DINO BUZZATI: IN OCCASIONE DEL CENTENARIO

Li vedo: duran­te la con­ver­sa­zio­ne uno di col­po si distrae, sta fer­mo e pen­sie­ro­so, maga­ri pochi secon­di, ma è quan­to basta per capi­re che la sua veri­tà è là, den­tro quel silen­zio. Come uno che dinan­zi a casa stia con­ver­san­do con gli ami­ci e a un trat­to li lascia, cor­re den­tro a vede­re chis­sà cosa e subi­to dopo ritor­na, col vol­to di pri­ma tale e qua­le, e nes­su­no sa che cosa sia andato a fare e se qual­cu­no glie­lo doman­da, lui rispon­de “nien­te”, e d’al­tra par­te non si pote­va scor­ge­re nul­la attra­ver­so la por­ta quan­do lui l’ha aper­ta, che cosa ci fos­se die­tro, non si vede­va che un ret­tan­go­lo di buio. Una immen­sa piaz­za, dun­que, con intor­no un’in­fi­ni­tà di case, que­sta è la vita; e, in mez­zo, gli uomi­ni che traf­fi­ca­no fra di loro e nes­su­no rie­sce mai a cono­sce­re le altre case; sol­tan­to la pro­pria, e in gene­re male anche que­sta, per­ché’ resta­no mol­ti ango­li bui e talo­ra inte­re stan­ze che il padro­ne non ha la pazien­za o il corag­gio di esplo­ra­re. E la veri­tà’ si tro­va sol­tan­to nel­le case e non fuo­ri. Cosic­ché’ del restan­te gene­re uma­no non si sa mai nien­te.
L’uo­mo pas­sa distrat­to in mez­zo a que­sti infi­ni­ti miste­ri e ciò non sem­bra poi dispia­cer­gli eccessivamente. 
(La Soli­tu­di­ne, da “In quel pre­ci­so momen­to”, 1950)

Il 16 otto­bre 1906, a San Pel­le­gri­no, nasce­va Dino Buz­za­ti. A cen­t’an­ni dal­la nasci­ta, e a poco più di tren­ta dal­la mor­te, mol­ti sen­to­no il biso­gno di ricor­dar­lo, rico­struen­do attra­ver­so la fati­ca dei nomi e del­le eti­chet­te i ritrat­ti innu­me­re­vo­li di una per­so­na­li­tà polie­dri­ca, le figu­re flui­de del­l’e­spres­sio­ne crea­ti­va. Gior­na­li­sta, scrit­to­re, pit­to­re, illu­stra­to­re dilet­tan­te, poe­ta, arti­sta del­la pen­na, del­la paro­la e del­la linea, ma soprat­tut­to alchi­mi­sta del­la fan­ta­sia, quel­la oni­ri­ca e colo­ra­ta del ‘Colom­bre’ e dei rac­con­ti, come quel­la luci­da e spie­ta­ta de ‘Il deser­to dei Tar­ta­ri’. Tra le mol­te paro­le spe­se per ricor­dar­lo, tra con­fe­ren­ze e con­cer­ti d’al­ta quo­ta, let­tu­re poe­ti­che e col­te chiac­chie­ra­te, que­sto ‘per­so­nag­gio fon­da­men­ta­le del­la gran­de cul­tu­ra ita­lia­na’ — così lo si ricor­da tra le pagi­ne del ‘Cor­rie­re del­la Sera’, che nel 1928 lo accol­se, anco­ra stu­den­te in Leg­ge, per non lasciar­lo più – ama sfug­gi­re alla facol­tà foto­gra­fi­ca del ricor­do e del­la com­me­mo­ra­zio­ne, con l’at­tua­li­tà sor­ri­den­te del­le sue pagi­ne, che toc­ca­no i pun­ti sen­si­bi­li, quel­li dolen­ti, del con­tem­po­ra­neo, attra­ver­so figu­re deli­ca­te che sono gli arche­ti­pi sen­za tem­po di ogni imma­gi­na­zio­ne; l’im­ma­gi­ne è quel­la di un filo di poe­sia teso ad arte tra due mon­di, lad­do­ve la pen­na non per­de mai il con­tat­to con la sor­gen­te del rea­le, e con le ragio­ni del­la sua logi­ca, men­tre in con­tro­lu­ce col­ti­va le tra­me del fan­ta­sti­co, del fan­ciul­le­sco, del sogno, in una dimen­sio­ne dipin­ta di anti­te­si e ombreg­gia­tu­re, tra mostri colo­ra­ti ed infi­ni­te ango­sce, luo­ghi incan­ta­ti e uomi­ni impo­ten­ti abban­do­na­ti ad atte­se sen­za fine. La facol­tà luci­dis­si­ma di osser­va­zio­ne del rea­le e dei suoi mec­ca­ni­smi psi­co­lo­gi­ci sot­ti­li, matu­ra­ta all’in­ter­no del­l’im­pe­ri­tu­ra tra­di­zio­ne del roman­zo bor­ghe­se del secon­do dopo­guer­ra, quel­lo del­le Ginz­burg e dei Toma­si di Lam­pe­du­sa, si dif­fon­de in Buz­za­ti in una nar­ra­zio­ne diste­sa, iro­ni­ca e paca­ta­men­te sur­rea­le, e tro­va la sua più alta espres­sio­ne nel­la for­ma pre­di­let­ta del rac­con­to, lad­do­ve la vicen­da del quo­ti­dia­no arri­va a sve­la­re in pochi trat­ti pit­to­ri­ci i pro­pri risvol­ti di fol­lia, per far­si para­bo­la sen­za tem­po di una socie­tà bor­ghe­se accar­toc­cia­ta e deca­den­te, eppu­re sem­pre viva e attua­le, oppu­re tea­tro di fia­ba, colo­ra­to, oni­ri­co, sag­gio; allo stes­so modo, qua­si le pagi­ne si faces­se­ro spec­chio di un’in­te­ra vita, Buz­za­ti è figu­ra mol­te­pli­ce, uomo d’a­zio­ne e gior­na­li­sta, oltre che let­te­ra­to e poe­ta, cor­ri­spon­den­te di guer­ra, imbar­ca­to sul­l’in­cro­cia­to­re Fiu­me nel 1940, cro­ni­sta poli­ti­co, negli arti­co­li sul­le ‘ore memo­ra­bi­li’ del­la Libe­ra­zio­ne, il 25 apri­le 1945, e di attua­li­tà, negli arti­co­li del 1969 a com­men­to del pri­mo viag­gio del­l’uo­mo sul­la Luna, fon­te di ispi­ra­zio­ne sem­pre viva per il cine­ma ed il teatro.

