appaltare ad altri il lavo­ro. Si pren­da ad esem­pio il caso del restau­ro dei libri, dove sono fon­da­men­ta­li pre­ci­se com­pe­ten­ze tec­ni­che. Però, in gene­ra­le, con­ti­nua­re a cede­re con­ti­nua­men­te ad altri pez­zi di man­sio­ni spe­ci­fi­che non può far altro che regre­di­re il sistema.

In che modo?

Mi rife­ri­sco per esem­pio agli inqua­dra­men­ti con­trat­tua­li. C’è una for­te dispa­ri­tà tra i dipen­den­ti pub­bli­ci e i lavo­ra­to­ri del­le coo­pe­ra­ti­ve, che non godo­no del­le stes­se tute­le dei pri­mi. E che inol­tre non pos­so­no acce­de­re ai per­cor­si for­ma­ti­vi. Così si osta­co­la il miglio­ra­men­to del­le com­pe­ten­ze di ogni lavo­ra­to­re. C’è da aggiun­ge­re che ogni anno le finan­zia­rie bloc­ca­no le assun­zio­ni, il che impe­di­sce il natu­ra­le ricam­bio del per­so­na­le, che tal­vol­ta si tro­va sovrac­ca­ri­co di lavo­ro. Pren­dia­mo ad esem­pio il caso del­la biblio­te­ca rio­na­le di Vil­la Lit­ta ad Affo­ri, che ver­rà ria­per­ta, amplia­ta di qua­si il dop­pio, tra qual­che mese. Fino agli anni ’80 lì ci lavo­ra­va­no 13 per­so­ne; oggi, nel dop­pio degli spa­zi, ce ne lavo­ra­no 8.

Ceden­do pian pia­no com­pe­ten­ze all’esterno si arri­ve­rà a pri­va­tiz­za­re l’intero ser­vi­zio bibliotecario?

La ten­den­za di que­sti anni, in vari set­to­ri di com­pe­ten­za comu­na­le, è in sostan­za la seguen­te: il Comu­ne, tra­scu­ran­do­lo, lascia che un cer­to ser­vi­zio peg­gio­ri. In que­sto modo si mostra come esso non pos­sa più esse­re soste­nu­to inte­ra­men­te dal pub­bli­co, ini­zian­do così a cede­re com­pe­ten­ze ai pri­va­ti, se non a pri­va­tiz­zar­lo del tut­to. Le biblio­te­che per for­tu­na non cor­ro­no anco­ra que­sto rischio, o alme­no non entro breve.

CARTOLARIZZAZIONI

 

 

Anto­nio Piaz­zi lavo­ra pres­so il set­to­re Dema­nio e Patri­mo­nio del Comu­ne di Mila­no, negli uffi­ci di via Larga.

Signor Piaz­zi, cos’è una cartolarizzazione?

 

Si trat­ta del­la ven­di­ta del patri­mo­nio immo­bi­lia­re comu­na­le, che avvie­ne pro­ce­den­do per fasi. Per pri­ma cosa il Comu­ne crea un’apposita socie­tà, costi­tui­ta dall’intero valo­re patri­mo­nia­le sti­ma­to. Tale patri­mo­nio non vie­ne però indi­ca­to som­man­do il valo­re in dana­ro di ogni sin­go­lo immo­bi­le, ma è con­si­de­ra­to nel suo com­ples­so e valu­ta­to sud­di­vi­den­do­lo in “car­tel­le”, vale a dire in azio­ni che costi­tui­sco­no que­sta socie­tà. Per effet­tua­re la valu­ta­zio­ne dell’intero patri­mo­nio il Comu­ne ha inca­ri­ca­to una com­mis­sio­ne mista com­po­sta da ban­che e socie­tà immobiliari.

Qua­li edi­fi­ci sareb­be­ro sta­ti mes­si in vendita?

Tut­to ciò che è di pro­prie­tà comu­na­le, dai palaz­zi di edi­li­zia resi­den­zia­le, agli stes­si edi­fi­ci adi­bi­ti ad uffi­ci, come quel­lo di via Larga.

In che modo sareb­be avve­nu­ta la ven­di­ta e chi avreb­be potu­to acqui­sta­re gli immobili?

Chi com­pra, nel­la real­tà, non sta acqui­stan­do que­sto o quell’immobile, ma azio­ni (o car­tel­le) di que­sta socie­tà appo­si­ta­men­te crea­ta. La ven­di­ta di que­ste azio­ni sareb­be avve­nu­ta in gros­si bloc­chi di car­tel­le. Con­si­de­ran­do le cifre che ci sono in bal­lo, que­sto per­met­te solo a sog­get­ti che dispon­go­no di ingen­ti quan­ti­tà di liqui­di – cioè le ban­che – di esse­re dei poten­zia­li acqui­ren­ti. Le car­tel­le poi sareb­be­ro sta­te poi even­tual­men­te riven­du­te alle socie­tà immo­bi­lia­ri, che di fat­to avreb­be­ro riven­du­to gli immo­bi­li a chi aves­se volu­to acqui­sta­re il sin­go­lo appar­ta­men­to o ufficio.

