INTERVISTA A FABIO TREVES

Vul­ca­no ha incon­tra­to, pres­so gli stu­di mila­ne­si di Rock­FM, Fabio Tre­ves, sto­ri­co armo­ni­ci­sta e blue­sman. Il “Puma di Lam­bra­te” ha inol­tre col­la­bo­ra­to e suo­na­to con mol­te rock­star, come Frank Zap­pa, Eric Clap­ton, Mike Bloom­field e Ste­vie Ray Vau­ghan. Tra dischi curio­si, cime­li e memo­ra­bi­lia, capia­mo subi­to che l’occasione per fare quat­tro chiac­chie­re e car­pi­re qual­che segre­to è dav­ve­ro trop­po ghiotta.

Fabio, potrà sem­brar­ti una doman­da inge­nua, ma per­ché hai scel­to di fare blues? È pur vero che il con­te­sto musi­ca­le dove sei cre­sciu­to ne vede­va la mas­sic­cia pre­sen­za, ma da cosa ti sca­tu­ri­sce una pas­sio­ne così for­te e sin­ce­ra?
A dir­ti la veri­tà non so se sia sta­ta una scel­ta. Pen­so che per suo­na­re il blues, biso­gna sen­tir­lo. Se ascol­tan­do un pez­zo di Mud­dy Waters sen­ti un bri­vi­do per­cor­rer­ti la schie­na, o una lacri­muc­cia sol­car­ti la guan­cia allo­ra lo sen­ti. È un qual­co­sa che dif­fi­cil­men­te si può impa­ra­re, pen­so sia mol­to lega­to ad una sfe­ra istin­tua­le. Per quan­to riguar­da me, sono cre­sciu­to in una casa dove si è sem­pre ascol­ta­ta dell’ottima musi­ca. Mio padre suo­na­va spes­sis­si­mo dischi di jazz e qual­co­sa di blues. Cre­scen­do sono sta­to fol­go­ra­to dal rock, come mol­ti ragaz­zi del­la mia gene­ra­zio­ne, ma non ho mai per­so la mia pas­sio­ne più gran­de: quel­la per la musi­ca del Del­ta del Mis­sis­si­pi. Grup­pi come “The Cream” o “Can­ned Heat” devo­no aver fat­to da col­lan­te facen­do­mi apprez­za­re anche mol­ti altri gene­ri musicali.

Come hai vis­su­to gli anni ’70 e il con­cen­tra­to di even­ti musi­cal-cul­tu­ra­li di que­gli anni?
Li ho vis­su­ti come li può vive­re un ragaz­zo di vent’anni. Al mas­si­mo! Ricor­do ad esem­pio di quan­do andai ad Amster­dam per vede­re un con­cer­to dei Pink Floyd, col mio miti­co Garel­li. Ci misi quat­tro gior­ni, ma, una vol­ta arri­va­to, la sod­di­sfa­zio­ne fu enor­me. In linea di mas­si­ma, comun­que, sono sta­ti anni che mi han­no visto spet­ta­to­re appas­sio­na­to e inter­pre­te dav­ve­ro ine­sper­to. Suo­na­vo già in una band di com­pa­gni di liceo (il Car­duc­ci), e per­de­vo rego­lar­men­te in tut­ti i con­cor­si musi­ca­li cui mi iscri­ve­vo, per­ché nem­me­no allo­ra il blues era di moda. Nel­la mia espe­rien­za ha gio­ca­to un ruo­lo dav­ve­ro impor­tan­te il festi­val Pop che si è tenu­to nel 1970 pres­so l’isola di Whi­te. Ricor­do di esse­re par­ti­to da Mila­no con una 2Cavalli e che ogni 150 chi­lo­me­tri io e il mio ami­co Euge­nio Finar­di, dove­va­mo fer­mar­ci e cam­bia­re l’acqua. Poi, una vol­ta giun­ti, fu dav­ve­ro bel­lis­si­mo. Sen­tii, tra le altre cose, l’ultimo con­cer­to di Jimi Hen­drix, vidi The Who, San­ta­na, Joni Mit­chell. Il mio ricor­do è quel­lo di un tem­po dila­ta­to, un po’ dai tan­ti anni tra­scor­si, un po’ dal fat­to che l’uso di dro­ghe era piut­to­sto dif­fu­so. Addi­rit­tu­ra, una mat­ti­na fum­mo sve­glia­ti da uno stra­no rumo­re. Pia­ce­vo­le, dol­ce. Sem­bra­va il suo­no di un flau­to. Ed era così! Era­no gli Jeth­ro Tulls che face­va­no sound check. Era­no così fusi che pro­va­va­no alle set­te del mattino!

Per tor­na­re a te, quand’è che hai capi­to che pote­vi fare del­la musi­ca una pro­fes­sio­ne?
Direi nel 1975. Fini­to il liceo e accan­to­na­ta l’università e gli anni dell’impegno poli­ti­co, capii che suo­na­re era l’unica cosa che mi face­va sta­re bene per dav­ve­ro e ini­ziai ad entra­re nel giro. Pri­ma del ’75 (data di fon­da­zio­ne del­la Tre­ves Blues Band che si esi­bi­sce tutt’oggi) ave­vo pro­va­to ad inci­de­re qual­co­sa, ma il livel­lo era pionieristico.

C’è qual­che aned­do­to die­tro la scel­ta dell’armonica come tuo stru­men­to pre­fe­ri­to?
L’aneddoto più sin­ce­ro è sicu­ra­men­te quel­lo del­la mia pro­pen­sio­ne ad evi­ta­re lo stu­dio di stru­men­ti trop­po com­ples­si. Ini­ziai a suo­na­re il sax, ma face­vo mol­ta fati­ca. Poi vidi l’armonica e capii che era fat­ta per me. Non ave­va biso­gno di accor­da­tu­re come la chi­tar­ra, né di tec­ni­che par­ti­co­lar­men­te raf­fi­na­te, come per il sax. Poi, con la pra­ti­ca ne misi a fuo­co i tan­ti pre­gi come, per esem­pio, il sound, mai scontato.

Sen­ti Fabio, ma a più di 30 anni da quan­do hai ini­zia­to, che sen­so dai al fat­to che suo­ni blues?
Come ho già det­to, par­lan­do di me, tro­vo nel blues un vali­do aiu­to con­tro lo stress, la fru­stra­zio­ne e i rit­mi di tut­ti i gior­ni. Poi il sen­so lo da anche il pub­bli­co, gio­va­ne e meno, che con­ti­nua a dimo­strar­ci tan­tis­si­mo affet­to, e a cui va il mio più sen­ti­to ringraziamento.

a cura di Davi­de Zucchi

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