Nomi­na­to uffi­cia­le, Gio­van­ni Dro­go par­tì una mat­ti­na di set­tem­bre per rag­giun­ge­re la for­tez­za Bastia­ni, sua pri­ma desti­na­zio­ne”; con que­ste paro­le pren­de ini­zio ‘Il deser­to dei Tar­ta­ri’, quel­lo che Buz­za­ti con­si­de­rò il capo­la­vo­ro di una vita e per cui pre­se spunto“…dalla mono­to­na rou­ti­ne reda­zio­na­le not­tur­na, che face­vo in quei tem­pi. Mol­to spes­so ave­vo l’impressione che quel tran-tran doves­se anda­re avan­ti sen­za ter­mi­ne e che mi avreb­be con­su­ma­to così inu­til­men­te la vita. E’ un sen­ti­men­to comu­ne, io pen­so, alla mag­gio­ran­za degli uomi­ni, soprat­tut­to se inca­sel­la­ti nel­la esi­sten­za ad ora­rio del­le cit­tà. La tra­spo­si­zio­ne di que­sta idea in un mon­do mili­ta­re fan­ta­sti­co è sta­ta per me qua­si istin­ti­va: nul­la di meglio di una for­tez­za all’estremo con­fi­ne, mi par­ve, si pote­va tro­va­re per espri­me­re appun­to il logo­rio di quell’attesa” (Il Gior­no, 26 Mag­gio 1959).

Lo stes­so pes­si­mi­smo lie­ve, la stes­sa ango­scia sor­ri­den­te, ritro­via­mo nei Dia­ri e nel­le Poe­sie illu­stra­te, nei rac­con­ti per bam­bi­ni e ado­le­scen­ti, nel ser­gen­te Dro­go e nel­la sua atte­sa sen­za nome, come nel­l’in­con­tro di Ste­fa­no Roi con il suo per­so­na­lis­si­mo mostro, il Colom­bre, lad­do­ve l’at­te­sa di una vita si fa erro­re e ine­vi­ta­bi­li­tà, la pri­ma desti­na­zio­ne si rive­la esse­re l’u­ni­ca, e l’e­si­sten­za del­la scel­ta è doman­da, la soglia tra fata­li­tà e respon­sa­bi­li­tà dram­ma di ogni uomo; lun­go le pagi­ne dei rac­con­ti, del­le poe­sie, dei dia­ri illu­stra­ti, l’i­ro­nia e la voce magi­co-fan­ta­sti­ca colo­ra­no i temi del­la soli­tu­di­ne, del­l’ab­ban­do­no, ren­den­do­li fia­ba, can­zo­ne, fila­stroc­ca, filo­so­fia poe­ti­ca, ricol­le­gan­do­si così alla tra­di­zio­ne sen­za tem­po del­le gran­di favo­le che, in ogni età del­la vita, ser­vo­no a for­mu­la­re, e a dare rispo­sta, ad una diver­sa doman­da. In modo ana­lo­go, nel­la sua atti­vi­tà di illu­stra­to­re e pit­to­re, un uni­ver­so di imma­gi­ni di fan­ciul­lo si fa sce­na sur­rea­le ed iper­rea­le, e l’il­lu­stra­zio­ne fan­ta­sti­ca sfio­ra atmo­sfe­re di enig­ma che ricor­da­no De Chi­ri­co e le sue piaz­ze, piaz­ze mute e osses­sio­nan­ti, qui inva­se di colo­ri e di primavera.

In cer­te not­ti sere­ne, con la luna gran­de, si fa festa nei boschi. è impos­si­bi­le sta­bi­li­re pre­ci­sa­men­te quan­do, e non ci sono sin­to­mi appa­ri­scen­ti che ne dia­no pre­av­vi­so. Lo si capi­sce da qual­co­sa di spe­cia­le che in quel­le occa­sio­ni c’è nel­l’at­mo­sfe­ra. Mol­ti uomi­ni, la mag­gio­ran­za anzi, non se ne accor­go­no mai. Altri inve­ce l’av­ver­to­no subi­to. Non c’è nien­te da inse­gna­re in pro­po­si­to. è que­stio­ne di sen­si­bi­li­tà; alcu­ni la pos­seg­go­no di natu­ra; altri non l’a­vran­no mai, e pas­se­ran­no impas­si­bi­li, in quel­le not­ti for­tu­na­te, lun­go le fore­ste tene­bro­se, sen­za nep­pu­re sospet­ta­re ciò che là den­tro suc­ce­de. (Da ‘Il segre­to del bosco vec­chio’, 1935)

Vivia­na Birolli

Con­di­vi­di:
Redazione on FacebookRedazione on InstagramRedazione on TwitterRedazione on Youtube
Redazione

Commenta per primo

Lascia un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.