Come mai il pro­get­to si è arenato?

Il moti­vo prin­ci­pa­le è che sono venu­te alla luce del­le gros­se con­trad­di­zio­ni in meri­to all’intera ope­ra­zio­ne. Noi dipen­den­ti comu­na­li ci sia­mo bat­tu­ti mol­to pro­prio per far­le emer­ge­re, sia scen­den­do in piaz­za a mani­fe­sta­re, sia sen­si­bi­liz­zan­do i con­si­glie­ri comu­na­li di mag­gio­ran­za e di oppo­si­zio­ne, che mol­to spes­so era­no all’oscuro dei ter­mi­ni con cui veni­va con­dot­ta la fac­cen­da. Il Comu­ne, a mio avvi­so, è sta­to volu­ta­men­te poco chia­ro nel gesti­re l’operazione. Mol­ti pas­sag­gi tec­ni­ci, con le con­se­guen­ze che avreb­be­ro pro­vo­ca­to, era­no evi­den­ti solo a noi impie­ga­ti comu­na­li che sia­mo in un quo­ti­dia­no con­tat­to con la gestio­ne del dema­nio pubblico.

Qua­li sono le con­trad­di­zio­ni che ave­te evi­den­zia­to? E come avreb­be dovu­to pro­ce­de­re l’operazione?

Il pro­get­to pre­ve­de­va due fasi: una pri­ma, in cui si sareb­be dovu­to ven­de­re tut­to il patri­mo­nio imme­dia­ta­men­te acqui­sta­bi­le in gros­si bloc­chi di car­tel­le; e una secon­da, in cui si sareb­be dovu­ta crea­re un’altra azien­da spe­cia­le dove sareb­be con­flui­to il patri­mo­nio non imme­dia­ta­men­te ven­di­bi­le. Le con­trad­di­zio­ni insi­te in quest’operazione sono mol­te. Ad esem­pio: sen­za un patri­mo­nio pub­bli­co da ammi­ni­stra­re, che cosa sareb­be­ro anda­ti a fare le deci­ne di impie­ga­ti comu­na­li che si occu­pa­no del­la gestio­ne del­lo stes­so? E con che cri­te­rio sareb­be­ro sta­te riven­du­te le case dai gros­si acqui­ren­ti? Sen­za con­si­de­ra­re poi il fat­to che cen­ti­na­ia di per­so­ne sareb­be­ro sta­te costret­te a dover acqui­sta­re per for­za la pro­pria abi­ta­zio­ne, nel­la qua­le si tro­va­no in affit­to ad un prez­zo cal­mie­ra­to, oppu­re avreb­be­ro dovu­to tro­var­si un’altra casa. Un dram­ma per mol­ti pen­sio­na­ti. Ma una bel­la gra­na da pela­re anche per i mol­ti inqui­li­ni eccel­len­ti anti­chi ami­ci di chi ammi­ni­stra­va la cit­tà duran­te la pri­ma Repub­bli­ca (e non solo) che occu­pa­no case comu­na­li di pre­gio. I poli­ti­ci han­no ini­zia­to a por­re dei veti incro­cia­ti al pun­to tale che per­si­no l’allora asses­so­re al Dema­nio, Gian­car­lo Paglia­ri­ni, tra i pri­mi fau­to­ri del­le car­to­la­riz­za­zio­ni, ha ini­zia­to a nutri­re dub­bi. Dub­bi che sono aumen­ta­ti quan­do poi si è quan­ti­fi­ca­to che per il dana­ro incas­sa­to sareb­be sta­to mino­re rispet­to a quel­lo previsto.

SCUOLE E MENSE

 

 

Tatia­na Caz­za­ni­ga è un’educatrice per l’infanzia nel­le scuo­le del Comune.

Ini­zia­mo col par­la­re del­la men­sa sco­la­sti­ca. Quan­do e come è sta­to pri­va­tiz­za­to il servizio?

 

L’esternalizzazione per quan­to riguar­da la men­se sco­la­sti­che è par­ti­ta nel 2000, ma di fat­to il ser­vi­zio è in mano anco­ra al Comu­ne. Quest’ultimo, infat­ti, ha costi­tui­to una socie­tà appo­si­ta, la “Mila­no Risto­ra­zio­ne S.p.a.”, di cui è pro­prie­ta­rio al 99 %. Il restan­te 1% è inve­ce in mano a un’altra azien­da, la So.ge.mi. di cui però, sem­pre il Comu­ne, pos­sie­de il 50%. In altri ter­mi­ni il Comu­ne è pro­prie­ta­rio del 99,97% di chi gesti­sce il servizio.

Se le cose stan­no così, che cosa è cam­bia­to allora?

E’ cam­bia­to innan­zi­tut­to che nono­stan­te il fat­to che il Comu­ne sia di fat­to il pro­prie­ta­rio, la socie­tà ha un pro­prio con­si­glio d’amministrazione e un pro­prio nuo­vo qua­dro diri­gen­te, i qua­li ovvia­men­te han­no i loro costi. Insom­ma, ha dovu­to assu­me­re nuo­vi diri­gen­ti per riu­sci­re a gesti­re (in peg­gio) un ser­vi­zio che è sem­pre sta­to gesti­to dal per­so­na­le inter­no, sen­za la neces­si­tà di dover man­te­ne­re per for­za un altro c.d.a. Oltre al fat­to che sono cam­bia­te (in peg­gio) alcu­ne tute­le del­le lavo­ra­tri­ci e le tipo­lo­gie di con­trat­ti appli­ca­ti.

Il ser­vi­zio offer­to ha avu­to cambiamenti?

Sì, ma è cam­bia­to in peg­gio. In pri­mo luo­go la qua­li­tà dei pasti è peg­gio­ra­ta. Paral­le­la­men­te il costo per il sin­go­lo pasto è aumen­ta­to, come ha dimo­stra­to in Con­si­glio Comu­na­le, dati alla mano, il capo­grup­po DS Ema­nue­le Fia­no. E poi c’è il net­to peg­gio­ra­men­to del­le con­di­zio­ni in cui le addet­te alle men­se devo­no svol­ge­re il pro­prio lavo­ro. Eco­no­mi­ca­men­te, ad esem­pio, han­no mino­ri pos­si­bi­li­tà di avan­za­men­to di car­rie­ra e pre­mi di pro­du­zio­ne più bas­si rispet­to agli altri dipen­den­ti comu­na­li. Poi ci sono altre pro­ble­ma­ti­che lega­te agli ora­ri di lavo­ro e ai per­mes­si, che non ven­go­no rila­scia­ti con faci­li­tà. Per quan­to riguar­da le nuo­ve assun­te, inve­ce, vie­ne loro offer­to un part-time cicli­co ver­ti­ca­le (3–4 ore al gior­no) che è sì a tem­po inde­ter­mi­na­to, ma che garan­ti­sce uno sti­pen­dio da fame (4/500 euro mensili).

Per quan­to riguar­da gli asi­li nido, cosa si è ester­na­liz­za­to di que­sto servizio?

Si è affian­ca­to al per­so­na­le pub­bli­co quel­lo pro­ve­nien­te da coo­pe­ra­ti­ve socia­li. Que­sto si tra­du­ce nel­la ces­sio­ne ai pri­va­ti del­la gestio­ne di alcu­ne strut­tu­re pub­bli­che. Oppu­re il Comu­ne costrui­sce nuo­ve strut­tu­re appo­si­ta­men­te per dar­le in gestio­ne ai privati.

Che tipo di dif­fe­ren­ze si riscon­tra­no tra i lavoratori?

Al per­so­na­le assun­to dal­le coo­pe­ra­ti­ve non vie­ne appli­ca­to il con­trat­to degli enti loca­li, che all’articolo 30 e 31 par­la pro­prio del lavo­ro del­le edu­ca­tri­ci, tra cui un ora­rio di lavo­ro di 6 ore. Alle edu­ca­tri­ci del­le coo­pe­ra­ti­ve devo­no lavo­ra­re 7 ore, e que­sto non è un par­ti­co­la­re indif­fe­ren­te sapen­do quan­to è fati­co­so lavo­ra­re con dei bam­bi­ni pic­co­li. Lavo­ra­no di più e gua­da­gna­no meno rispet­to alle edu­ca­tri­ci assun­te diret­ta­men­te dal Comu­ne. Inol­tre i nuo­vi con­trat­ti non pre­ve­do­no la for­ma­zio­ne obbli­ga­to­ria, che pre­ve­de­reb­be col­lo­qui con i geni­to­ri e incon­tri di con­fron­to con gli altri edu­ca­to­ri. E in mol­ti casi è la pri­ma cosa a dover esse­re taglia­ta per man­can­za di fon­di. D’altronde il Comu­ne indi­ce del­le gare d’appalto al mas­si­mo ribas­so, aggiu­di­can­do­le a chi garan­ti­sce il costo mino­re per il ser­vi­zio. E se il costo è mino­re, vuol dire che da qual­che par­te si dovrà pur tagliare.

A cura di Benia­mi­no Musto

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